domenica 31 marzo 2013

MICHELE SINDONA


micheòesindona Franklin bank


Roberto Calvi? «L’ho praticamente creato io. Ad un certo punto si è trovato solo, solo come ero io».



Primi anni
Michele Sindona nasce nel 1920 a Patti in provincia di Messina, figlio di un piccolo impresario di pompe funebri. Sindona studia dai gesuiti. Laureato in giurisprudenza a Messina nel 1942, lavora per un paio di anni come avvocato.

Soprannominato agli inizi della sua folgorante carriera come "l'avvocaticchio di Patti", viene raccomandato agli alleati sbarcati in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale dal boss Lucky Luciano. Immediatamente comincia a darsi da fare e intrattiene rapporti con l'AMGOT, il governo militare alleato. Compra grano dal capomafia Baldassarre Tinebra, nominato sindaco di Regalbuto dagli americani e socio di Calogero Vizzini, per rivenderlo al governo militare alleato facendosi pagare in armi che rivendeva poi all' EVIS comandato da Salvatore Giuliano. Anche John Mc. Caffery è in rapporti di amicizia e affari con Sindona in quel periodo.

Attività finanziaria 
Al termine della guerra si trasferisce a Milano nel 1946 apparentemente con i proventi del losco traffico in Sicilia e nient'altro, ma dopo 10 anni amministra un patrimonio di 300 miliardi.
La ragione del suo successo è da ricercare nel viaggio che nel 1952 Sindona compì negli USA, dove consolidò le sue conoscenze all'interno di Cosa Nostra, con i servizi segreti statunitensi e con gli ambienti finanziari. Al ritorno da questo viaggio cominciò ad operare come incaricato d'affari di società americane. è in questa veste che entra in rapporti con Franco Marinotti, padrone della SNIA Viscosa della quale Sindona vende i brevetti per la fabbricazione di fibre in USA. Marinotti, coincidenza, ha collaborato durante l'ultimo periodo della guerra con John Mc Caffery.
Attraverso Marinotti Sindona entra in rapporti con Ernesto Moizzi che possiede una piccola banca con cui opera in Borsa per conto della SNIA Viscosa: la Banca Privata Finanziaria. Moizzi possiede anche le fonderie Vanzetti, una specie di azienda rottame di cui non sa come liberarsi. Sindona trova un compratore pronto a pagare senza battere ciglio il triplo del valore dell'azienda, si chiama Dan Porco, boss mafioso e rappresentante della Crucible Steel of America che fa parte del gruppo Colt Industries, la grande multinazionale produttrice di armi.
Dopo la vendita delle Acciaierie Vanzetti, Sindona si guadagna presso Moizzi la totale fiducia e ne diviene socio.
Sindona continua a tessere i suoi rapporti con Cosa Nostra statunitense e quando Joe Adonis viene a Milano, nel Febbraio 1956, per coordinare l'insieme delle attività mafiose in tutta l'Europa centro-occidentale, soprattutto il traffico di stupefacenti in Germania ed Olanda conosce Sindona. Joe Adonis per giustificare la sua prolungata presenza in Italia, si presentava come incaricato da società USA di investire nel campo dei supermercati e degli impianti alberghieri, frequenta quindi assiduamente Sindona che gli fa da consulente fiscale. Successivamente Adonis incaricò Sindona di svolgere alcune missioni di fiducia negli Stati Uniti. Il 12 Ottobre 1957, grazie a simili entrature, partecipa al summit a Palermo di Cosa Nostra statunitense e della mafia siciliana, dove viene deciso di intraprendere il traffico di stupefacenti e dove viene decisa la condanna a morte di Albert Anastasia.
Nel 1959, quindi, Sindona torna in USA su incarico di Adonis e prende contatti con la famiglia di Vito Genovese, al quale l'"avvocaticchio" sistema la situazione contabile e fiscale delle società "legali" di "don Vitone".
Michele Sindona entra quindi nella P2 di Licio Gelli dove conosce John Mc Cone, direttore repubblicano della CIA, fervente cattolico e in stretti rapporti con alti prelati. Negli anni '60, Sindona importa a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street: offerte pubbliche di acquisto (OPA), conglomerate, private equity. Nel 1962 grazie alle nuove conoscenze viene incaricato dal Vaticano di "...curare gli affari della Chiesa, negli Stati Uniti..." e lo IOR entra con una partecipazione del 24,5% nella Banca Privata Finanziaria, di cui nel frattempo Sindona è riuscito ad assumere il pieno controllo con capitali di dubbia provenienza. Gli altri soci di minoranza sono la Continental Illinois Bank di cui è presidente David Kennedy, nona per attività di bilancio negli USA ed una delle più utilizzate dalla CIA per le sue operazioni, e la Hambròs Bank (Gran Bretagna). David Kebnnedy è amico e concittadino di Paul Marcinkus, presidente dello IOR e di Dan Porco, e così il cerchio si chiude. Kennedy è socio di Sindona anche nella Fasco A.G., la società del Liechtenstein da cui Sindona manovra in tutto il mondo.
La Hambròs Bank di Londra è invece presieduta da Jocelyn Hambro un collaboratore durante la seconda guerra mondiale di John Mc Caffery.
Hambro era entrato in rapporti durante la sua attività nell'IS inglese con l'industriale fascista Marinotti e con Edgardo Sogno, con cui continuò a mantenere rapporti di solida amicizia. Questo la genesi dell'"Impero Sindona", per le vicende che seguirono fino ad arrivare alla morte di Sindona per avvelenamento rimandiamo alla cronologia.
Nel 1967 l'Interpol statunitense segnalò Sindona come implicato nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti, per via dei suoi legami con personaggi degli ambienti di Cosa Nostra.
Sindona entra inoltre tra le conoscenze del cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro papa Paolo VI. 
Nel 1971 le sue fortune iniziano a rovesciarsi, a seguito del fallimento dell'OPA sulla finanziaria Bastogi, cui si era opposto Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca.
Nel 1972 entrò in possesso del pacchetto di controllo della Franklin National Bank di Long Island, nell'elenco delle prime venti banche statunitensi. Possedeva inoltre partecipazioni in altre aziende, tra cui una banca di investimento in Italia in diretta concorrenza con Mediobanca. Le sue banche si associarono ad altri istituti di credito, come la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.
Nel 1973 Sindona  viene incaricato dalla Cia di organizzare un’operazione finanziaria internazionale contro la lira, per rafforzare il clima di insicurezza in Italia e preparare sbocchi politici autoritari. “La speculazione contro la lira e altre valute da parte delle banche di Sindona, orchestrata dal braccio destro del finanziere, Carlo Bordoni, effettivamente ci fu. E si tradusse per le banche controllate da Sindona in una perdita di 800 milioni di dollari, che non risulta sia stata rimborsata dalla cia” (Il Mondo, 3 aprile 1981).
Sindona venne salutato come "salvatore della lira" da Giulio Andreotti, e nominato "uomo dell'anno" 1974 dall'ambasciatore americano in Italia, John Volpe. Ma nell'aprile dello stesso anno, un crollo del mercato azionario condusse al "crack Sindona". I profitti della Franklin Bank crollarono del 98% rispetto all'anno prima e Sindona accusò un calo di 40 milioni di dollari, iniziando a perdere la maggior parte delle banche acquisite nei 17 anni precedenti. L'8 ottobre 1974, la banca di Sindona fu dichiarata insolvente per frode e cattiva gestione, incluse perdite da speculazione sulle valute correnti e cattive politiche di prestito.


Corruzione e bancarotta fraudolenta
Sindona passò dall'essere un mago della finanza internazionale a essere uno dei più grandi e potenti criminali. Attraverso una serie numerosissima di libretti al portatore trasferì 2 miliardi di lire sulle casse della Democrazia Cristiana, e parecchi milioni di lire transitarono attraverso la CIA, la Franklin Bank e il SID per finanziare, secondo la commissione d'inchiesta del Senato degli Stati Uniti, la campagna elettorale di 21 politici italiani.
Gelli - Calvi - Sindona - Marcinkus
Nel 1971 la Banca d'Italia per mano del Banco di Roma iniziò a investigare sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi gestiti (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Il Banco di Roma accordò un prestito a Sindona; il suo amministratore delegato Mario Barone fu cooptato come terzo amministratore degli istituti, riuniti nella Banca Privata Italiana, mentre il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, ne divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Fignon andò a Milano a rivestire la carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l'immediata sospensione.
Ciò che emerse dalle investigazioni indusse la Banca d'Italia, nel 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli, che assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, cominciando dalla società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili.
Contemporaneamente a questa opera di controllo, Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere l'approvazione di documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti della Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie, e l'indagine vide dunque coinvolta anche l'FBI.


Mandante dell'omicidio Ambrosoli
Nel 1977 Sindona si incontrò spesso con il suo Gran Maestro Licio Gelli per elaborare piani di salvataggio della Banca Privata Italiana; Gelli stesso interessò l'onorevole Giulio Andreotti, il quale gli riferì che "la cosa andava positivamente" ed incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e l'onorevole Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana, il
Giorgio Ambrosoli
quale venne però rifiutato da Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d'Italia. Inoltre Sindona chiese denaro al banchiere Roberto Calvi per rimette in piedi le sue banche ma, fallito questo tentativo, iniziò a ricattarlo attraverso le campagne di stampa del giornalista Luigi Cavallo che mettevano in luce le attività illegali del Banco Ambrosiano diretto da Calvi.
In questi anni Sindona incanalava nelle sue società finanziarie gli investimenti del mafioso americano John Gambino; attraverso Sindona e Gambino, i boss Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola investivano il loro denaro sporco in società finanziarie e immobiliari estere: tutte le transazioni finanziarie che riguardavano il riciclaggio avvenivano nella Finabank di Ginevra (in cui la Banca Privata Finanziaria aveva una partecipazione di controllo) e l’Amincor Bank di Zurigo, la quale ufficialmente non era riconducibile a Sindona.

Aricò arrestato
Nel 1979 Ambrosoli ricevette una serie di telefonate intimidatorie anonime nelle quali il suo interlocutore (indicato da Ambrosoli con il termine convenzionale di "picciotto" per via del suo accento siciliano); l'autore delle telefonate anonime era il massone Giacomo Vitale, cognato del boss mafioso Stefano Bontate. L'11 luglio 1979 Ambrosoli venne ucciso con quattro colpi di pistola dal malavitoso americano William Joseph Aricò, che aveva ricevuto l'incarico da Sindona stesso attraverso il suo complice Robert Venetucci (un trafficante di eroina legato a Cosa Nostra americana) mentre nei pedinamenti ad Ambrosoli per preparare l'omicidio, Aricò era stato accompagnato da Giacomo Vitale, l'autore delle telefonate anonime; il delitto venne eseguito per rimuovere un ostacolo, rappresentato da Ambrosoli, alla realizzazione dei progetti di salvataggio delle banche e per terrorizzare Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca ed oppositore del piano di salvataggio.






Il finto sequestro 
sindona sequestro

John Gambino
Nell'agosto 1979, mentre era indagato dalle autorità statunitensi, Sindona scomparve improvvisamente da New York e, servendosi di un passaporto falso, raggiunse Vienna accompagnato da Anthony Caruso, un piccolo funzionario della Barclays Bank, e Joseph Macaluso, un costruttore italoamericano; Sindona, dopo una sosta ad Atene, arrivò a Brindisi e da lì in macchina arrivò a Caltanissetta, venendo raggiunto in momenti diversi da Giacomo Vitale e da altri massoni, tra cui il suo medico di fiducia Joseph Miceli Crimi (affiliato alla loggia P2), che lo accompagnarono nel resto del viaggio. Il 17 agosto arrivò a Palermo e successivamente incontrò John Gambino, giunto da New York per seguire personalmente la vicenda: Sindona venne ospitato nella villa di Rosario Spatola a Torretta. Lo scopo del viaggio di Sindona era quello di simulare un sequestro ad opera di un inesistente gruppo terroristico denominato “Comitato Proletario E
versivo per una Vita Migliore“ ma in realtà organizzato da John Gambino, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo e doveva servire a fare arrivare velati avvisi ricattatori per portare a buon fine il salvataggio delle sue banche e quindi del denaro investito da Gambino e dagli altri mafiosi.
Stefano Bontate
Durante questo periodo Sindona mandò Miceli Crimi almeno due volte ad Arezzo per convincere Licio Gelli a fare pressioni ai suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ed in cambio gli offrì la cosiddetta "lista dei cinquecento", l'elenco di notabili che avevano esportato capitali illegalmente. Tuttavia però i tentativi di pressione fallirono. Seguirono alcuni tentativi di intimidazione nei confronti di Enrico Cuccia, di cui si occupò John Gambino: nell'ottobre 1979 Cuccia ricevette numerose telefonate minatorie e il suo portone venne incendiato da due molotov. Infine, come tentativo estremo, nella villa di Torretta Sindona si fece addirittura sparare ad una gamba da Miceli Crimi sotto anestesia, al fine di rendere più veritiero il
sequestro. Inoltre Sindona aveva proposto a Stefano Bontate un piano separatista della Sicilia e l'affiliazione di alcuni mafiosi siciliani in una loggia massonica coperta, anche se la proposta non venne accolta positivamente da tutti i mafiosi.
 Il 16 ottobre 1979, dopo il fallimento dei vari tentativi di ricatto, Sindona "ricomparve" in una cabina telefonica di Manhattan, in condizioni fisiche opportunamente da sequestrato, e si arrese alle autorità. Nel 1980, Sindona venne condannato negli Stati Uniti per 65 accuse, tra cui frode, spergiuro, false dichiarazioni bancarie ed appropriazione indebita di fondi bancari; la sua difesa era assicurata da uno dei principali avvocati americani, Ivan Fisher.
Mentre si trovava in carcere, nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò agli U.S.A. domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per omicidio. Il 27 marzo 1984 Sindona venne condannato a 25 anni di prigione e il 18 marzo 1986 fu condannato all'ergastolo quale mandante dell'omicidio Ambrosoli.


Sindona e Venetucci in carcere




Morte
Due giorni dopo la condanna all'ergastolo, fu avvelenato con un caffè al cianuro di potassio nel supercarcere di Voghera, il 20 marzo 1986: morì all'ospedale di Voghera dopo due giorni di coma profondo. Sindona era stato visitato in carcere da Carlo Rocchi che lo aveva rassicurato dell'aiuto degli americani per le sue vicende. La sua morte è stata archiviata come suicidio poiché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente pregnante e quindi risulta difficile l'assunzione involontaria;
il comportamento e i movimenti di Sindona stesso lo confermavano, facendo pensare a un tentativo di auto-avvelenamento per essere estradato negli Stati Uniti, coi quali l'Italia aveva un accordo sulla custodia di Sindona legato alla sua sicurezza e incolumità. Quindi un tentativo di avvelenamento lo avrebbe riportato al
sicuro negli Stati Uniti. Sindona fece di tutto per ottenere l'estradizione negli Stati Uniti e l'avvelenamento, secondo l'ipotesi più accreditata, fu l'ennesimo tentativo. Quella mattina andò a zuccherare il caffè in bagno e come ricomparve davanti alle guardie carcerarie gridò: «Mi hanno avvelenato!». Resta comunque plausibile l'ipotesi che la persona fino a oggi ignota che gli fornì il veleno, lo manipolò in modo che lo portasse alla morte e non, come previsto, a un semplice malore, magari in accordo con chi lo avrebbe voluto togliere di mezzo.
Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: "fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto". Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.
Ancora nel 2010, Giulio Andreotti riportava un giudizio positivo su Sindona: «Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona. Il fatto che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene».


Paolo Panerai per Milano Finanza
Pochi mesi prima del crack, Sindona era stato carinamente intervistato da Enzo Biagi per la terza pagina del Corriere della Sera con dichiarazioni, non controbattute, secondo cui il suo impero era di una solidità granitica. Sapendo che sapevo, Biagi ha tentato successivamente più volte di ostacolare la mia carriera giornalistica.
Dopo Sindona, e dopo il libro 'Il Crack' che ho scritto con Maurizio De Luca, intervistai Bordoni, finito nel carcere modello di Caracas, dove era riparato, per aver frodato le autorità venezuelane per ottenerne la cittadinanza. Bordoni fece le rivelazioni fondamentali perché il procuratore John J. Kenney di Manhattan, con il giudice Thomas Griesa (che ora sta perseguendo il governo argentino per i tango bond non pagati), potesse incarcerare Sindona.
Bordoni rivelò per mio tramite che quanto Sindona aveva dichiarato alla Sec relativamente all'origine dei capitali per comprare la Franklin era falso: i soldi non erano suoi ma delle banche italiane che controllava e se ne era impossessato con prestiti fiduciari. Quella confessione è valsa a Bordoni eterna protezione di tre marshall e il cambiamento dei connotati nel programma dei collaboratori di giustizia.
Per questa mia attività giornalistica, ero in costante contatto con il giudice istruttore Ovilio Urbisci ed ero diventato buon amico del liquidatore Ambrosoli, nonché dei suoi collaboratori, con in primo piano il maresciallo della Guardia di finanza, Silvio Novembre.
Il rapporto di fiducia con Ambrosoli era assoluto e del resto ci accumunavano anche le minacce da parte di Sindona tramite un suo familiare. Fu così, che proprio per parlare delle minacce comuni, che un giorno andai a trovare Ambrosoli negli uffici della banca in via Boito.
Come al solito, Ambrosoli era sorridente e con il volto sereno, nonostante lo stress del lavoro di 16 ore al giorno. «Ho qualcosa da mostrarti», mi disse Giorgio. «Visto che loro alzano il tiro, è giusto che la verità emerga». E mi mostrò la lista cosiddetta dei 500 perché conteneva i nomi e i conti cifrati di 500 italiani presso la banca svizzera di Sindona, la Finabank di Ginevra.
«Ma voglio che tu ti trascriva un solo nome: eccolo». Il martedì dopo, giorno di chiusura de Il Mondo, di cui ero diventato direttore, passai in tipografia una finta copertina a colori. All'ultimo minuto, prima che iniziasse la stampa, passai la foto del presidente della Repubblica, Giovanni Leone, con lo strillo «Lista dei 500 - C'è anche lui».
Angelo Rizzoli, presidente della casa editrice, era molto amico di Mauro Leone, il figlio del presidente, ma quando uscì il giornale e io gli portai la prima copia, con la lettera di dimissioni in tasca, da vero editore il nipote del fondatore non fece una piega. Era turbato, ma non mi disse una parola negativa.
La lista dei 500, che nessuno aveva voluto vedere (il vicepresidente del Banco di Roma, Ferdinando Ventriglia, era addirittura fuggito quando gliela volevano mostrare), dimostrava inequivocabilmente la profondità dei rapporti politici di Sindona, non solo negli Usa ma anche in Italia, e anche oltre al noto legame con Andreotti. Ma nessuno di questi rapporti era così stretto come quello con il pluripresidente del Consiglio.
L'encomio che Andreotti fece a Sindona, definendolo in una cena americana «salvatore della lira» (lira che lo stesso Sindona aveva attaccato attraverso Bordoni, il re dei cambisti, e i legami di quest'ultimo con la banca centrale ungherese), era niente. Andreotti fece di tutto per salvare Sindona anche dopo il crack, quando Ambrosoli ne metteva a nudo le malefatte.
L'operazione, che coinvolse Enrico Cuccia fino all'incontro americano fra questi e Sindona, passava attraverso Franco Evangelisti, che a sua volta operava attraverso l'avvocato Rodolfo Guzzi, l'unico che ha seguito Sindona sino alla fine.
Il salvataggio doveva essere fatto attraverso Mediobanca e le minacce pesanti a Cuccia avevano sortito i loro effetti, appunto sino a spingere il capo di Mediobanca a recarsi a New York per incontrare Sindona. In sostanza, doveva avvenire una sorta di concordato stragiudiziale per rimettere le banche in bonis. Un'operazione impossibile, alla quale Ambrosoli si oppose fin dal suo delinearsi. E fu proprio questo rifiuto che lo condannò.
Lei, Senatore Andreotti, conosce perfettamente quei fatti. Sa anche che Cuccia tacque alle autorità le palesi minacce di cui Sindona stesso gli aveva parlato contro l'avvocato Ambrosoli. Lei sa bene che il suo più diretto collaboratore, Evangelisti, esercitò ogni forma di potere per salvare Sindona. Ma né Lei, che pure conosceva benissimo il clima che si era creato, né Cuccia (che sorprendente combinazione!) faceste niente per salvare un Eroe, come Ambrosoli.

                                                                                                                                                                     




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