venerdì 10 maggio 2013

PIER PAOLO PASOLINI


Pino Pelosi:«Pasolini è stato ucciso da tre persone. Lo hanno picchiato a sangue davanti ai miei occhi. Erano romani. Due erano i fratelli Borsellino. È stato vittima di un agguato studiato in ogni dettaglio. Lo convinsero ad andare a Ostia con la scusa di trattare la vendita delle pizze del film Salo, rubato tempo prima. Lui aveva con se i soldi. Era una scusa per tendergli un imboscata».

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Lido di Ostia, Roma, 2 novembre 1975) è stato un poeta, giornalista, regista, sceneggiatore, attore, paroliere e scrittore italiano.
È considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo. Dotato di un'eccezionale versatilità culturale, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta.
Attento osservatore della trasformazione della società dal dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, ma anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.

L'omicidio
Nella notte tra il 1º novembre e il 2 novembre 1975 Pasolini venne ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia, località del Comune di Roma.
Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. Sarà l'amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.



Pino Pelosi

L'omicidio fu attribuito ad un "ragazzo di vita", Pino Pelosi di   di diciassette anni, che si dichiarò colpevole. Pelosi affermò di aver incontrato Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, e precisamente presso il Bar Gambrinus di Piazza dei Cinquecento, e da questi invitato a salire sulla sua vettura, un'Alfa Romeo 2000 GT Veloce coupé, per fare un giro insieme. Dopo una cena offerta dallo scrittore, in una trattoria nei pressi della Basilica di San Paolo, i due si sarebbero diretti alla periferia di Ostia. La tragedia sarebbe scaturita per delle pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, sfociando in un alterco che sarebbe degenerato fuori dalla vettura. Lo scrittore avrebbe quindi minacciato Pelosi con un bastone del quale il giovane si sarebbe poi impadronito per percuotere Pasolini.
La versione del Pelosi fu riportata dal telegiornale nazionale RAI la sera stessa del 2 novembre, violando le norme sul segreto istruttorio e venendo meno al consueto carattere di asetticità su temi sconvenienti secondo l'allora vigente etichetta televisiva.
Il racconto dell'imputato presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non poteva risultare l'arma contundente che aveva causato le ferite di grave entità riscontrate sul corpo di Pasolini. Inoltre una colluttazione fra i due era da escludersi a causa dell'assenza sul corpo di Pelosi di ematomi e simili nonché di alcuna macchia di sangue della vittima. Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d'Appello, venne confermata la condanna.




Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A prescindere dai fatti e dalle reali responsabilità che hanno condotto alla sua morte, la fine di Pasolini sembra essere emblematica, al punto che alcuni hanno paragonato la sua morte a quella di Caravaggio:
« Secondo me c'è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt'e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi. »
(Federico Zeri)
Per lungo tempo l'opinione pubblica venne tenuta all'oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in "circostanze sordide". Due settimane dopo il delitto apparve un articolo della giornalista fiorentina Oriana Fallaci, dove si ipotizzava una premeditazione ed un concorso di ignoti ma nel frattempo i due protagonisti erano spariti dalla cronaca. Dieci anni dopo, i mezzi di informazione iniziarono a sostenere l'ipotesi della Fallaci, dipingendo il Pelosi come "ragazzo di vita", abitudinario della Stazione Termini, rilevato da Pasolini come esca per un'eventuale azione punitiva sui quali mandanti si immaginano avversari politici o malavitosi, ai quali lo scrittore avrebbe fatto dello sgarbo per dei tentativi altruistici di redimere dalla strada alcuni giovani.

Enrico Mattei
Eugenio Cefis

Il film di Marco Tullio Giordana esce nel ventennale del delitto. Nella storia dove viene riportato l'iter dell'inchiesta che demolisce definitivamente la versione difensiva del Pelosi. Emergono testimonianze ad indicare un'estraneità del giovane dall'ambiente della prostituzione maschile.
A trent'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà per cause naturali alcune settimane dopo.
Un'ipotesi molto più inquietante lo collega invece alla "lotta di potere" che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana: facendone uno dei due personaggi "chiave", assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte.
Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l'alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti e secondo alcune ipotesi giudiziarie suffragate da vari elementi, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso. Il 1º aprile 2010, l’avvocato Stefano Maccioni e la criminologa Simona Ruffini hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che potrebbe aprire nuove piste investigative.



«Quelle carte rubate dopo la morte»
Paolo Di Stefano per il "Corriere della Sera"
I tanti che, appena si sollevano dubbi sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, sorridono invocando il complottismo, possono stare tranquilli: avranno sempre ragione. Nessuno riuscirà mai a dimostrare nulla sulla morte dello scrittore. Intanto, per gli altri, i cosiddetti «complottisti», gli interrogativi restano. Che Pasolini sia stato ammazzato per ragioni sessuali rimane la verità ufficiale: il diciassettenne Pino Pelosi lo uccise all'idroscalo di Ostia nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975 in una rissa. Punto.
Questa certezza aveva molti vantaggi: per i letterati confermava l'idea di una morte coerente con la figura anomala dell'intellettuale che aspirava a entrare nel mito; per il movimento gay diventava l'emblema della violenza subita dagli omosessuali. Prende piede da qui la messa a fuoco fatta da Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti nel libro Frocio e basta, edito da Effigie (pp. 119, 10).
La versione ufficiale subì un forte scossone quando, nel maggio 2005, Pelosi ritrattò la sua confessione, sostenendo di essersi accusato perché sotto minaccia: disse di poter ormai parlare perché gli autori della minaccia erano morti. Precisò che sul luogo del delitto c'erano due auto; che Pasolini si trovava lì per ricevere da un ignoto due bobine di Salò trafugate; che già conosceva lo scrittore. Emerse inoltre che il giovane con cui Pasolini cenò quella sera non era Pelosi ma un biondo con i capelli lunghi.
Sono ritrattazioni che trovano conferma in altre testimonianze. Eppure nell'interpretazione dell'opera e della vita (compresa la morte) dello scrittore di Casarsa ha sempre funzionato una sorta di effetto metonimia: la parte (il sesso) per il tutto. «Pretendere di ricavare dalla sessualità dell'autore una verità sull'opera è una procedura fallace e criticabile - scrive la Benedetti -, ma volerne ricavare addirittura la verità del suo omicidio offende la logica, e ancor più il senso civile della verità, che non si fermano a ciò che è verosimile ma chiedono fatti e prove».
È vero che alle lacune probatorie non si riesce a rimediare nemmeno evocando Petrolio, ma ciò che non si può liquidare con una battuta è che l'elaborazione di quel libro, da parte dell'intellettuale più ascoltato del momento, entra in un insieme inquietante. È l'insieme delle morti che hanno come movente l'oro nero. Nel 2003 lo scriveva già il magistrato Vincenzo Calia nella Richiesta d'archiviazione del caso Mattei, citando appunto Petrolio.
Graziano Verzotto
In quel romanzo incompiuto, che mescola l'allegoria erotica con i riferimenti alla storia e all'attualità politico-economica, l'autore arriva alle stesse conclusioni a cui venticinque anni dopo sarebbe giunto Calia dopo la sua lunga indagine. Lo scrive in uno schema riassuntivo intitolato Appunti 20-30. Storia del petrolio e retroscena: «In questo preciso momento storico (I Blocco politico) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell'Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)».
Troya è il nome che nella finzione lo scrittore attribuisce a Eugenio Cefis. Era quanto aveva rivelato, peraltro, un misterioso libro firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz e intitolato Questo è Cefis. Il libro, uscito nel 1972 per l'Agenzia Milano Informazioni di Corrado Ragozzino, racconta la spregiudicata avventura di un capitano d'industria tra pubblico e privato, tra Stato e centri di potere occulto.
L'Agenzia era finanziata dal democristiano Graziano Verzotto, della corrente rumoriana, braccio destro siciliano di Mattei e informatore segreto di Mauro De Mauro, il giornalista de «L'Ora» di Palermo ucciso nel 1970 mentre indagava sul caso Mattei, arrivando più meno alle stesse conclusioni riguardo alla responsabilità di Cefis. Il libro di Steimetz fu fatto sparire sistematicamente dalla circolazione, ma tra le carte di Pasolini, oggi depositate al Gabinetto Vieusseux, ci sono le fotocopie, che lo scrittore utilizzò come fonte.
Tra quei materiali figurano anche altri documenti, sempre procurati da Elvio Facchinelli, animatore della rivista «L'Erba Voglio»: si tratta di tre conferenze (una inedita) di Cefis, compreso un discorso pronunciato all'Accademia militare di Modena il 23 febbraio 1972, che Pasolini voleva inserire nel romanzo, come cerniera tra la prima e la seconda parte.
Va inserito qui il mistero delle pagine di Petrolio che si presume siano sparite come cinque anni prima era sparito, con il suo autore, il dossier scritto di De Mauro che concludeva il lavoro commissionatogli dal regista Francesco Rosi sull'omicidio Mattei.
Vito Guarrasi
Il libro di Benedetti e Giovannetti ricostruisce, sulla base di inchieste giudiziarie e giornalistiche, il complicato intreccio tra servizi segreti, politica, ambienti economici (centrale la figura dell'avvocato Vito Guarrasi, braccio destro di Cefis in Sicilia), gerarchie militari e criminalità organizzata che portarono alla morte non solo di De Mauro, ma anche del magistrato Pietro Scaglione, assassinato da Luciano Leggio e Totò Riina nel maggio 1971, il giorno prima che andasse in tribunale per testimoniare sulla vicenda De Mauro.
E pure il vice questore di Palermo Boris Giuliano, il 21 luglio 1979, verrà fatto fuori dalla mafia dopo aver completato le indagini su Mattei. In coincidenza con questi omicidi spariscono sistematicamente i documenti più scottanti sugli affari e i delitti che riguardano il petrolio italiano.
Ora, non è affatto scontato che il famoso Appunto 21, di cui nel manoscritto rimane solo il titolo (Lampi sull'Eni), sia stato trafugato. Ma ci sono elementi che concorrono a questa ipotesi: intanto nell'Appunto 22 Pasolini lo cita come un capitolo già scritto, che doveva contenere, tra l'altro, riferimenti espliciti al periodo partigiano di Cefis, oscurato da un episodio compromettente. Di un'effrazione in casa Pasolini nei giorni successivi all'omicidio parla un cugino dello scrittore, Guido Mazzon, che ricorda una telefonata in cui la cugina Graziella Chiarcossi comunicava quel furto.
Nel marzo 2010, Marcello Dell'Utri annunciò che quelle carte sarebbero state esposte alla Mostra del libro antico di Milano, salvo poi tirarsi indietro. Nella mostra c'era, insieme al libro di Steimetz e altrettanto introvabile, un altro volume, intitolato L'uragano Cefis: autore misterioso, editore misterioso.
Dell'Utri disse di aver visto i 78 fogli del capitolo Lampi su Eni: il caso vuole che Pasolini dichiarò di aver scritto 600 pagine e ciò che rimane sono 522 fogli. Dell'Utri aggiunse che si trattava di veline gialle, esattamente come tanti fogli Extrastrong di carta Fabriano che costituiscono il manoscritto del romanzo. Può darsi che il senatore avesse imparato a memoria la parte, al punto da far coincidere alla perfezione tutti gli elementi. Difficile dire.
Difficile sapere perché un senatore della Repubblica abbia fatto questo annuncio, per poi smentirlo. Incredibile che, legandoli a quel ritrovamento presunto, abbia fatto dichiarazioni su risvolti oscuri della storia italiana (Mattei, Cefis, Pasolini...) senza poi essere minimamente sollecitato a spiegare meglio e a metterci sulle piste del testo inedito. Dopo un'interpellanza parlamentare di Walter Veltroni, tutto è sprofondato nel silenzio. Gli anticomplottisti ne saranno felici.



Questo è Cefis 
Firmato da un fantomatico Giorgio Steimetz è un libro-verità assai documentato, dal piglio ironico e a volte canzonatorio. Arriva in libreria nel 1972, ma subito viene fatto sparire. E si capisce: è la documentata «inchiesta dal vero» sul potentissimo nonché “invisibile” presidente di Eni e Montedison Eugenio Cefis, una delle figure più inquietanti e controverse della storia repubblicana, che una informativa riservata del Sismi (il Servizio segreto militare) indica come «il vero capo della P2» e che nel 1971 viene nominato ai vertici di Montedison, il colosso chimico privato poco prima acquisito dall’Eni. Nelle sue mani – ha scritto il politologo Massimo Teodori – Montedison «diviene progressivamente un vero e proprio potentato che, sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti». Nel 1974 si scoprirà che il capo dei Servizi segreti Vito Miceli – tessera P2 n.1605 – quotidianamente inoltrava informative al presidente di Montedison, quasi che il Sid fosse la personale polizia privata di Eugenio Cefis. Fiancheggiato dagli spioni di Stato Cefis monitora politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Questo inquietante scenario da pre-golpe è ripreso da Pier Paolo Pasolini in Petrolio, il romanzo sul Potere che la sua morte violenta gli impedì di terminare. Petrolio riprende quasi alla lettera ampi paragrafi di Questo è Cefis e dei “mattinali” del Sid al «grande elemosiniere», reinventandoli narrativamente. Sono temi brucianti, che Pasolini tratta contemporaneamente sia nel romanzo che sulle pagine del “Corriere della Sera”. La sua denuncia avrà breve durata: la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pasolini muore massacrato da «tre siciliani» quarantenni (e non dal diciassettenne Pino Pelosi); nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che – ha scritto Gianni D’Elia – dall'omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980 e, ora sappiamo, fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti». La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema che si muove con le bombe degli anni Settanta per arrivare con mezzi più subdoli alla presa del potere dei nostri giorni. In questo imperdibile libro-inchiesta di Steimetz, cui deve molto l’incompiuto e mutilato Petrolio di Pasolini, si trova la chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico-mafioso. Sono pagine sull’Italia del doppio boom anni Settanta: sviluppo e bombe. Bombe stragiste, piduiste e mafiose. Uno «Stato nello Stato» che nel 1962 ha tolto di mezzo il presidente dell’Eni Enrico Mattei; nel 1968 il giornalista Mauro De Mauro; nel 1971 il giudice Pietro Scaglione; nel 1975, con ogni probabilità, lo stesso Pasolini. La catena dei delitti mafiosi e di Stato prosegue nel 1979 con la morte del vice questore di Palermo Boris Giuliano. Nel 1992 vengono eliminati i magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.






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