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lunedì 13 gennaio 2014

CARMINE GALANTE "Lilo"

carmine galante


Carmine Galante 
nasce nel 1910 a New York, nell'East Harlem, da una famiglia di siciliani provenienti da Castellammare del Golfo, dove il padre Vincenzo fu un pescatore. Fin da ragazzino mostra il suo carattere irascibile, tanto da venire inviato in riformatorio all'età di dieci anni. Si inserisce nel mondo della criminalità organizzata nell'era del proibizionismo, prima ancora di compiere vent'anni diventa già un associato alla mafia di New York. Nel 1930 mentre tenta di dirottare un camion viene sorpreso dall'ufficiale di polizia Meenahan, ne scaturisce una sparatoria in cui Galante ferisce sia il poliziotto sia una bambina di 6 anni, entrambi sopravviveranno ma Galante verrà condannato a 12 anni e 6 mesi di reclusione.

Carriera nella mafia
Uscito dal carcere nel 1939, negli anni quaranta commette alcuni omicidi su ordine di Vito Genovese Si sospetta che fu proprio Galante nel 1943 ad uccidere a New York Carlo Tresca, l'editore italiano anarchico esiliato da Benito Mussolini. Genovese, che durante la Seconda guerra mondiale si trovava in Italia, con l'eliminazione di Tresca, fermo oppositore del dittatore, voleva attirare i favori di Mussolini.
Grazie alle connessioni dei suoi parenti castellammaresi negli anni '40 viene reclutato dalla famiglia Bonanno, il cui boss era appunto Joe Bonanno, originario anch'egli di Castellamare del Golfo. "Lilo" diviene ben presto guardaspalle e uomo di fiducia del boss, la sua scalata all'interno della gerarchia della famiglia è impressionante, viene prima eletto capodecina, poi, intorno ai quarant'anni, diviene consigliere della famiglia, diventando di fatto il braccio destro di Joe Bonanno.
Galante diventa il principale emissario della mafia in Europa per il traffico di stupefacenti. Nell'agosto 1957 partecipa assieme a Bonanno ad un importante summit tra capi mafia siciliani e americani che si svolge al Grand Hotel delle Palme di Palermo. La questione da discutere in questo vertice è il traffico di eroina, da sempre un tabù nella tradizione della mafia. Sono stati sollevati molti dubbi sulla effettiva esistenza di questa riunione mafiosa, ciò che pare comunque certo è che Bonanno e Galante abbiano ricevuto nell'albergo boss di altissimo calibro tra i quali Lucky Luciano, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Genco Russo, Angelo La Barbera e Tommaso Buscetta. L'FBI ritiene che questo meeting abbia sancito il primato della famiglia Bonanno nel traffico dell'eroina rispetto alle altre quattro famiglie di New York.


Incriminazioni e processi
Galante nel 1960 viene arrestato e incriminato dagli agenti dell'antinarcotici di Aslinger in quanto ritenuto a capo di una banda che importava grandi quantitativi di stupefacenti dal Canada. Il processo a suo carico fu interrotto però a causa di un incidente che colpì il capo dei giurati, che venne aggredito da ignoti, riportando la frattura della spina dorsale. Si ritiene che il mandante fosse proprio "Lilo", anche se non fu mai provato. Nel 1962 si svolse il secondo processo contro Galante, anche stavolta non mancarono intimidazioni in aula nei confronti delle giuria da parte dei coimputati di Galante, tredici soldati della famiglia Bonanno. Il giudice una mattina trovò il proprio cane decapitato, un chiaro avvertimento da parte della mafia, ma il processo si concluse comunque decretando la colpevolezza di Galante, accusato di narcotraffico.


Incarcerazione e psicologia
Gli psichiatri del carcere diagnosticarono a Carmine Galante una personalità psicopatica. Galante non tollerava di essere contraddetto, si considerava e si comportava da vero duro, tanto che Ralph Salerno, poliziotto veterano di New York, disse "Il modo di fissare di Galante era minaccioso a tal punto che la gente si faceva piccola sulla sedia".
In carcere "Lilo" aveva un discreto numero di uomini della famiglia Bonanno a lui fedeli, si sentiva protetto ed era temuto dagli altri detenuti. Un episodio avvenuto in galera può dare un'idea della personalità di Galante: durante l'ora in cui era concesso ai carcerati di usare il telefono, Galante salta l'intera fila e, davanti ad alcuni dei più pericolosi criminali di colore della prigione, strappa di mano il telefono al ragazzo afroamericano che stava chiamando in quel momento, insultandolo con epiteti razzisti. Nessuno osò rispondergli. Mentre si trovava in carcere Galante già progettava la sua scalata al potere, raccontando ai suoi uomini di come, non appena in libertà, avrebbe preso il controllo non solo della famiglia Bonanno, ma sarabbe anche diventato il "Capo di tutti i Capi" delle cinque famiglie di New York, facendosi beffe di Carlo Gambino, allora boss della famiglia Gambino, il più potente clan mafioso d'America.

carmine galante arrestato


Presa del potere
Galante uscì di prigione nel 1974 con la chiara intenzione di diventare il boss della famiglia Bonanno. Il capo allora era Philip Rastelli, che non aveva alcuna intenzione di farsi da parte, ma una condanna per estorsione lo fece finire in carcere, sgombrando così il campo per Galante. "Lilo" finse di essersi ripulito e aprì una lavanderia a Little Italy, ma in realtà prese il potere nella famiglia e cominciò a reclutare giovani mafiosi dalla Sicilia, da Castellammare del Golfo. Questi italiani, denominati "Zip", divennero i più stretti collaboratori di Galante e si occupavano della sua sicurezza, i due membri di spicco tra questi siciliani erano Cesare Bonventre e Baldo Amato. Galante si fidava ciecamente di loro, li riteneva non "americanizzati" e quindi più fedeli al codice d'onore della mafia siciliana. Intanto cominciò a monopolizzare il commercio dell'eroina dalla Sicilia agli USA, inimicandosi così le altre famiglie di New York, con cui non aveva intenzione di spartire i proventi del narcotraffico.



Morte

carmine galante uccisoLa Commissione di New York non tollerava il comportamento di "Lilo", e così quando Philip Rastelli, usurpato illegittimamente del potere, inviò dal carcere la proposta di eliminarlo, tutte le famiglie si trovarono d'accordo, anche lo stesso Joe Bonanno, ormai ritirato, approvò l'omicidio del suo ex consigliere.Il 12 luglio 1979 Galante si recò a pranzo nel ristorante italo-americano "Joe and Mary" di Brooklyn, sulla Knickerbocker Avenue, una trattoria tipica siciliana gestita da Giuseppe Turano, un cugino di "Lilo". Un patio privato era stato apparecchiato per Carmine Galante e Angelo Presinzano, un soldato della famiglia. Presinzano abbandonò presto il pasto, mentre fecero la loro comparsa al ristorante gli zip Cesare Bonventre e Baldo Amato, accompagnati da un fedelissimo soldato e socio di "Lilo", Leonardo Coppola. Dopo aver consumato un'insalata di pesce accompagnata da buon vino, Galante si accese il sigaro, in attesa del dolce. Fu in quel momento, alle 14.45, che entrarono nel locale tre uomini mascherati e armati, che si diressero verso il patio e, spalleggiati dagli stessi Cesare Bonventre e Baldo Amato, fecero fuoco contro Galante, Coppola e Turano, uccidendoli all'istante.

assassinio carmine galante




DOCUMENTI



sabato 8 giugno 2013

NCO - Nuova Camorra Organizzata




La Nuova Camorra Organizzata (conosciuta anche con l'acronimo NCO) è l'organizzazione camorristica creata da Raffaele Cutolo, boss di camorra, negli anni settanta in Campania. Si ingrandì enormemente agli inizi degli anni ottanta coinvolgendo gli altri clan di camorra in sanguinose guerre.
Fu soppiantata dalla Nuova Famiglia, una confederazione di clan creata ad hoc da boss quali Carmine Alfieri, Luigi Giuliano, Pasquale Galasso, e da altre famiglie camorristiche come i Nuvoletta di Marano (in provincia di Napoli), i Vollaro di Portici, i Mallardo di Giugliano e i casalesi di Antonio Bardellino e Mario Iovine. La NCO fu considerata estinta alla fine degli anni ottanta, quando molti dei boss furono uccisi o arrestati.


I primi anni 
Il fondatore di questa organizzazione è Raffaele Cutolo, detto anche "il sommo" o "il professore" (in napoletano: o' prufessòre), nato a Ottaviano, piccolo centro alle porte di Napoli, ai piedi del Vesuvio. Il professore conosce da giovane le sbarre del carcere per un omicidio commesso nel 1963, ma trasforma la carcerazione nel suo trampolino di lancio. L'organizzazione nacque nel padiglione Milano del carcere di Poggioreale a Napoli all'inizio degli anni settanta, per iniziativa di Cutolo e di vari compagni di cella tra cui Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico e Michele Iafulli. Cutolo si ispirò, inizialmente, ai rituali della Bella Società Riformata, l'organizzazione camorristica napoletana di inizio '800, e della Confraternita della Guarduna, associazione criminale spagnola del XVII secolo. Uno dei documenti audio ritrovati che testimoniano questi rituali è il cosiddetto "giuramento di Palillo", un giuramento cerimoniale di iniziazione registrato su audiocassetta sequestrato a Giuseppe Palillo, affiliato di Cutolo, al momento del suo arresto. La cassetta conteneva suoni e canzoni e un lungo monologo. La voce non fu riconoscibile in maniera chiara, essendo l'audio di pessima qualità, ma tutto lasciava pensare che fosse quella dello stesso Cutolo. La cerimonia veniva definita, nel gergo camorristico, "battesimo", "fedelizzazione" o "legalizzazione." L'apertura del monologo si soffermava sul valore dell'omertà: Omertà bella come m'insegnasti, pieno di rose e fiori mi copristi, a circolo formato mi portasti dove erano tre veri pugnalisti. La storia che segue racconta dei camorristi spagnoli che, dopo essere stati esiliati dalle loro terre, giunsero in Campania, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna dove fondarono una "società divina e sacra". Dopo una nuova dispersione, fu trovato l'accordo per la definitiva riconciliazione nelle stanze del castello di Ottaviano, luogo che per Cutolo aveva da sempre avuto un valore simbolico. Fino a quando sette cavalieri raccolsero il potere della società e lo consegnarono a Cutolo. Seguiva poi la descrizione della cerimonia con il taglio sul braccio e il patto di sangue per rendere effettiva la "fedelizzaizone". Tra i passaggi più significativi del giuramento di Palillo, documento esemplare degli ideali di tutta la controcultura criminale cutoliana, che faceva leva sulla disoccupazione dilagante e sulle ingiustizie sociali, vi era il seguente, che suonava profetico e al tempo stesso cupo e minaccioso nei confronti degli stessi affiliati:
« Un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, mai con il cuore... Il giorno in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavo, quel giorno la Campania ha vinto veramente... Noi siamo i cavalieri della camorra, siamo uomini d'onore, d'omertà e di sani princìpi, siamo signori del bene, della pace e dell'umiltà, ma anche padroni della vita e della morte. La legge della camorra a volte è spietata, ma non ti tradisce. »
La formula d'apertura era: "Con parole d'omertà è formata società". Il giuramento finale era: "Giuriamo di dividere con lui gioie, dolori, sofferenze... però se sbaglia e risbaglia ed infamità porta è a carico suo ed a discarico di questa società e responsabilizziamo il suo compare di sangue". L'elenco di tutti i "fidelizzati" sarebbe poi stato conservato presso una delle stanze del castello di Ottaviano, nascosto in una nicchia nella parete e tenuto in cura dalla sorella di Cutolo, Rosetta.

La struttura
Al vertice del gruppo c'è ovviamente Cutolo, definito "il Vangelo", che faceva le veci del vecchio capintesta della Bella Società Riformata ma, a differenza di questi che veniva eletto nel corso di riunioni tenute da rappresentanti dei vari quartieri di Napoli, Cutolo è il capo indiscusso per volontà divina, da cui dipende la vita e la morte di tutti. Al livello sottostante vi è la cassiera dell'organizzazione, la sorella Rosetta. Seguono quindi i santisti, ossia i bracci destri di Cutolo, che cambiarono nel corso degli anni. Tra di essi vi furono Corrado Iacolare, Vincenzo Casillo, Pasquale Barra, Antonino Cuomo. Seguono quindi gli sgarristi, i capizona o referenti territoriali che si divisero Napoli e Salerno con le rispettive province. Gli affiliati vennero definiti semplicemente picciotti. Vi erano infine gruppi speciali di affiliati, definiti batterie, ossia la manovalanza di killer pronti ad uccidere chiunque al primo comando. Alla cerimonia di affiliazione dovevano partecipare cinque persone: il Vangelo, un affiliato favorevole ed uno sfavorevole, il contabile e il maestro di giornata. Gli ultimi due avevano il compito di "registrare" la "fedelizzazione" in caso di esito positivo.
Pasquale Barra
Per quanto riguarda i rapporti comunicativi con l'esterno, di fondamentale importanza dato che la maggior parte dei principali esponenti della NCO erano ergastolani, Cutolo sviluppò due strutture parallele, una all'interno del sistema penitenziario chiamata "cielo coperto", e l'altra al di fuori chiamata "cielo scoperto". Per mantenere la sua leadership, Cutolo necessitava di trasmettere i suoi ordini ai membri della NCO al di fuori del carcere in modo efficace e affidabile, assicurando al contempo che una parte dei profitti generati fosse consegnata all'interno del carcere in modo da poter espandere la sua campagna di reclutamento. Le particolari condizioni del carcere di Poggioreale, che includevano la sua posizione strategica nel centro di Napoli e il flusso continuo di persone come affiliati liberi sulla parola e parenti dei carcerati, consentirono a Cutolo di coordinare con successo le attività criminali dalla sua postazione centralizzata, da cui inviava direttive agli associati per le operazioni esterne. I parenti venivano utilizzati principalmente come corrieri di informazioni, ma, quando questi non erano disponibili, false parentele venivano certificate attraverso la collaborazione, più o meno forzata, degli impiegati nei comuni in cui gli affiliati erano residenti; ciò avvenne in particolare per il comune nativo di Cutolo, Ottaviano. Il Dipartimento di Giustizia scoprì nel 1983, che Cutolo era stato visitato quasi ogni giorno da luglio 1977 a dicembre 1978 da Giuseppe Puca che utilizzava un documento secondo cui risultava cugino di primo grado di Cutolo. Cutolo aveva anche ricevuto tre visite da un altro suo affiliato che risultò, nell'ordine, cognato, compare e infine cugino di primo grado; tutte relazioni parentali formalmente iscritte nel registro comunale.
Rosetta Cutolo
Cutolo istituì anche il cosiddetto soccorso verde per aiutare la popolazione carceraria, fornendo loro abiti, avvocati, consulenza legale, soldi per sé stessi e per le loro famiglie, e anche regali come articoli di lusso. Fin dalla prima affiliazione, Cutolo aveva istituito un fondo di 500.000 lire per ogni affiliato. I soldi venivano versati ai carcerati, in tutta Italia, tramite il sottogruppo di Rosetta Cutolo, che disponeva di diversi corrieri ed era considerata la cassiera dell'organizzazione. Nel tentativo di controllare l'intera regione, Cutolo superò e andò oltre la struttura familistica tipica della camorra urbana. La NCO aveva una struttura aperta e poteva contare su circa 1.000 nuovi affiliati all'anno. L'affiliazione era aperta a tutti, bastava solo giurare fedeltà a Cutolo e giurare di contribuire alle attività criminali comuni. Tuttavia, non appena il business dell'organizzazione si ampliò a dismisura e c'era bisogno di più manodopera, il reclutamento divenne più aggressivo e, in seguito, anche obbligatorio. In prigione, i carcerati venivano costretti a diventare membri della NCO. In caso contrario, potevano subire una punizione corporale o addirittura una vendetta trasversale. L'organizzazione era una sorta di federazione di diversi clan, ognuno con la sua area territoriale di riferimento, ma gerarchicamente ordinata e strettamente controllata da Raffaele Cutolo. Al di fuori del carcere, veniva indetta una riunione esecutiva, ogni quindici giorni, in cui Rosetta Cutolo, raccoglieva le informazioni da riferire poi al fratello nelle visite in carcere.


Il dopo-terremoto 
Servendosi dei ricavati delle tangenti imposte dai suoi fedelissimi fuori dal carcere, Cutolo riesce ad investire attentamente i guadagni all'interno dello stesso carcere di Poggioreale per aiutare le condizioni dei giovani detenuti, soprattutto quelli destinati a uscire presto. Tra le motivazioni addotte dal Cutolo per attrarre sempre più nuovi affiliati vi sono quelle legate a quelle che lui riteneva le ingerenze della mafia siciliana negli affari criminali campani. Solo con un'organizzazione forte ed unita Napoli e la Campania avrebbero potuto contrastare la forte avanzata di Cosa Nostra, soprattutto nel campo del contrabbando e dello smistamento di stupefacenti. Oltre a tentare di costruire un'identità regionale su basi delinquenziali, Cutolo usa anche il suo ascendente per ricomporre liti e dispute all'interno del carcere. I risultati non si fanno attendere: la popolarità tra gli ex-detenuti è altissima i legami di gratitudine sono molto saldi e un mare di soldi comincia ad affluire nelle casse del Professore. Già nel 1980 la NCO poteva contare su circa 7.000 affiliati. Le offerte in danaro sono però il primo passo per creare una falange di fedelissimi. Il passaggio da gruppo di affiliati legati da un patto di sangue ad organizzazione affaristica ramificata come una holding e connessa con la politica e con gli ambienti finanziari, avvenne dopo il terremoto del novembre del 1980, quando le cellule cutoliane cominciarono ad infiltrarsi negli appalti per la ricostruzione o a richiedere tangenti ai grossi cantieri che nascevano come funghi a Napoli e provincia e in buona parte della Campania.


Nella relazione sulla camorra, presentata nel 1993 dalla Commissione Parlamentare Antimafia, la veloce diffusione della NCO da semplice banda carceraria ad holding mafiosa viene spiegata come segue:
« Ad un ceto delinquenziale sbandato e fatto spesso di giovani disperati, Cutolo offre rituali di adesione, carriere criminali, salario, protezione in carcere e fuori. Si ispira ai rituali della camorra ottocentesca, rivendicando una continuità ed una legittimità che altri non hanno. Istituisce un tribunale interno, invia vaglia di sostentamento ai detenuti più poveri e mantiene le loro famiglie. La corrispondenza in carcere tra i suoi accoliti è fittissima e densa di espressioni di gratitudine per il capo, che si presenta alcune volte come santone e altre come moderno boss criminale.
Vive di estorsioni, realizzate anche attraverso la tecnica del porta a porta. Impone una tassa su ogni cassa di sigarette che sbarca. Vuole imporsi ai siciliani, che non si sottomettono. Impera con la violenza più spietata. »

(Commissione Parlamentare Antimafia, 1993f, pp. 43-44)
Vallanzasca e Turatello
Anche le alleanze con altre realtà delinquenziali extra-regionali diventano numerose: oltre che con la Sacra Corona Unita pugliese (da lui fu creato un ramo nel 1979 capeggiato dai fratelli Spedicato e Guerrieri che gli si ribellò successivamente per la sua indipendenza), Cutolo stringe i rapporti con la 'ndrangheta, in particolare con le cosche Piromalli, De Stefano e Mammoliti. Con la sua breve latitanza tra il 1978 e il 1979, Cutolo stringe anche accordi con le bande lombarde di Renato Vallanzasca (detto "il bel Renè") e Francis Turatello e quelle pugliesi (Nuova Camorra Pugliese e Sacra corona unita). Dopo essere diventato compare di Vito Genovese, Cutolo vola a New York, sotto il falso nome di Prisco Califano, per incontrare gli esponenti della famiglia mafiosa italo-americana dei Gambino.
Quando considera la sua organizzazione oramai matura, Cutolo decide di imporre una tassa persino sulle casse di sigarette a tutti gli altri clan camorristici di Napoli. Nel 1978 Michele Zaza (noto contrabbandiere napoletano legato con la mafia siciliana) e i suoi creano una banda denominata Onorata fratellanza, ma Cutolo non se ne preoccupa e si infiltra in nuovi territori.

La Nuova Famiglia
Quando tenta di prendere il controllo della zona del centro di Napoli (Forcella, Duchesca, Mercato, Via del Duomo) nelle mani dei potenti Giuliano, questi si alleano con i clan di San Giovanni a Teduccio e di Portici e con i boss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso.
Alla fine del 1978 nasce la cosiddetta Nuova Famiglia, formatasi da una precedente alleanza denominata "Onorata Fratellanza", una confederazione di clan creata ad hoc per eliminare i cutoliani. E scoppia la guerra. È una guerra senza quartiere: nel solo napoletano, nel 1979 si registrano 71 omicidi; l'anno successivo sono 134 e salgono a 193 nel 1981, a 237 nel 1982, a 238 nel 1983, per scendere a 114 nel 1984. Anche la NF fece un uso propagandistico dell'affiliazione con relativo cerimoniale per attrarre sempre più giovani sbandati. Il giuramento ufficiale di affiliazione fu trovato nell'auto di Mario Fabbrocino e ricalcava in maniera spudorata quello della NCO, rifacendosi ai valori della fedeltà e dell'omertà.
Quando nella Nuova famiglia subentrano anche i Nuvoletta, gli Alfieri, i Galasso, i Misso della Sanità e soprattutto i Casalesi, la guerra si conclude con un indebolimento dei cutoliani e con un rafforzamento della presenza camorristica nel napoletano.Alla fine degli anni ottanta una serie di blitz e una catena di omicidi (tra cui quello del figlio di Cutolo, Roberto, e quello del suo avvocato, Enrico Madonna), mettono la parola fine all'ascesa cutoliana.


I casi giudiziari
Ciro Cirillo sequestrato dalle Br
Oltre alla feroce guerra in corso, che già da sola riusciva a riempire quotidianamente le prime pagine dei giornali locali, si ricordano diversi casi di cronaca giudiziaria che tennero banco per tutti gli anni ottanta e buona parte degli anni novanta. Tra di essi vi fu il caso dei falsi pentiti, una falange cutoliana di pluricondannanti che cercarono di sviare le indagini a carico della NCO con false dichiarazioni che coinvolsero anche personaggi del tutto estranei, come Enzo Tortora. Altri casi ancora oggi oscuri fecero parlare di Cutolo e della sua organizzazione. Uno di essi è legato al presunto coinvolgimento dei servizi segreti nella liberazione dell'assessore Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate rosse nel 1981 e poi liberato grazie all'intermediazione di Cutolo.  Un altro a quello dell'autobomba scoppiata nel 1983 a Roma che provocò la morte di Vincenzo Casillo,  braccio destro di Cutolo, di cui si disse, a più riprese, che fosse legato a frange deviate dei servizi segreti del Sisde, cosa che Cutolo ribadì più volte nel corso dei numerosi processi a suo carico affermando che il Casillo fosse addirittura in possesso di un tesserino.




mercoledì 29 maggio 2013

JOE VALACHI




Joseph "Joe Cargo" Valachi (22 Settembre 1903 - 3 Aprile 1971), italiano americano , noto anche come "Charles Charbano" e "Antonio Sorge" è stato il primo mafioso mericano a riconoscere pubblicamente l'esistenza della mafia. 
Joseph Valachi è nato nella East Harlem zona di New York City il 22 settembre 1903. Veniva da una famiglia povera napoletana immigrata con un padre violento ed ubriacone. 
Iniziò la sua carriera criminale con una piccola banda conosciuta come "The Minutemen ", così chiamato per il compimento di rapine e furti con fuga in un minuto. Valachi era il pilot
a della gang, e la sua capacità di fare una rapida fuga gli valse la reputazione di una stella nascente nel mondo della malavita.
Nel 1923 fù arrestato a seguito di una rapina mal riuscita; si dichiarò colpevole di tentato furto e fù condannato a 18 mesi di reclusione; venne rilasciato dopo nove mesi.
Nei primi anni 1930, attraverso Dominick "The Gap" Petrilli , Valachi fu introdotto a Cosa Nostra, e presto divenne un soldato della famiglia Reina (ora conosciuto come la famiglia Lucchese) durante il culmine della Guerra Castellammarese. 
Si schierò a fianco di Salvatore Maranzano , che alla fine sconfisse l'altra fazione guidata dal rivale Giuseppe Masseria. Dopo l'assassinio di Masseria, Valachi divenne guardia del corpo      di Maranzano ma questa posizione fù di breve durata poichè Maranzano stesso fu assassinato nel 1931. Divenne quindi un soldato della famiglia guidata da Charles "Lucky" Luciano (poi conosciuta come la Famiglia Genovese).


La testimonianza federale
Ad ottobre del 1963 Valachi aveva testimoniato davanti al senatore dell' Arkansas John L. McClellan presso la "Sottocommissione permanente sulle indagini della Commissione del Senato degli Stati Uniti". 
Anche se le informazioni di Valachi non portarono direttamente al perseguimento di capi mafia, fu in grado di fornire molti dettagli sulla storia di Cosa Nostra, delle operazioni e rituali, aiutando la soluzione di diversi omicidi non risolti, nonché a svelare molti membri e le principali famiglie del crimine. La sua testimonianza, trasmessa alla radio e alla televisione e pubblicato sui giornali, risultò devastante per la mafia.





Le motivazioni per cui Valachi diventò un informatore sono state oggetto di discussione; Valachi affermò di ftestimoniare come servizio pubblico e per distruggere la potente organizzazione criminale che incolpò di aver gli rovinato la vita, ma è anche possibile che sperasse nella protezione del governo come parte di un patteggiamento dopo una condanna al carcere a vita, evitando così la pena di morte per un omicidio commesso in carcere il 22 giugno 1962. Mentre era in prigione, Valachi temendo che il boss mafioso Vito Genovese avesse ordinato la sua morte in qualità di traditore, uccise a randellate un detenuto scambiato per Giuseppe Di Palermo, un membro della mafia incaricato di ucciderlo. (Valachi e genovesi erano entrambe le frasi che servono per traffico di eroina .) 
La sua biografia The Valachi Papers (in italiano La mela marcia, Mondadori, 1972) scritta dal giornalista Peter Maas nel 1969, è stata un bestseller. Dal libro è stato tratto il film di Terence Young Joe Valachi... I segreti di Cosa Nostra (1972), in cui Valachi era impersonato da Charles Bronson.
Il 3 aprile 1971, Valachi è morto di un attacco di cuore al Federal Correctional Institution dopo essre sopravvissuto a Vito Genovese (morto ormai da due anni). Il 100.000 dollari di taglia, posta su Valachi da Genovese, non fù così riscossa.





venerdì 17 maggio 2013

VINCENT GIGANTE






Vincent Louis Gigante (29 marzo 1928 - 19 Dicembre, 2005), noto anche come "Chin," era un mafioso italiano-americano di New York appartenente alla famiglia Genovese boss della stessa dal 1981 al 2005; ex pugile professionista aveva combattuto 25 incontri tra il 1944 e il 1947. 




Gigante era il tiratore nel fallito attentato a Frank Costello nel 1957; dopo aver condiviso una cella di prigione con Boss Vito Genovese in seguito alla sua condanna per traffico di eroina, Gigante divenne un caporegime della famiglia genovese .
Nel 1981 è diventato capo della famiglia; ha anche ordinato l'attentato fallito a John Gotti (boss della famiglia Gambino). Con l'arresto e la condanna di Gotti e di vari membri della famiglia Gambino nel 1992, Gigante è stato ufficialmente riconosciuto come il più potente boss del crimine negli Stati Uniti. Per 30 anni Gigante ha finto di essere pazzo nel tentativo di gettare le forze dell'ordine fuori strada. Soprannominato "L'enigma del Accappatoio" dalla stampa poiché spesso vagava per le strade di Greenwich Village nel suo accappatoio e pantofole, mormorando parole sconnesse, il tutto nel tentativo  di evitare i processi.







Nel 1990 fù rinviato a giudizio con l'accusa di crimini federali, ma fù ritenituo mentalmente incapace di sostenere un processo; Tuttavia, dal 1997 è stato processato e condannato a 12 anni. Di fronte a nuove accuse, nel 2003, si dichiarò colpevole e ammise di non essere pazzo. È morto  nel 2005 mentre era in custodia carcere presso la United States Medical Center per prigionieri federali .












Boss della famiglia Genovese
Lucky Luciano 1931 - 1946
Frank Costello 1946 - 1957
Vito Genovese 1957 - 1969
Philip Lombardo 1969 - 1981
Vincent Gigante 1981 - 2005
Daniel Leo 2005 - ora






martedì 14 maggio 2013

COSA NOSTRA




L'espressione Cosa nostra o mafia siciliana viene utilizzata per indicare un'organizzazione criminale di stampo mafioso-terroristico presente in Sicilia dagli inizi del XIX secolo e trasformatasi nella prima metà del XX secolo in una organizzazione internazionale.
È costituita da gruppi, chiamati famiglie, organizzati al loro interno sulla base di un rigido sistema gerarchico, composto da gregari di diverso livello. L'intero territorio controllato è suddiviso in "mandamenti". Questi possono inglobare due o più quartieri in città oppure due o più paesi in provincia. Ogni mandamento è composto da famiglie che, insieme, eleggono un "capo mandamento" che rappresenta le stesse nella "commissione provinciale". Ogni capo mandamento elegge un sottocapo e da 1 a 3 consiglieri. Il grado immediatamente sotto è il "capo decina" che comanda direttamente parte dell'esercito delle famiglie: i "picciotti". Un ulteriore livello di importanza è il rappresentante della provincia che fa gli interessi di quest'ultima nella "commissione interprovinciale".
Con il termine "Cosa nostra" oggi ci si riferisce esclusivamente alla mafia siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali specie negli Stati Uniti d'America), per distinguerla dalle altre, internazionali, genericamente indicate col termine di "mafie".
Oggi economicamente Cosa nostra ha subito un ridimensionamento, ciò anche a causa dell'applicazione della legge sul sequestro dei beni e il contestuale aumento di potere della 'Ndrangheta, che ha assunto il controllo e il predominio del traffico internazionale di droga.

Le origini 
File:Pietro Calà Ulloa.JPG
Pietro Calà Ulloa
"Cosa nostra" nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei fattori e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano. Cosa nostra, come tutte le altre mafie, nacque per la scarsa presenza dello Stato sul territorio, ed iniziò ad assumerne le funzioni. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d'Europa e, per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di scagnozzi. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti assumendo il nome di "sette, confraternite, cosche". Il primo documento storico in cui viene nominata una cosca mafiosa è del 1837: il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, riferisce ai suoi superiori a Napoli dell'attività di strane sette dedite ad imprese criminose che corrompevano anche impiegati pubblici. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, I mafiusi de la Vicaria, un'opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni del capoluogo siciliano. È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello Stato, ma strettamente legata ad esso.




Marchese Notarbartolo
Lo sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia è sostanzialmente attribuibile agli eventi contemporanei e successivi all'Unità d'Italia, in particolare a quella che fu l'acuta crisi economica da questa indotta in Sicilia e nel Meridione d'Italia. Infatti lo Stato italiano, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale.

Uno dei più clamorosi processi di quegli anni fu quello tenutosi nel 1885 contro gli affiliati alla "Fratellanza di Favara", una cosca mafiosa operante nella provincia di Agrigento che aveva un rituale di iniziazione in stile massonico, che avveniva pungendo l'indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un'immagine sacra, che veniva bruciata mentre l'iniziato citava una formula di giuramento: tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche mafiose di Palermo, a cui numerosi membri della "Fratellanza" erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica.
Nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, l'esistenza di Cosa nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia.
Il “Marchese Notarbartolo”, esponente di primo piano della “Destra Storica”Siciliana si era sempre battuto contro la corruzione e il malaffare. Il primo febbraio 1893 fù ucciso da due “Mafiosi”, almeno secondo l’“Accusa”, appartenenti alla “Cosca di Villa-Abate”, guidata all’epoca, da Giuseppe Fontana. Quest’ultimo commise il delitto, per conto di un “Suo Referente Politico” chiamato Salvatore Palizolo. Palizolo, infatti, secondo quanto è emerso da alcune “Indagini Personali”, condotte dal figlio del marchese, era un “Membro del Parlamento”, attaccato dal “Nobile Siciliano”, perché coinvolto in alcuni “Scandali Finanziari” al “Banco di Sicilia”. I tre “Gradi di Giudizio del Processo”, che avranno luogo, prima a Milano, poi a Bologna e infine a Firenze, (basati quasi esclusivamente sull’inchiesta portata avanti dal figlio di Notarbartolo), si concludono tutti, dopo una prima condanna, con una “Generale Assoluzione per Insufficienza di Prove” e con l’affermazione che la “Mafia Non Esiste”, è soltanto un’invenzione dei giornali per screditare la Sicilia.


L'epoca delle rivendicazioni agricole
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Cartina della Mafia in Sicilia del 1900

Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli.
A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato.
Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. Continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti.
Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "Fratellanza", detta anche "Onorata Società" (due dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo.
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Bernardino Verro
Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti.
Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziano a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente.
Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.


Il rapporto Sangiorgi 
Ermanno Sangiorgi, di origini romagnole, venne inviato a Palermo in veste di questore nel 1898 mentre era in corso una guerra di mafia, iniziata due anni prima, nel 1896. Indagando sui delitti commessi dalle cosche della Conca d'Oro, Sangiorgi capì che gli omicidi non erano il prodotto di iniziative individuali, ma implicavano leggi, decisioni collegiali, e un sistema di controllo territoriale. Sangiorgi scoprì inoltre che le due famiglie più ricche di Palermo, i Florio e i Whitaker, vivevano fianco a fianco con i mafiosi della Conca d'Oro, che venivano assunti come guardiani e fattori nelle loro tenute e pagati per ricevere "protezione".
Nell'ottobre 1899 Francesco Siino, capo della cosca di Malaspina sfuggito miracolosamente ad una sparatoria tesogli dagli uomini di Antonino Giammona, capo della cosca dell'Uditore, nel contesto dalla guerra di mafia, venne messo alle strette da Sangiorgi e confessò che il suo avversario Giammona gli contendeva i racket del commercio di limoni, delle rapine, delle estorsioni e della falsificazione delle banconote. Inoltre dichiarò che la Conca d'Oro era divisa in otto cosche mafiose:
Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza.

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Disegno del processo ai presunti mafiosi fatti arrestare dal questore Sangiorgi, pubblicato sul quotidiano L'Ora (maggio 1901)

Sangiorgi, in base a queste dichiarazioni, firmò molti mandati di cattura. La notte tra il 27 e il 28 aprile 1900 la Questura fece arrestare diversi mafiosi, tra cui Antonino Giammona. Alla procura di Palermo, Sangiorgi inviò un rapporto di 485 pagine che conteneva una mappa dell'organizzazione della mafia siciliana con un totale di 280 "uomini d'onore". Il processo cominciò nel maggio 1901 ma Siino ritrattò completamente le sue dichiarazioni. Dopo solo un mese, giunsero le condanne di primo grado: soltanto 32 imputati furono giudicati colpevoli di aver dato vita a un'associazione criminale e, tenuto conto del tempo già trascorso in carcere, molti furono rilasciati il giorno dopo.



La prima guerra mondiale e le sue conseguenze
Nel 1915, l'Italia entra nella prima guerra mondiale e vengono chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia, a causa della chiamata alla leva, i disertori furono numerosi. Essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapina. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e delle sempre maggiori richieste di carne dal fronte, moltissimi terreni vengono adibiti al pascolo.
Queste due condizioni fanno aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola. Aumentati i furti di bestiame, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una parcella per il loro lavoro.
Alla fine della prima guerra mondiale, l'Italia affronta un momento di crisi, che rischia di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperano e chiedono migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani ritornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra).
Moltissimi quindi vanno ad ingrossare le file dei banditi, altri entrano direttamente nella mafia e altri ancora cercano di riformare i fasci o comunque partecipano ai consigli socialisti siciliani.
Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.


L'epoca fascista
Cesare Mori
Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. Il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo.
L'azione del Mori fu dura ed efficace. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato una delle roccaforti mafiose. In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro.
Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra americana, mentre un'altra restò in disparte.
Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu espulso dal PNF. Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio. Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini.
Vito Cascio Ferro
Tra i mafiosi protetti dal regime fascista c'erano: il principe Lanza di Scalea, Epifanio Gristina, il barone Vincenzo Ferrara, i baroni Li Destri e Sgadari e molti altri. Questi ultimi furono processati, ma vennero assolti essendo amici del duce Benito Mussolini. Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore e capo di banditi e delinquenti. Il carabiniere Francesco Cardenti così riferisce: "Il barone Li Destri al tempo della mafia era appoggiato forte ai briganti che adesso si trovano carcerati a Portolongone (Elba)se qualcuno passava dalla sua proprietà che è gelosissimo diceva: Non passare più dal mio terreno altrimenti ti faccio levare dalla circolazione, adesso che i tempi sono cambiati e che è amico della autorità [...] Non passare più dal mio terreno altrimenti ti mando al confino."
I mezzi usati dalla Polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone.


La seconda guerra mondiale 
Lucky Luciano
Durante la seconda guerra mondiale, numerosi boss italoamericani, in carcere negli USA (Lucky Luciano e Vito Genovese, per citare i più noti), furono contattati dai servizi segreti americani, chiamati all'epoca OSS (Office of Strategic Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. (Lo sbarco in Sicilia e la mafia).
Service), per essere impiegati con la promessa della libertà al fine di assicurare agli alleati il controllo sull'isola. Non furono contattati solo boss americani ma anche siciliani, come Vincenzo Di Carlo,
Questi contatti avevano lo scopo di facilitare lo sbarco alleato sulle coste siciliane e successivamente, quando il controllo dell'isola era affidato agli alleati, a mantenere l'isola stabile dal punto di vista politico. In particolar modo, quando l'isola tornò sotto il controllo italiano, la mafia fu utilizzata, e quindi involontariamente le si permise di riprendersi dopo l'era di Mori, in funzione anti-socialista ed anti-comunista.


Salvatore Giuliano 
Salvatore Giuliano
Fu alla fine della seconda guerra mondiale che l'E.V.I.S. (Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana) nominò colonnello il bandito Salvatore Giuliano, capo di una banda di fuorilegge che terrorizzavano la Sicilia con le loro azioni.
Sempre più compromesso dai legami coi grandi mafiosi latifondisti e con i politici della Democrazia Cristiana, il bandito Giuliano e la sua banda compiranno vari attentati nelle provincie di Palermo e di Trapani contro sedi del PCI e del PSI: queste violenze culminera
nno nella strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), contro i manifestanti socialisti e comunisti a Piana degli Albanesi (provincia di Palermo), in cui moriranno 11 persone e altre 27 rimarranno ferite.
Infine la banda di Giuliano sarà smantellata dagli arresti operati dalle forze dell'ordine e lo stesso Salvatore Giuliano verrà ucciso nel 1950 dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, su ordine dei capi mafiosi a cui il bandito non serviva più ed era diventato scomodo perché a conoscenza di molti retroscena della strage di Portella della Ginestra e di collusioni tra mafia e politica. In seguito Pisciotta verrà arrestato e morirà avvelenato nel carcere dell'Ucciardone nel 1954 perché voleva rivelare i nomi dei mandanti della strage di Portella della Ginestra.


Il dopoguerra
Dopo la seconda guerra mondiale, la società siciliana subì una profonda trasformazione, con una riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia.
Cosa nostra naturalmente seppe sfruttare adeguatamente questo cambio di tendenze, catapultando se stessa verso i nuovi campi socialmente ed economicamente predominanti.
Per riuscirci dovette stringere maggiormente, più di quanto aveva fatto in passato, i rapporti con la politica e i politici del partito maggiore in Italia e in Sicilia, la Democrazia Cristiana. Non meno importante fu l'atteggiamento indulgente di Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1946 al 1967.
Da questo patto la mafia traeva guadagni nella gestione, ottenuta grazie ad appalti truccati, dello sviluppo edilizio di infrastrutture e di nuovi quartieri delle maggiori città, della riscossione delle tasse per conto dello Stato, dell'assunzione di personale per gli enti statali e in più poteva godere della più totale immunità. La Democrazia Cristiana ci guadagnava perché Cosa nostra, per via del controllo sul territorio, era in grado di indirizzare grandi quantità di voti dove voleva.
Sono gli anni del sacco di Palermo, gli anni in cui Salvo Lima era sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici. In quattro anni vennero concesse 4205 licenze edilizie, di cui 3011 intestate alle stesse 5 persone, dei muratori che risultavano nullatenenti e che si è poi scoperto essere dei prestanome. In questi anni vennero rase al suolo le splendide ville Liberty del centro della città per essere sostituite con palazzi giganteschi. La stessa sorte toccò alle periferie e a molte zone verdi. Tutto questo avvenne anche grazie alla compiacenza di alcuni grandi istituti di credito siciliani che finanziavano imprenditori mafiosi a scapito di quelli onesti.

Salvo Lima e Vito Ciancimino

Tra il 10 e il 16 ottobre 1957 avvennero una serie di riunioni all'Hotel des Palmes di Palermo fra i capi di Cosa nostra e quelli di Cosa nostra americana. A rappresentare Cosa nostra americana vi erano Joseph Bonanno, Lucky Luciano, Carmine Galante, Santo Sorge, John Bonventre ed altri, mentre la mafia siciliana era rappresentata da Giuseppe Genco Russo, Salvatore "Ciaschiteddu" Greco, suo cugino Salvatore Greco (noto come "l'ingegnere" o "Totò il lungo"), Angelo La Barbera, Gaetano Badalamenti, Rosario Mancino, Cesare Manzella, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta. Gli scopi dei vari incontri furono l'organizzazione del traffico di droga verso gli Stati Uniti e la creazione di una "Commissione" su modello di quella di Cosa nostra americana, necessaria ad aggregare la volontà delle famiglie mafiose sparse in Sicilia e a placare dissensi e scontri all'interno di Cosa nostra.
Nel 1958 il quotidiano L'Ora fu il primo giornale che intraprese la pubblicazione di una serie di documentati e dettagliati articoli di inchiesta sul fenomeno mafioso in Sicilia e delle sue collusioni con il potere politico locale, pubblicando foto e nomi di personaggi di spicco delle cosche mafiose. A causa di ciò, il 19 ottobre 1958 l'esplosione di 5 kg di tritolo devastò la storica sede del quotidiano a Palermo. In seguito all'attentato, il futuro presidente della Repubblica Giuseppe Saragat dichiarerà in Parlamento: "Ci voleva l'attentato all'Ora per scoprire che in Sicilia c'è la mafia".



Prima guerra di mafia 
La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di una partita di eroina nel 1962: il boss Calcedonio Di Pisa, inviato a Brooklyn dalla Sicilia per consegnare una partita di droga, fu accusato di averne sottratto una parte e fu ucciso. Dopo questo episodio, all'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni: da una parte i Greco di Ciaculli e dall'altra i fratelli La Barbera, appoggiati dal boss dell'Uditore Pietro Torretta.
Dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera venne fatto sparire. Il 13 febbraio 1963 Angelo La Barbera rispose distruggendo con un'autobomba la casa di Salvatore Greco, boss della famiglia rivale, che però si salvò.
La sua risposta non si fece attendere e il 19 aprile un gruppo di quattro uomini aprì il fuoco su una pescheria in via Empedocle Restivo a Palermo che apparteneva ad alcuni soldati di La Barbera. Nello scontro persero la vita due uomini di La Barbera e due restarono feriti. Pochi giorni dopo Cesare Manzella, il boss di Cinisi fedele alleato dei Greco, venne dilaniato dall'esplosione di una Giulietta.

Michele Cavataio

L'episodio che mise fine alla guerra ebbe luogo in viale Regina Giovanna a Milano, il 25 maggio 1963, quando l'automobile di Angelo La Barbera venne crivellata di proiettili dai sicari dei Greco, ferendolo gravemente. Poco tempo dopo l'attentato, La Barbera venne arrestato in un ospedale milanese e finì definitivamente in carcere, mettendolo così a tacere per sempre.
Il 30 giugno 1963 in località Ciaculli, nei dintorni di Palermo, un contadino chiamò i Carabinieri per segnalare la strana presenza di una Giulietta abbandonata con una gomma bucata. All'arrivo i Carabinieri si accorsero subito che era un'autobomba e furono chiamati così gli uomini del genio militare. Ma mentre essi toglievano la bomba, il tenente dei Carabinieri Mario Malausa aprì il bagagliaio innescando un'altra bomba, che uccise due uomini del genio militare e cinque Carabinieri. Questo attentato provocò l'indignazione nazionale e centinaia di arresti operati dalle forze dell'ordine nei confronti dei mafiosi. Per questo motivo numerosi capi mafiosi, come Giuseppe Genco Russo e Michele Cavataio, finirono in carcere e la Commissione mafiosa venne sciolta.


Processi contro Cosa nostra 
Luciano Liggio
Tra il 1967 e il 1968 si svolse a Catanzaro il cosiddetto "processo dei 114", istruito dal pubblico ministero Cesare Terranova, nel quale erano imputati tutti i principali boss mafiosi siciliani, accusati dei delitti avvenuti durante la prima guerra di mafia. Infine il processo si concluse con qualche condanna e assoluzioni di molti capimafia come Tano Badalamenti e Luciano Leggio.
Un altro esempio dell'immunità raggiunta dalla mafia è il processo di Bari, istruito sempre da Cesare Terranova, concluso in prima sessione l'11 giugno del 1969, nel quale erano sotto accusa di associazione a delinquere 64 persone del clan mafioso di Corleone, tra le quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e Luciano Liggio, con la totale assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove (in realtà i giudici vennero minacciati pesantemente), nonostante un soldato dei corleonesi, Luciano Raia, testimoniò al processo gli omicidi commessi dai "peri 'ncritati" durante la loro scalata al potere mafioso all'interno del clan di Corleone. Le confessioni di Raia non portarono a nulla perché egli fu giudicato "insano di mente": spuntarono fuori dagli ospedali e dai manicomi giudiziari decine di certificati che attestavano delle presunte "crisi epilettiche".

La mafia trapanese
Stefano Bontate
I trapanesi erano tenuti in alta considerazione dentro Cosa nostra, per via dei loro legami, anche familiari con le famiglie americane, in particolare quelle di origine castellammarese come la famiglia Bonanno.
Fino agli anni settanta il territorio era diviso tra Vincenzo Rimi ad Alcamo, legato a Badalamenti, i fratelli Calogero e Salvatore Minore vicini a Bontate, come il castelvetranese Francesco Messina Denaro, che in seguito passò con i corleonesi, insieme al mazarese Mariano Agate. La famiglia Rimi fu implicata in vario modo nel Golpe Borghese. Il sociologo Pino Arlacchi scrive che Vincenzo Rimi era "considerato come il leader morale di tutta Cosa nostra siciliana degli anni Cinquanta e Sessanta". Salvatore Minore nel 1982 sarà vittima della seconda guerra di mafia e il suo posto verrà preso da Vincenzo Virga.



L'ascesa del clan dei Corleonesi 
Badalamenti
Nel 1969 un gruppo di fuoco, composto da uomini dei Corleonesi e delle famiglie mafiose dei boss Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina, fecero irruzione nel palazzo dove lavorava Michele Cavataio, uno dei boss responsabili della prima guerra di mafia; egli venne ucciso assieme ad altri suoi collaboratori e nello scontro a fuoco morì anche Calogero Bagarella, uno dei Corleonesi e amico d'infanzia di Totò Riina. Questo fatto è meglio ricordato come la strage di viale Lazio dove morirono 6 persone.
Dopo l'uccisione di Cavataio, venne ricreata la Commissione mafiosa, gestita da un "triunvirato" provvisorio composto da Stefano Bontate, Tano Badalamenti e Luciano Liggio, boss del clan dei Corleonesi.
Le tensioni all'interno della neonata Commissione cominciarono nel
1971, quando i Corleonesi decisero di rapire Antonino Caruso, figlio di un famoso imprenditore palermitano, e ordinarono altri sequestri a scopo di estorsione, inimicandosi però le altre famiglie mafiose, che non approvavano questa attività.
Il 5 maggio 1971 i Corleonesi assassinarono a Palermo il procuratore Pietro Scaglione perché impegnato in inchieste su Cosa nostra: per la prima volta nel dopoguerra la mafia colpiva un magistrato in Sicilia.
Nel 1973 Leonardo Vitale, "uomo d'onore" della famiglia mafiosa di Altarello di Baida in preda ad una crisi mistica, si presentò alla questura di Palermo e fece i nomi di Totò Riina, Vito Ciancimino e Pippo Calò, autoaccusandosi di vari delitti e descrisse la struttura di Cosa nostra, venendo considerato il primo "pentito" della storia della mafia. Però Vitale non venne creduto e venne rinchiuso per dieci anni in un manicomio criminale perché dichiarato "insano di mente". Dimesso dal manicomio, venne ucciso nel 1984.


File:L'arresto nel 1964 di Luciano Liggio.jpg
Luciano Leggio


Seconda guerra di mafia
La seconda guerra di mafia, detta anche "Mattanza", si svolse tra il 1978 e il 1983.
Nel 1974 Salvatore Riina divenne il nuovo capo del clan dei Corleonesi dopo l'arresto del boss Luciano Leggio e divenne rivale delle principali famiglie mafiose palermitane. Così all'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni, come nella prima guerra di mafia: da una parte c'erano i Corleonesi appoggiati da Michele Greco, il boss che allora era considerato il Capo dei Capi della "Commissione"; dall'altra c'era la fazione di don Tano Badalamenti, appoggiato da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Giuseppe Di Cristina, Tommaso Buscetta e dalle famiglie catanesi comandate da Pippo Calderone.
Nel 1978 Giuseppe Di Cristina, il boss di Riesi che era il principale nemico della fazione dei Corleonesi, cominciò a parlare con il capitano dei Carabinieri Alfio Pettinato per cercare di fare arrestare Totò Riina. Nello stesso periodo Riina fece espellere Tano Badalamenti dalla Commissione e fece uccidere Di Cristina e Pippo Calderone. Alla morte di Calderone prese il controllo delle famiglie catanesi il mafioso Benedetto Santapaola, detto anche Nitto, fedele alleato di Totò Riina e dei suoi compari.
Santapaola
Nel 1981 Tommaso Buscetta scappò in Brasile per sfuggire alla Mattanza, che iniziò il 23 aprile 1981 quando il boss Stefano Bontate fu assassinato dai Corleonesi a colpi di mitragliatrice AK-47 benché avesse appena comperato un'Alfa Romeo Alfetta antiproiettile.
Dopo l'assassinio di Bontate, Badalamenti, ormai espulso da Cosa nostra, fuggì in Brasile e poi in Spagna, dove venne arrestato dall'FBI con l'accusa di traffico di droga.
L'11 maggio 1981 Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano, venne freddato fuori casa della sua amante. Nel periodo successivo furono uccisi più di quattrocento uomini della fazione Bontate-Badalamenti-Inzerillo.
Così la direzione dalle famiglie palermitane fu affidata completamente a uomini fedeli ai Corleonesi e Totò Riina diventò il temuto Capo dei Capi della Commissione.
Per chi poi era riuscito a scampare alla carneficina dei boss palermitani e dei loro alleati si attuavano vendette trasversali contro i parenti. Un esempio eclatante fu quello di Salvatore Contorno, soldato di Bontate, a cui furono uccisi 25 parenti per convincerlo a consegnarsi nelle mani dei Corleonesi. Lo stesso successe a Buscetta, a cui furono ammazzati tutti i figli, fratelli e molti altri parenti residenti a Palermo.
Da ricordare durante questa guerra di mafia sono l'assassinio di Pio La Torre, attivista e rappresentante del PCI in Sicilia, ma soprattutto l'assassinio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 in via Carini a Palermo da un gruppo di fuoco composto da dodici sicari di Riina e di Nitto Santapaola. Dalla Chiesa era stato mandato in Sicilia da prefetto di Palermo dopo l'omicidio di Pio La Torre per contrastare il problema mafioso dopo il suo successo nella guerra contro il terrorismo delle Brigate Rosse: si deve però notare che il governo dell'epoca diede scarsissimo appoggio a Dalla Chiesa e questa fu anche una delle cause del suo assassinio.

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Omicidio Dalla Chiesa

La stagione dei maxiprocessi
Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982) in cui Carlo Alberto Dalla Chiesa (prefetto del capoluogo siciliano), Emanuela Setti Carraro (moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa), Domenico Russo (agente di polizia) furono uccisi dalla mafia, lo Stato italiano prese le misure adeguate, facendo votare leggi per accedere ai conti bancari di Cosa nostra.

Atti del Maxiprocesso

Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo Stato (legge sui pentiti). Fra questi c'era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team - il famoso Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici - istruirono contro Cosa nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina). Il 30 luglio 1991 la sentenza d'appello ridimensionò le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò tutte le condanne del primo grado che divennero realtà giudiziarie.

Falcone e Borsellino

L'attacco allo Stato-
Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni ottanta, riorganizzò ciò che restava di Cosa nostra e, dopo l'introduzione, nella legge sull'ordinamento penitenziario, dell'articolo 41 bis che inaspriva il carcere per i reati di mafia, nel 1993 iniziò una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili (5 vittime) a Firenze, la strage al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano (5 vittime) e i due attentati al patrimonio artistico di Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Infine il 16 ottobre 1993 ci fu l'ultimo tentativo (fallito) di fare un attentato allo Stato da parte di Cosa nostra: venne parcheggiata un'autobomba in via dei gladiatori a Roma, fuori dallo Stadio Olimpico durante la partita Lazio-Udinese per colpire i Carabinieri impegnati nel servizio di Ordine Pubblico per la partita. Fortunatamente la bomba non esplose.
I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d'Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell'Ufficio Affari Penali per espressa volontà dell'allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo città, all'altezza di Capaci. L'esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Circa quattro anni dopo fu arrestato colui che quel giorno premette il pulsante del detonatore, Giovanni Brusca detto "Scannacristiani".
Paolo Borsellino morì in circostanze analoghe, a seguito dell'esplosione di un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre in via D'Amelio, fatta esplodere con un radiocomando, probabilmente azionato dal Castello Utveggio, sito sul Monte Pellegrino che sovrasta la città di Palermo. L'autobomba esplose facendo morire pure cinque uomini della scorta.
Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D'Amelio, ha rappresentato l'alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino proseguì freneticamente l'opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria.
Sul luogo dell'attentato fu rinvenuta una borsa che Borsellino portava sempre con sé e probabilmente contenente appunti e atti d'indagine che furono trafugati (la famosa "agenda rossa"). Una indagine è tuttora in corso, e coinvolge presunti servizi segreti deviati.


Omicidio Falcone 

La risposta dello Stato 
All'indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c'è stato un risveglio della società civile che ha portato ad una durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La paura, l'omertà e la tradizionale veste di Cosa nostra sembravano essere scomparse per la maggior parte della gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli contro la mafia, la cosiddetta "rivolta dei lenzuoli". Quasi ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c'erano lezioni sulla legalità e di educazione civica, nelle quali il posto da insegnante era preso da magistrati e giudici antimafia o da parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta militare dello Stato che con l'operazione "Vespri Siciliani" inviò nell'isola ben 20.000 soldati (dal 25 luglio 1992 all'8 luglio 1998) per presidiare gli obiettivi sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti, porti e istituire posti di blocco, che hanno impedito ai latitanti di muoversi. Il ruolo svolto dall'esercito, nonostante le numerose critiche di aver "militarizzato" l'isola, fu ampiamente positivo nel campo della sicurezza urbana. Introducendo un elemento di sicurezza statale, le persone erano più libere di denunciare i mafiosi, per mezzo di telefonate anonime. Ci fu una riduzione dei crimini e anche alcuni arresti eccellenti come quelli di Toto Riina e Leoluca Bagarella.

Arresto Totò Riina

Inoltre la presenza dell'esercito liberava la polizia da compiti di sorveglianza in modo che tutte le unità fossero usate per le indagini. A tutto questo va aggiunto l'arrivo a Palermo di Gian Carlo Caselli come procuratore della Repubblica lo stesso giorno dell'arresto di Riina, il 15 gennaio 1993. L'azione della procura venne rilanciata, oltre che per i motivi già citati (sostegno popolare e presenza dell'esercito) anche grazie all'azione di questo magistrato esperto. In questo modo fu spezzato il sistema grazie al quale la mafia poteva svolgere le sue attività indisturbata.



Provenzano e post Provenzano
A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre.
Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l'organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone.

Arresto Provenzano
Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.
Le strade che si ipotizza potrebbe intraprendere Cosa nostra sono due: la prima prevede un passaggio di poteri, che potrebbe far arrivare al vertice di Cosa nostra il trapanese Matteo Messina Denaro, 46 anni (latitante dal 1993), con l'elezione di un nuovo capo del livello e capacità di Provenzano.
La seconda ipotesi è una sorta di riorganizzazione della mafia sul modello calabro: nessun supercapo ma ognuno con capacità gestionale autonoma dei proventi ricavati dal proprio territorio. È stato osservato che questo potrebbe portare a nuove guerre di mafia (di recente la 'Ndrangheta ha costituito una sorta di commissione, composta dai capi più influenti di ogni 'ndrina per decidere i grandi affari e sedare le faide).


Operazione Old Bridge
Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dall'America, i cosiddetti scappati dalla seconda guerra di mafia scatenata da Totò Riina. Si voleva ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga, attualmente in mano alla 'Ndrangheta. Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di Maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico: fu la più grande retata dopo "Pizza connection".


Operazione Perseo 
Il 16 dicembre 2008, con l'operazione Perseo, i Carabinieri di Palermo catturarono 99 mafiosi appartenenti ai vertici di Cosa nostra palermitana che, unitamente a decine di gregari, tentavano di ricostituire la Commissione provinciale palermitana, così sventando il progetto (sostenuto dal boss latitante Matteo Messina Denaro) di riportare in vita la Cupola mafiosa di Cosa nostra.


Struttura 
Le conoscenze sull'organizzazione interna della mafia siciliana si debbono prevalentemente all'opera di Giovanni Falcone, primo magistrato che riuscì a rompere il muro di omertà su questo tema avvalendosi dell'ausilio di "pentiti" (il più importante dei quali fu sicuramente Tommaso Buscetta, personalità di spicco nella Cupola Siciliana e sorta di "ufficiale di collegamento" con le famiglie di Cosa nostra americana), grazie alle nuove leggi in materia di pentitismo promulgate all'inizio degli anni ottanta. Assieme al collega Paolo Borsellino ha donato ai suoi successori una solida base di conoscenze che hanno aiutato a combattere la mafia efficacemente.
Cosa nostra è formata da mafiosi che si definiscono uomini d'onore. Tradizionalmente l'ingresso nell'organizzazione, e quindi l'ottenimento del titolo di uomo d'onore, avveniva attraverso un vero e proprio rito d'iniziazione definito punciuta, che oggi sembrerebbe superato a fronte di metodi più moderni e sbrigativi.
La struttura di Cosa nostra è verticistica e piramidale e dipende dalla Cupola. Alla base dell'organizzazione ci sono le famiglie in cui tutti gli affiliati si conoscono fra loro, governate da un capo-famiglia di nomina elettiva; altre figure importanti sono il sottocapo e i consiglieri, in numero non superiore a 3. Le famiglie si dividono in gruppi di 10 uomini detti decine comandate da un capodecina. Tre famiglie dal territorio contiguo formano un mandamento e sono rappresentate da un capomandamento che, almeno fino a un certo periodo, non era membro di nessuna di quelle famiglie per evitare che favorisse la propria. I vari capimandamento si riuniscono in una cupola (o commissione) provinciale, di cui la più importante è quella di Palermo. Questa commissione provinciale è presieduta da un capomandamento che, per sottolineare il suo ruolo di primus inter pares, si chiamava in origine segretario, ma sembra che ora abbia preso il titolo di capo.
Per lungo tempo non c'è stato bisogno di un organismo superiore alla commissione provinciale poiché quasi tutte le famiglie risiedevano in quella di Palermo. Quando però l'organizzazione ha messo radici in tutta l'isola si è dovuta creare una cupola regionale detta interprovinciale, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie province e dove il titolo di capo era tenuto dal capo della cupola provinciale più potente e quindi di Palermo.
Negli ultimi anni, dopo la riorganizzazione seguita ai colpi inferti dalle forze dell'ordine, la struttura che era già molto semplice si è fatta ancora meno verticistica e meno localizzata: la città più soggetta alle operazioni antimafia è stata sicuramente Palermo, dove le famiglie hanno perso moltissimo potere per via dei numerosi arresti; si è così creata una situazione di maggiore divisione tra le province, a causa dell'indebolimento della Cupola, il che ha comportato la crescita del ruolo criminale di città come Trapani, Agrigento, Catania e Messina, non più totalmente sottoposte ad un controllo dei palermitani.
La strategia criminosa di Cosa nostra è duplice: da una parte cerca di garantirsi il controllo del territorio in cui risiede, attraverso una imposizione fiscale alle attività commerciali e industriali della zona (il pizzo o racket) e la feroce e immediata punizione di chiunque osi contravvenire alle disposizioni che essa dirama, mentre dall'altra cerca di corrompere il potere politico ed i funzionari dello Stato attraverso l'offerta di denaro e voti, per ottenere l'impunità e una sponda all'interno del sistema, da poter usare a proprio vantaggio. Questo connubio di impunità e controllo garantisce ai mafiosi la possibilità di affrontare qualunque nemico, sia esso malavitoso o istituzionale, da una posizione di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e degli amici a cui ricorrere: a volte sfruttando perfino le forze dello Stato stesso.


I mandamenti mafiosi attuali 
La città di Palermo è divisa in otto mandamenti locali: Porta Nuova, Brancaccio, Boccadifalco, Passo di Rigano, Santa Maria di Gesù, Noce, Pagliarelli, Resuttana e S. Lorenzo. L'intera provincia palermitana è ripartita in sette grandi mandamenti: Partinico, San Giuseppe Jato, Corleone, Villabate, Caccamo, Belmonte Mezzagno, Gangi – San Mauro Castelverde (o delle Madonie).
La provincia di Agrigento è costituita da 9 mandamenti: Agrigento, Porto Empedocle, Canicattì, Cianciana, Ribera, Sambuca di Sicilia, Casteltermini, Palma di Montechiaro e Campobello di Licata. I mandamenti di Racalmuto e Favara sembrano essere stati assorbiti da quello di Canicattì. La famiglia Sciacca, a Sambuca di Sicilia, potrebbe assumere un autonomo profilo mandamentale.
La gerarchia mafiosa della provincia di Trapani continua ad essere improntata alla tradizionale struttura delle famiglie e dei mandamenti, con una Commissione provinciale destinata ad individuare le linee strategiche criminali. I mandamenti sono 4: Castelvetrano, Trapani, Mazara del Vallo e Alcamo.
Nella provincia di Caltanissetta vi sono 4 mandamenti: Gela, Vallelunga, Riesi e Mussomeli. La provincia di Enna continua a profilarsi come zona di retroguardia per Cosa nostra, di origine nissena, soprattutto, che ricorre ad alleanze con i gruppi operanti nelle zone limitrofe.
Nella provincia di Catania non vi sono mandamenti perché l'unica Famiglia mafiosa è quella dei Santapaola, che ha la sua base a Catania e gestisce preferenzialmente il conferimento illecito di appalti pubblici, in società con numerosi gruppi criminali estranei a Cosa Nostra operanti a Catania e in provincia, i cui capi vengono spesso affiliati ai Santapaola per controllarne meglio le attività.


Come i mafiosi orientano le votazioni elettorali
Esiste una Commissione regionale che decide l'andamento delle cose anche dal punto di vista politico, ovvero decide per chi, le persone di una famiglia e i loro affiliati dovessero votare. Per esempio Salvo Lima e Vito Ciancimino furono eletti da voti mafiosi di cittadini legati alla mafia della città di Palermo, Salvo Lima non mantenne le sue promesse elettorali e fu ucciso, invece Vito Ciancimino fu condannato per essere stato un mafioso conclamato.


Rapporti tra Mafia e Stato 
Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose. Si fa strada negli anni novanta la tesi secondo cui lo Stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso. Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che inizialmente non ricandidò il giudice come presidente della commissione antimafia da lui creata fa intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri deviati all'interno dello Stato. Uno dei momenti più critici è stata la trattativa stato - mafia: fu contattato Vito Ciancimino, per mezzo di rappresentanti del Ministro dell'Interno Nicola Mancino fra cui il capitano del ROS Giuseppe De Donno, per far smettere la stagione delle stragi del 1992, 1993, in cambio dell'annullamento del decreto legge 41 bis e altri benefici per i detenuti mafiosi.


Rapporti con le altre organizzazioni criminali 
Cosa nostra, per via del suo carisma criminale e della sua potenza delinquenziale, ha intrattenuto, e intrattiene tuttora, rapporti con le più importanti organizzazioni criminali sia italiane che estere. Il processo di globalizzazione interessa anche il fenomeno criminale mafioso, la mafia di tutti i paesi del mondo si unisce e collabora, portando avanti le sue attività criminali caratteristiche, come il narcotraffico, l'esportazione illegale di armi, la prostituzione, l'estorsione e il gioco d'azzardo, rappresentando un problema per l'umanità, per l'ordine civile della società e il quieto vivere.


Rapporti con Cosa nostra americana
Con Pizza connection si intende il traffico di droga fra le famiglie mafiose di Cosa nostra e gli Stati Uniti. Si calcola che attraverso essa, negli anni settanta, Cosa nostra guadagnò parecchi miliardi. Queste operazioni fruirono in particolare a Salvatore Greco, boss di Ciaculli, e a Tano Badalamenti, boss di Cinisi.
Nel 1977 Palermo era diventata il più grande centro di raffinazione di eroina del mondo e Cosa nostra aveva preso il controllo del traffico internazionale di droga. Si stima infatti che, tra gli anni settanta e gli anni ottanta, Cosa nostra controllasse il 90% del traffico di eroina verso gli Stati Uniti: questo fu reso possibile anche da Cosa nostra americana.
Il termine "Pizza connection" prende il nome dalle innumerevoli pizzerie che sorsero negli anni settanta e ottanta in America in quanto utili per la copertura dei traffici illeciti di eroina e per riciclare il denaro ricavato dallo spaccio. L'eroina veniva infatti nascosta tra le derrate alimentari provenienti dall'Italia che andavano a rifornire i ristoranti e le pizzerie italiane in America.
Le prime intuizioni sul ruolo di Cosa nostra nel traffico internazionale di stupefacenti si devono al commissario Boris Giuliano, che per questo motivo verrà ucciso nel 1979.

Omicidio Boris Giuliano
Tra il 10 e il 16 ottobre 1957 ebbero luogo una serie di riunioni all'Hotel des Palmes di Palermo, in cui si incontrarono i capi di Cosa nostra e quelli di Cosa nostra americana per organizzare il traffico di eroina tra la Sicilia e New York. I capi di Cosa nostra americana che parteciparono agli incontri furono Lucky Luciano, Joseph Bonanno, Carmine Galante, Santo Sorge, John Bonventre, Nick Gentile ed altri mafiosi, mentre la mafia siciliana era rappresentata da Giuseppe Genco Russo, Salvatore Greco, il suo cugino omonimo Salvatore Greco (detto "l'ingegnere"), Angelo La Barbera, Rosario Mancino, Tano Badalamenti, Cesare Manzella, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta. Infatti la morfina-base, proveniente dai paesi mediorientali, giungeva nel palermitano, dove c'erano le "raffinerie" di droga, che la trasformavano in eroina, destinata al mercato americano, newyorkese in p
articolare. Ma la svolta nel traffico di eroina si ebbe quando la "commissione", la famosa cupola dei capi di Cosa nostra americana creata da Lucky Luciano, decise di eliminare il boss Carmine Galante, in contrasto con la commissione stessa perché voleva tenere sotto il suo controllo l'intero business della rotta della droga Sicilia-New York.


Il boss mafioso Tano Badalamenti
John Gotti
Negli anni settanta molte famiglie mafiose siciliane e specialmente Tano Badalamenti, il boss di Cinisi, avevano inviato numerosi uomini negli Stati Uniti con l'incarico di dirigere il traffico di eroina e riciclare i proventi dello spaccio utilizzando numerose pizzerie aperte o rilevate da italoamericani, introdotti al "business" in quantità da Carmine Galante, come i fratelli Miki ed Antony Lee Guerrieri, parenti dell'ex boss milanese Giuseppe Guerrieri, che a New York gestivano tutto l'import e lo smercio all'ingrosso dello stupefacente per John Gotti, capo della famiglia Gambino. La famiglia mafiosa Cuntrera-Caruana, originaria di Siculiana (provincia di Agrigento) ma con ramificazioni anche negli Stati Uniti, si occupò in un primo tempo del trasporto dell'eroina verso il Nord America ma in seguito si occupò anche dell'importazione e della distribuzione della droga in Europa.
Ma negli anni ottanta, Totò Riina, il boss del clan dei Corleonesi, aveva fatto uccidere tutti i suoi avversari nella "seconda guerra di mafia" e aveva preso il controllo delle raffinerie di eroina di Palermo, continuando il narcotraffico in affari con la famiglia Gambino di New York.


Operazione Old Bridge
La famiglia Inzerillo emigrata negli Stati Uniti per non essere sterminata durante la Seconda guerra di mafia, voleva tornare a reimpintarsi in Italia ma la polizia italiana e il FBI statunitense, nel febbraio 2008, ha arrestato 90 persone tra Italia e Stati Uniti stroncando inoltre il piano degli Inzerillo di riconquistare Palermo.
Nell'operazione sono finiti in manette anche quattro boss, Giovanni Inzerillo, Frank Calì, Filippo Casamento e Mario Sferrazza. Quello che sicuramente era considerato in quel momento il capo della famiglia Gambino, Nicholas Corozzo è riuscito a fuggire grazie ad una soffiata di un poliziotto corrotto, tuttavia si è costituito il 29 maggio 2008 all'FBI di New York: rischia l'ergastolo per i reati a lui contestati.
Gianni Nicchi, latitante sfuggito sia a questa maxiretata che alla precedente operazione Gotha del 2006, è stato catturato il 5 dicembre 2009 a Palermo, dalla polizia italiana. L'altro latitante, Salvatore Adelfio, è stato invece arrestato il 12 marzo 2009.

Rapporti con la Mafia russa
Nel 1994 viene segnalata la presenza della mafia russa sul territorio degli Stati Uniti, ad Atlanta, e sulla loro collaborazione con Cosa nostra.
Verso il 1998, la Solntsevskaya bratva di Mosca, può contare su un proprio capo a Roma che coordina gli investimenti della mafia russa in Italia. Dall'indagine risulta che rispettabili banchieri occidentali danno al boss russo consigli molto utili su come riciclare il denaro sporco dalla Russia in Europa, in maniera legale.
Nel 2008 viene formalizzata la collaborazione fra mafia russa e Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra. Sotto la supervisione della mafia russa le aziende agricole italiane, i trasporti delle merci: sia a livello internazionale, sia all'interno del paese. La mafia russa nel mondo conta circa 300.000 persone ed è la terza organizzazione criminale per la sua influenza, dopo l'originale italiana e le reti criminali cinesi.
Il 2 ottobre 2012 nel Report Caponnetto si leggono le infiltrazioni della mafia russa nella Repubblica di San Marino e in Emilia-Romagna a carattere predatorio come le estosioni.
Rapporti con la Mafia cecena.

Boss dei Boss Cosa Nostra Americana

1. Giuseppe Morello 
2. Nicola Morello
3. Salvatore D'Aquila 
4. Joe Masseria 
5. Salvatore Maranzano 
6. Lucky Luciano 
7. Frank Costello 
8. Vito Genovese 
9. Giuseppe "Joe Bananas" Bonanno 
10. Carlo Gambino 
11. Paul Castellano 
12. John Gotti
13. Vincent Gigante
14. Joseph Massino 
15. ?