venerdì 21 dicembre 2018

EDOARDO TOSCANO, "Operaietto"


Edoardo Toscano,

Nato a Roma il 10 ottobre del 1953 nella zona della Magliana, detto l'Operaietto per la sua abilità nell'industriarsi e di sapersela cavare in ogni circostanza. 
Da sempre nel giro della malavita comune romana, la sua prima segnalazione per furto avviene all'età di diciotto anni mentre, il suo primo arresto per rapina e tentato omicidio risale, invece, al 1975. 
Ma la sua permanenza tra le sbarre durerà molto poco: l'11 novembre dello stesso anno, infatti, è protagonista assieme ad altri undici detenuti (tra cui Laudavino De Santis detto lo zoppo, Nicolino Selis e Giuseppe Magliolo), di un'evasione dal carcere romano di Regina Coeli.
Tornato libero si riunisce alla sua batteria, un gruppo in cui agiscono malavitosi come Fulvio Lucioli (detto il sorcio), Giovanni Girlando (il roscio), Libero Mancone e i fratelli Giuseppe e Vittorio Carnovale (cognati dello stesso Toscano) che, capeggiati dal sardo Nicolino Selis stringono un patto d'interesse per riunire le proprie conoscenze e delineare un progetto di compimento di azioni criminose con altre due batterie capitoline (i “maglianesi” di Giuseppucci e Abbatino e i “testaccini” di De Pedis e Abbruciati) che da lì a poco formeranno il nucleo “storico” della banda della Magliana.
Prima azione a cui partecipa in prima persona, il 7 novembre del 1977, al rapimento del duca Grazioli che ha luogo nella tenuta di famiglia nei pressi di Settebagni. Spostato in vari covi provvisori, con l'aiuto di un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato con l'intento di gestire al meglio un sequestro che finirà però nel sangue con il duca ucciso per aver visto a volto scoperto uno dei rapitori. Toscano e compagni riescono comunque ad incassare il riscatto di due miliardi che, nella nuova logica imprenditoriale decisa di comune accordo dall'intera banda, invece di essere diviso tra i singoli componenti, verrà reinvestito in nuove attività criminali.
Il 25 luglio 1978 partecipa poi all'omicidio di Franco Nicolini, detto Franchino Er criminale, padrone assoluto di tutte le scommesse clandestine dell'ippodromo di Tor di Valle e le cui attività illegali suscitarono ben presto l'interesse della nascente banda. Avvicinato mentre si avvia a fine serata verso la sua auto, nel parcheggio dell'ippodromo, Nicolini viene steso con nove colpi di pistola da un gruppo di fuoco formato da Giovanni Piconi e lo stesso Toscano. 
L'eliminazione di Nicolini è un passo da gigante per la banda che, da ora in poi, ha via libera per poter gestire una gigantesca fonte di guadagno.
Col tempo, Toscano, riuscì a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano all'interno della stessa banda anche per la sua abilità nell'esecuzione di omicidi e di altre azioni delittuose come si deduce, ad esempio, tra le righe dell'ordinanza di rinvio a giudizio che anticipa il maxi-processo scaturito dalle rivelazioni del boss pentito Maurizio Abbatino e che consentirono di ridisegnare la mappa dell'organizzazione e di stabilire con precisione ruoli e responsabilità dei vari componenti tra cui, appunto, l'Operaietto, chiamato in giudizio "perché partecipava ad una associazione di tipo mafioso, avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omerta' che ne derivano, per commettere più delitti concernenti l'importazione, l'acquisto, la detenzione, la distribuzione, la cessione a terzi di sostanze stupefacenti, specie del tipo eroina e cocaina, nonché concernenti il porto e la detenzione di armi da sparo, comuni e da guerra; per commettere ancora più delitti contro la persona, il patrimonio, la pubblica amministrazione, l'amministrazione della giustizia, la fede pubblica e per realizzare profitti e vantaggi ingiusti; avendo promosso, costituito, finanziato, diretto e organizzato il sodalizio."

La morte

Il 13 febbraio 1989 esce di prigione in libertà vigilata. In quel periodo la banda è ormai divisa da una insanabile frattura per questioni di invidie e di denaro che, da lì a poco, avrebbe scatenato una sanguinosa faida tra il gruppo a cui faceva riferimento Toscano, cioè quello della Magliana e i Testaccini di Enrico De Pedis.
Come si legge nell'ordinanza di rinvio a giudizio per il processo ai componenti della banda: "Toscano dopo un comprensibile periodo, anche se breve, di riadattamento alla libertà, sicuramente tenta di riorganizzare le fila del sodalizio criminoso, che già in passato lo ha visto come uno dei capi indiscussi, aiutato in tale compito dai suoi vecchi accoliti. In tale contesto si trova di fronte il De Pedis e il Pernasetti che, unitamente al loro gruppo, si sono già consolidati. È questo un quadro che fotografa esattamente la riottosità dei "testaccini" a condividere, con gli altri sodali, le attività nelle quali essi, ormai, hanno pressoché raggiunto il predominio incontrastato: agevolati, in ciò, dalla mancata presenza di coloro che, soli, avrebbero potuto porre un freno a tali eccessi di volontà di dominio."
Toscano, che lamenta a Renatino soprattutto la mancata assistenza ai detenuti e ai familiari degli stessi, si mette subito alla ricerca di quest'ultimo deciso a farlo fuori per poi fuggire all'estero, subito dopo l'omicidio. 
Messo al corrente dai suoi delle intenzioni vendicative dell'Operaietto e giocando d'anticipo sul tempo rispetto all'ex amico ed ora rivale, De Pedis escogitò una trappola sapendo che Toscano aveva affidato in custodia una somma di denaro ad un panettiere di Ostia (Bruno Tosoni).
Secondo le rivelazioni della pentita Fabiola Moretti, interrogata nell'estate del 1994: "Renatino venne a sapere che Edoardo (Toscano, ndr) lo cercava e ritenne di doverlo uccidere, in quanto altrimenti sarebbe stato ucciso lui. Sapendo che Tosoni "reggeva" i soldi di Edoardo, circa 50 milioni di lire, offrì a costui una somma di altri 50 milioni perché attirasse Toscano in un'imboscata. L'incarico di uccidere Toscano venne dato da Renatino a Ciletto e a Rufetto. Ciletto, cioè Angelo Cassani era entrato a far parte della banda in occasione dell'omicidio di Roberto Faina. Rufetto anche in altre occasioni era stato usato come killer dei Testaccini come in occasione dell'attentato a Raffaele Garofalo, detto Ciambellone, in piazza Piscinula, dove però il Ciambellone venne mancato. Rufetto faceva il killer già all'epoca di Abbruciati."
Ignaro di ciò che stava per accadere, la mattina del 16 marzo 1989, Toscano si incontrò con Tosoni e rimase del tutto spiazzato quando, alle sue spalle, una moto di grossa cilindrata con due killer coperti dai caschi fece fuoco su di lui con armi semiautomatiche, colpendolo tre volte e lasciandolo morire sul colpo.
L'omicidio di Toscano, tuttavia, rimase senza colpevoli, perché non furono trovati riscontri e né Ciletto né Rufetto furono mai arrestati. 
La vendetta, invece, non si fece attendere e il 2 febbraio del 1990, anche De Pedis rimase sull'asfalto di Via Del Pellegrino, ucciso da due sicari nei pressi di Campo de' Fiori.



martedì 4 dicembre 2018

TONY CHICHIARELLI - Il Principe dei Falsari.

toni chicchiarelli

Tony Chichiarelli




1984 La morte

1984 sono le 3 di notte, in via Martini, quartiere Talenti, a due passi da viale Jonio, Chicchiarelli rincasa a bordo della sua Mercedes 190, insieme alla compagna ventunenne Cristina ed al figlioletto di appena un mese  sul sedile posteriore dell'auto.
Ha appena abbandonato una cena, ai commensali dice che il cappellano di Regina Coeli lo deve far entrare di nascosto per parlare con qualcuno.
Arrivato a casa un anonimo assassino attende che la compagna di Chichiarelli scenda dall'auto per aprire il portone di casa e le spara a bruciapelo un colpo con una pistola munita di silenziatore. La pallottola trapassa un occhio della vittima ed esce dalla parte posteriore del cranio.
La donna viene raggiunta all'occhio sinistro, braccio ed avambraccio destro dai colpi d'una pistola calibro sei e trentacinque e s'accascia priva di conoscenza accanto allo sportello aperto della Mercedes 190.
Chichiarelli allora scende di corsa dall'auto all'inseguimento dell'assassino, ma questi ad un certo punto si volta e gli scarica addosso l'intero caricatore della pistola: prima lo colpisce due volte al torace, Chichiarelli fugge ma il killer lo raggiunge nell'attigua via Landini e lo finisce con due colpi alla testa.
Al rumore degli spari, due metronotte, si precipitano fuori e si danno all'inseguimento dello sparatore, un giovane"di piccola statura, poco più d' un metro e sessanta, con indosso calzoni jeans ed un giubbetto forse di colore verde".
La ragazza si salva, ma Chichiarelli muore, a trentasei anni, alle sette del mattino, senza avere ripreso conoscenza.
Muore dopo alcune ore all'ospedale, nella prima mattina del 28 settembre; lo sparatore che lo ha centrato con sette colpi su dieci, un vero professionista ingaggiato da ignoti era l'esecutore di un tipico "regolamento di conti".
Il primo mistero di quest'omicidio riguarda l'identità del vero bersaglio dell'agguato. Sembra probabile che non fosse Chichiarelli il vero obiettivo, ma la sua compagna.
Un'intimidazione che ebbe un esito non previsto: l'assassino spara a Chichiarelli solo dopo che questi aveva iniziato ad inseguirlo.
La tipologia dell'agguato, inoltre, sembrerebbe esser riconducibile sia ad un regolamento di conti tra malavitosi, che ad un'intimidazione tipica della guerra di spie.
A parte la dinamica dell'omicidio, anche la mancata autopsia sul cadavere non permise di appurare dati assai importanti concernenti il calibro dei proiettili.
Ma i misteri più fitti emersero in seguito alla morte del falsario.
A casa di Tony vengono reperite due rivoltelle calibro 38 special con matricola abrasa e, dentro un contenitore di pellicole fotografiche, un cartoccetto di polvere bianca.
All'interno della cassaforte giacciono 37 milioni in contanti, gioielli e oggetti di grande valore ed una videocassetta.
Vi era registrato lo "Speciale Tg1" sulla rapina alla Brink' s Securmark di soli sei mesi prima.
Vennero pure trovate delle fotografie "Polaroid". In esse era ritratto Aldo Moro vivo nella "Prigione del Popolo" brigatista.

La vita

Danilo Abbruciati
Antonio Giuseppe Chichiarelli, soprannominato Tony, nasce il 16 gennaio 1948 a Rosciolo, frazione di Magliano dei Marsi (AQ), un paese dell'Abruzzo arroccato sugli Appennini.
Nel 1951 rimane orfano di madre, dopo le medie, nel 1962 lascia la scuola dove l'unica passione è per il dipinto.
Nel 1968/1969 espletò il servizio di leva nel corpo degli Alpini. Una volta congedatosi, partì per Roma.
Nel 1970 fu arrestato dalle Forze dell'Ordine per possesso di pistole e mitra, ma venne rilasciato quasi immediatamente.
I primi anni nella capitale furono anni difficili furti, scippi, truffe e ricettazione gli consentirono di avere auto, moto e donne, ma anche i primi guai con la legge, venendo arrestato due volte.
Inoltre, nel 1976, simpatizzando per l'estrema sinistra gravitò nell'ambito dell'Autonomia capitolina. Nel corso della seconda carcerazione, a Regina Coeli, divenne molto amico di uno dei futuri capi della Banda della Magliana, Danilo Abbruciati, implicato nello spaccio di droga e nel giro delle rapine, e con contatti con l'estremismo di destra e con la Mafia.


La banda della Magliana

Tramite Abbruciati, Tony fece la conoscenza con il rappresentante di Cosa Nostra nella capitale, Pippo Calò, e col Clan dei marsigliesi, che – a quel tempo – si dividevano il mercato della droga nella capitale.
Anche Flavio Carboni ed agenti dei servizi segreti erano in contatto con Abbruciati e per suo tramite con Chichiarelli.
Pippo Calò
Nel corso del 1977 incontrò Chiara Zossolo, che possedeva una galleria d'arte a Trastevere e che lo introdusse nel mercato dell'arte, in cui cominciò a realizzare e vendere Falsi d'autore.
In quell'anno aprì un negozio di mobili ed attrezzature per l'ufficio: proprio dal suo negozio uscì la macchina da scrivere con cui fu redatto il falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il rapimento di Aldo Moro.
Nel gennaio del 1978, Tony prese in affitto, per una cifra allora assai elevata (950.000 lire mensili) una lussuosa villa in Viale Sudafrica, nell'esclusivo quartiere dell'EUR, dove andò a vivere con Chiara, che di lì a poco divenne sua moglie.
Nonostante le sue simpatie politiche per la sinistra extraparlamentare, Tony, in qualità di componente della Banda della Magliana (legata a filo doppio con i NAR), non esitò a frequentare terroristi di stampo neofascista quali Francesca Mambro e suo marito Giuseppe Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Massimo Sparti, Massimo Carminati ed altri esponenti di spicco dell'eversione di destra. Tramite la moglie, Tony fece pure la conoscenza di un trafficante di materiale tecnologico con la Libia, nonché informatore dei Carabinieri, tal Luciano Dal Bello.
Dal Bello, divenuto amico di Tony, stilò un rapporto su di lui, mettendolo nel contempo in contatto con elementi del tentato Golpe Borghese, soprattutto con un informatore della Polizia, tal Giacomo Comacchio.

1978 il caso Moro

I cinque processi del Caso Moro hanno accertato che fu lui a confezionare il falso comunicato numero sette delle Brigate Rosse ("Il comunicato del Lago della Duchessa", fingendo che fosse stato composto dalle Brigate Rosse) durante i 55 giorni del sequestro, ma non venne mai accertato chi fu a commissionarglielo.
Tony fu certamente a conoscenza dei tentativi di giungere a una conclusione positiva del rapimento di Moro: lo Stato incaricò i Servizi Segreti nella persona di Enzo Casillo di trattare con Raffaele Cutolo quale intermediario per giungere alla prigione di Moro grazie all'aiuto della Banda della Magliana e, forse, fu a conoscenza dell'informazione data ad un altro esponente dei Servizi Segreti, Antonio La Bruna, circa l'esatta localizzazione del covo brigatista di Via Gradoli.
Aldo Moro
Martedì 18 aprile 1978 alle ore 09.25 a.m., alla redazione de Il Messaggero, una telefonata anonima annuncia che in un cestino di rifiuti di piazza Gioacchino Belli a Roma è nascosta una copia del comunicato n. 7 delle Brigate Rosse.
È una fotocopia di un comunicato numero 7 che annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si troverebbe nel lago della Duchessa. I Brigatisti generalmente lasciano dei ciclostilati.
Il messaggio si presenta subito con caratteristiche completamente diverse dai precedenti: è molto breve, ironico e ha al suo interno diversi errori di ortografia. Non ci sono gli immancabili slogan conclusivi, l'intestazione "Brigate rosse" è scritta a mano. Nonostante ciò la relazione degli esperti garantisce l'autenticità del comunicato.
L'Italia conosce il dramma della avvenuta esecuzione, e apprende che "il corpo del Presidente è nei fondali del Lago della Duchessa", in Abruzzo. L'autore di quel falso è Tony Chichiarelli, che ne parla agli amici nel suo piccolo laboratorio dove continua a riprodurre qualunque cosa, soprattutto i suoi quadri.
Chi gli ha commissionato il falso comunicato aveva certamente uno scopo che appare ancor oggi ignoto e neppure è dato conoscere quale fosse il messaggio trasversale che tale comunicato volesse lanciare.
Chichiarelli era stato pure l'artefice di altri documenti e materiali di provenienza apparentemente brigatista, ma in realtà apocrifi, fatti ritrovare a Roma in quattro occasioni diverse, tutte successive alla conclusione della vicenda Moro: la prima delle quali il 20 maggio 1978, altre due nel 1979, e l'ultima il 17 novembre 1980. 

Falso comunicato N° 7:


«Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo "dittatoriale" della DC che per ben trent'anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante "suicidio". Consentiamo il recupero della salma, fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
È soltanto l'inizio di una lunga serie di "suicidi": il "suicidio non deve essere soltanto una "prerogativa" del gruppo Baader Meinhof.


Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime. P.S. - Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà "vigilata". 18/4/1978 Per il Comunismo Brigate Rosse'.»

Pecorelli

Carmine Pecorelli fu il direttore di un'agenzia di stampa specializzata nella divulgazione degli scandali politici durante gli anni settanta, Osservatorio Politico (OP).
La sera del 20 marzo 1979 fu ucciso all'interno della sua automobile, nel quartiere Prati di Roma, in via Tacito, poco lontano dalla redazione del suo giornale, con quattro colpi di una pistola calibro 7,65. I proiettili trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato, anche clandestino, ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della Banda della Magliana nascosto nei sotterranei del Ministero della sanità, arsenale a cui attingevano pure i terroristi neofascisti dei NAR.
Omicidio Pecorelli
Chichiarelli fu l'uomo che qualche tempo dopo il delitto Pecorelli confezionò e fece trovare in un taxi romano una serie di false "schede brigatiste" a carico di personaggi pubblici, insieme a oggetti che riportavano ai misteri del sequestro Moro (come una testina rotante IBM da macchina per scrivere, simile a quella usata per stilare i comunicati dei terroristi).
Circa un anno dopo l’uccisione di Aldo Moro, il 14 aprile del 1979, tre ragazzi americani trovano, sul sedile posteriore di un taxi, un borsello da uomo e lo consegnano al comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Roma, colonnello Antonio Cornacchia.
Il borsello, contiene una pistola con la matricola abrasa, undici munizioni calibro 7,65 e una di grosso calibro (Moro era stato assassinato con dodici colpi di arma da fuoco, di cui undici di piccolo ed uno di grosso calibro), una testina rotante per macchina da scrivere marca IBM, la stessa usata dalle BR nei vari comunicati diramati durante il sequestro, un mazzo contenete nove chiavi, nove come il numero dei membri del commando che rapì Moro e uccise la sua scorta, due flash marca Silvana, come quelli usati nelle uniche due foto polaroid scattate durante il sequestro, un pacchetto di fazzoletti marca Paloma, come quelli usati per tamponare le ferite di Moro e ritrovati sul suo cadavere, una carta stradale con indicato il Lago della Duchessa, una bustina contenente delle pillole come quelle che i medici avevano prescritto a Moro, delle pagine dell’elenco del telefono relative ad alcuni ministeri, con su scritte le cifre di un codice numerico, analogo a quello usato nel comunicato in codice numero uno, e quattro schede di cui la prima contenente un piano per l’eliminazione delle guardie del corpo del presidente della Camera Pietro Ingrao, un’altra riguardante il piano per l’eliminazione del procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci, incluso il numero di telefono di casa della vittima risalente agli anni sessanta, la terza indicante il piano per il rapimento del presidente dell’ordine degli avvocati di Roma Giuseppe Prisco di Milano, ed in ultimo un piano per l’eliminazione del giornalista Mino Pecorelli, ucciso il 20 marzo 1979, 25 giorni prima del ritrovamento del borsello.
Nella scheda relativa a Pecorelli oltre alla scritta “da eliminare”era annotato l’indirizzo della sua abitazione, il tipo ed il colore della sua auto, inclusa la targa.
Nella scheda veniva anche specificato di agire entro e non oltre il 24 marzo, aggiungendo che l’avergli concesso ulteriore tempo avrebbe creato altri problemi. Si specificava inoltre di non rivendicare assolutamente l’omicidio, ma al contrario veniva sottolineata l’esigenza di depistare.
In fondo alla scheda compariva la scritta: “Martedì 20 ore 21:40 giunta notizia operazione conclusa positivamente: recuperato materiale non completo, sprovvisto dei paragrafi 162, 168, 174, 177”. Probabilmente i paragrafi a cui si fa riferimento sono quelli del memoriale scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, in possesso delle BR, di cui risulta ne avessero fatto anche una fotocopia.
Come sappiamo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, su indicazione di Giulio Andreotti, aveva fatto in modo attraverso un suo uomo di fare sparire il memoriale dal covo di via Montalcini a Roma prima dell’arrivo dei magistrati.
Secondo la testimonianza dei pentiti della Banda della Magliana, Chichiarelli aveva affermato di esser deluso per la magra ricompensa ai suoi servizi resi durante la prigionia di Moro.
Chiara Zossolo riferì alla Corte perugina un suo ricordo del 1981: al Senato era in corso la polemica sulla famosa cena al ristorante "la Famjia piemonteisa", nel corso del quale il senatore Claudio Vitalone e altri personaggi dell'entourage andreottiano avevano offerto soldi a Pecorelli perché cessasse di attaccare Andreotti sul suo giornale, "OP".
Commentando quel fatto, Chichiarelli spiegò di conoscere il vero motivo della morte del giornalista: "Pecorelli - disse l'uomo alla moglie - è stato ucciso perché aveva appurato delle cose sul sequestro Moro: era un brav'uomo e non meritava purtroppo di morire".
A rendere ancora più pesante questo riscontro è una seconda deposizione, resa dalla testimone Franca Mangiavacca, segretaria e ultima compagna di Pecorelli. La signora Mangiavacca ha infatti riconosciuto, in mezzo a decine di fotografie, quella di Chichiarelli.
È lui l'uomo che ha pedinato lei e Pecorelli nei giorni precedenti all'omicidio del giornalista.
Riassumendo, i giudici hanno stabilito con sufficiente certezza che Chichiarelli, poi a sua volta assassinato, partecipò alla fase di preparazione del delitto Pecorelli.
Chichiarelli dice alla moglie di conoscere il motivo per cui il giornalista è stato ucciso, e questo motivo è lo stesso indicato molti anni dopo da Buscetta.
Da qualche altra menzione, infine, sembra accertato che Chichiarelli fosse a conoscenza della fine di Mauro De Mauro, da mettersi in relazione col fallito Golpe Borghese e dal fatto che, ad organizzare quel tentativo di putsch, fossero stati i servizi segreti, come - peraltro - indica anche il colonnello Amos Spiazzi.
L'indagine aperta all'indomani del delitto Pecorelli coinvolse nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della Banda della Magliana), Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti, tutti poi prosciolti il 15 novembre 1991. 
Secondo le rivelazioni di Buscetta, dal "caso Pecorelli" si passa al caso del cosiddetto memoriale Moro nelle due versioni: quella "censurata", trovata nel 1978, e quella integrale rinvenuta soltanto nel 1990.
È probabile, secondo i magistrati, che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa abbia avuto tra le mani, fin dal 1978, la versione integrale.
Ed è altrettanto probabile che Dalla Chiesa e Pecorelli si siano incontrati almeno due volte dopo il rinvenimento del primo memoriale.
Dalla Chiesa
Terza cosa - certa - è che Pecorelli sapeva bene che il memoriale pubblicato dai giornali è monco: "La lettura del testo del memoriale Moro - scrive su "OP" Pecorelli il 24 ottobre 1978, due settimane dopo il ritrovamento da parte degli uomini di dalla Chiesa - ha già sollevato dubbi sulla sua integrità. Esiste infine un altro memoriale in cui Moro sveli importanti segreti di Stato?". Articoli sgraditi anche perché nei successivi numeri di "OP" Pecorelli comincia a pubblicare notizie e documenti esclusivi proprio su quegli argomenti - scandalo Italcasse, caso Sindona, riferimenti velati all'operazione Gladio - che sono contenuti nel memoriale integrale, quello che diventerà pubblico solo nel 1990. Ancora poco chiaro è il nome di colui che passò a Pecorelli queste notizie.
Come ignoto è il nominativo di colui che passò a Pecorelli la notizia, in anteprima, che il messaggio del Lago della Duchessa fosse un falso creato ad arte.

1984 La rapina del secolo

La sede romana della Brink's Securmark, società di trasporto valori, si trova al chilometro 9.600 della statale Aurelia. Negli anni settanta, uno degli azionisti della società era il bancarottiere Michele Sindona.
A posteriori, in tribunale, la moglie Chiara Zossolo indicherà che fu Tony a progettare una delle più grandi rapine avvenute in Italia, quella dei 35 miliardi di lire sottratti nel caveau della Brink's Securmark.
Un colpo magistrale, addirittura fin troppo facile, a detta degli inquirenti. Non è certo che Tony avesse cooperato con gli altri colleghi della Banda della Magliana.


identikit rapinatori  della briks a destra Chichiarelli


Pare che gli altri appartenenti alla banda non parlassero con un accento romano (tipico dei membri della Banda della Magliana), bensì piemontese.
Appare certo che esistessero almeno un paio di basisti appartenenti all'istituto vittima del furto, un dipendente ed un ex-dipendente.
Michel Sindona
Inoltre, le indagini hanno appurato che Chichiarelli avesse compiuto un sopralluogo qualche settimana prima del fatto addirittura entro il perimetro della banca, dopo l'orario di chiusura. Circa la banca, Chichiarelli conosceva la planimetria in modo dettagliato, così come i turni di sorveglianza ed i nominativi delle guardie. Per la riuscita del colpo, inoltre, aveva utilizzato un furgone in tutto simile a quello di proprietà della banca, di cui conosceva accuratamente e specificamente ogni movimento.
La Brink's Securmark non era propriamente una banca, bensì si trattava di un deposito che faceva capo a una catena bancaria di Michele Sindona.
La sera del 23 marzo 1984, un sabato, quattro uomini con il volto coperto da maschere, prelevano, verso l'ora di chiusura, una delle guardie giurate, Franco Parsi, al momento di rincasare. Il custode avrebbe dovuto iniziare il nuovo turno soltanto la mattina di lunedì 25 marzo, due giorni dopo.
Lo condussero a casa, dicendo a lui ed ai famigliari di essere un commando delle Brigate Rosse. Lo tennero in ostaggio fino all'alba della mattina successiva insieme alla moglie, alla suocera ed ai figli. Poi uno dei rapinatori rimase nell'abitazione per tenere a bada i familiari, virtualmente degli ostaggi veri e propri, mentre gli altri tre condussero la guardia giurata, che aveva le chiavi, al caveau della banca, dove disarmarono altri due agenti e senza sparare un colpo portarono via denaro liquido, traveller's cheque, oro e preziosi per una cifra astronomica, che fu stimata intorno a 35-37 miliardi (stima fatta dalla banca stessa, che stanziò due miliardi di ricompensa a chi avesse fornito informazioni utili al recupero della refurtiva).
Chichiarelli, invece, parlò alla compagna di almeno 50-55 miliardi, di cui due dati ai basisti ed altri venti ceduti ai complici con cui aveva condotto in porto l'impresa.
In pratica, almeno 30 miliardi erano tutti per il solo Chichiarelli.
Non fu una rapina qualsiasi: sul bancone gli ignoti lasciarono una serie di oggetti che stavano simbolicamente a rappresentare il vero significato dell'impresa.
Una granata Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette piccole catene e sette chiavi. La bomba Energa era dello stesso tipo usata durante l'agguato al colonnello Varisco (il tenente colonnello Antonio Varisco, comandante del nucleo dei carabinieri del Tribunale di Roma, venne ucciso dalle Brigate Rosse il 13 luglio 1979) e proveniva dall'armeria di via List.
Le sette chiavi e le sette catene furono lette come un chiaro riferimento al falso comunicato delle Brigate Rosse sul lago della Duchessa, mentre i sette proiettili calibro 7,62 riportano all'omicidio di Mino Pecorelli, e c'erano anche le cinque schede, identiche a quelle ritrovate dentro il borsello abbandonato nel taxi da Tony Chichiarelli all'epoca dell'omicidio del giornalista: gli oggetti lasciati intenzionalmente sul luogo della rapina facevano così affiorare lo stretto collegamento tra la fine del direttore di OP e il rapimento e la morte di Aldo Moro.
Furono lasciati anche falsi volantini di rivendicazione brigatista della rapina e le immancabili foto Polaroid scattate ai guardiani legati con, sullo sfondo, il drappo raffigurante la stella, emblema del gruppo terroristico. A differenza di quanto avvenne per il falso comunicato del Lago della Duchessa, in questa occasione gli specialisti riconobbero immediatamente come falsi sia i volantini di rivendicazione, che le fotografie.
Dopo la rapina miliardaria alla Brink's Securmark del 1984, nella quale pare fosse il capo del commando, Chichiarelli iniziò ad investire il frutto della rapina nel mercato immobiliare ed in quello degli stupefacenti. Egli venne ucciso sei mesi più tardi, a fine settembre di quell'anno, in circostanze mai chiarite.





Le varie ipotesi sul suo omicidio


  • Una vendetta della malavita per il florido commercio di stupefacenti nel frattempo avviato dal falsario.
  • Un regolamento di conti all'interno della malavita (la banca rapinata era collegata all'impero di Michele Sindona).
  • Una "eliminazione preventiva" ad opera dei servizi segreti, essendo il Chichiarelli un personaggio poco discreto, come accertato in aula giudiziaria dalle testimonianza della moglie, della compagna e dei conoscenti.
  • Uno sgarro ai suoi compagni della Banda della Magliana nel caso la rapina fosse stata compiuta da esponenti non appartenenti alla banda stessa, oppure, qualora i proventi della rapina non fossero stati divisi con gli appartenenti alla banda medesima, in base al patto di sangue che legava i componenti dell'associazione criminale.
  • Una eliminazione volta allo scopo di recuperare i documenti compromettenti stipati nel caveau della Brink's Securmark, tra i quali le famose polaroid che ritraevano Aldo Moro vivo nel carcere brigatista: al processo infatti fu avanzata l'ipotesi che il falsario rapinatore non avesse rispettato i patti coi servizi segreti, intenti a recuperare quello scottante materiale, alla base, fu detto, del vero movente della rapina stessa.
Sull'ultimo punto da sottolineare come i complici di Chichiarelli dichiareranno che sembrava più interessato ai documenti che ai soldi.




Luigi Cipriani, Intervento in Commissione stragi sull'affare Moro 15 aprile 1992. 
Allegato alla relazione finale del gruppo sui ritrovamenti di via Montenevoso.


"Signor presidente, concordo con la relazione presentata dal gruppo di lavoro sul caso Moro. Vorrei però che fossero allegate alcune integrazioni su elementi accennati nella relazione, ma che sono a mio avviso molto importanti, per cui andrebbero ulteriormente ampliati. Uno di questi riguarda la vicenda Toni Chichiarelli. Toni Chichiarelli è un personaggio romano legato alla banda della Magliana, con tutto ciò che ne consegue: conosciamo infatti i collegamenti della banda della Magliana con la mafia, con la destra eversiva, con i servizi segreti. Toni Chichiarelli era in contatto con un informatore, un agente del Sisde, tale Dal Bello, un personaggio di crocevia tra la malavita romana in collegamento con i servizi segreti e la banda della Magliana.

Toni Chichiarelli interviene nella vicenda Moro dimostrando di essere un personaggio assai addentro alla vicenda stessa (questo è quanto scrive il giudice Monastero che ha condotto l'istruttoria sull'assassinio di Toni Chichiarelli), come dimostrano due episodi. Il primo, che è stato chiarito, è il seguente: Toni Chichiarelli è l'autore del comunicato n.7, il falso comunicato del Lago della Duchessa; ed è anche l'autore del comunicato n.1 in codice, firmato Brigate rosse-cellula Roma sud. Toni Chichiarelli fece trovare un borsello sul taxi; all'interno di questo borsello erano contenuti alcuni oggetti che facevano capire che lui conosceva dal di dentro la vicenda Moro. Fece trovare infatti nove proiettili calibro 7,65 Nato, una pistola Beretta calibro 9 (e si sa che Moro è stato ucciso da undici colpi, dieci di calibro 7,65 e uno di calibro nove); fece trovare dei fazzolettini di carta marca Paloma, gli stessi che furono trovati sul cadavere di Moro per tamponare le ferite; fece trovare quindi una serie di messaggi in codice, e una serie di indirizzi romani sottolineati; fece trovare dei medicinali e anche un pacchetto di sigarette, quelle che normalmente fumava l'onorevole Moro; inoltre un messaggio con le copie di schede di cui farà ritrovare poi l'originale in un secondo episodio.

Vi è un secondo aspetto. Dopo la rapina della Securmark, ad opera della banda della Magliana con Toni Chichiarelli come mente direttiva, quest'ultimo fa trovare -lo scrive il giudice Monastero- una busta contenente un altro messaggio con gli originali di quattro schede riguardanti Ingrao ed altri personaggi. Questa volta, come dicevo, ci sono gli originali: si tratta di schede relative ad azioni che erano state programmate e previste; fa trovare però anche un volantino falso di rivendicazione delle Brigate rosse. Il giudice poi scrive: "Si rinveniva una foto Polaroid dell'onorevole Moro apparentemente scattata durante il sequestro". Viene eseguita una perizia di questa foto, e si rileva che non si tratta di un fotomontaggio. Come sappiamo, delle Polaroid non si fanno i negativi; è quindi una foto originale di Moro in prigione che Chichiarelli, dopo l'episodio del borsello, fa ritrovare in questo secondo messaggio, con le schede originali che riguardano Pietro Ingrao, Gallucci, il giornalista Mino Pecorelli, che sarà in seguito ucciso, e l'avvocato Prisco. 

Sulla scheda riguardante l'avvocato Prisco si parlava di questo famoso gruppo Mauro. Anche nel documento della registrazione che il Sisde ha fatto avere ai magistrati, si parla del gruppo Mauro che operava nella zona di Fiumicino e avrebbe dovuto avere in sequestro l'onorevole Moro. In sostanza emerge il famoso elemento di cui si è sempre parlato, ossia come la gestione del rapimento Moro abbia avuto due fasi; e la seconda fase è confluita nel ruolo giocato dalla banda della Magliana, all'interno della quale conosciamo la parte che hanno sempre svolto i servizi segreti e la mafia.

La vicenda Chichiarelli è quindi centrale all'interno del sequestro Moro, ma i magistrati non l'hanno mai approfondita, sia perché nel Moro-quater si è prestato fede a tutto quello che ha detto Morucci e non si è quindi voluti entrare nel merito di altri aspetti, sia perché il giudice Monastero ha dovuto archiviare ed ha lasciato in sospeso tutte queste parti, perché non erano di sua competenza. Tuttavia, egli ha fatto delle affermazioni molto precise sul ruolo svolto da Toni Chichiarelli all'interno della vicenda Moro. Vorrei perciò che quanto ho detto fosse allegato alla relazione, perché ritengo che sviluppando questa tematica si capirà molto meglio cosa è accaduto nel rapimento Moro.




martedì 27 novembre 2018

STRAGE DI CIACULLI


strage di ciaculli



La strage di Ciaculli

fu un attentato effettuato da Cosa Nostra in Italia nel 1963 in cui persero la vita 4 uomini dell'Arma dei Carabinieri, 2 dell'Esercito Italiano, e un sottufficiale del Corpo delle Guardie di P.S. (attuale Polizia di Stato).


strage di ciaculli 1963 giornale

Avvenne nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963: un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi. 
Le vittime furono il tenente dei carabinieri Mario Malausa, il maresciallo di P.S. Silvio Corrao, il maresciallo dei CC Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio, il soldato Giorgio Ciacci. L'episodio fu uno dei più sanguinosi durante gli anni sessanta che concluse la prima guerra di mafia della Sicilia del dopoguerra, che vide le uccisioni di numerosi mafiosi.

strage di ciaculli funerale

Durante la notte del 30 giugno 1963, l'esplosione di un'automobile imbottita di esplosivo che era stata abbandonata davanti all'autorimessa del boss mafioso Giovanni Di Peri a Villabate, provocò il crollo del primo piano dello stabile ed uccise il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro. 
Poche ore dopo quest'ultimo attentato, a seguito di una telefonata alla questura di Palermo avvisante della presenza sospetta di un'autovettura, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri, unitamente a un sottufficiale di Polizia in forza alla Squadra Mobile della Questura di Palermo, si recarono a Ciaculli, rinvenendo una Alfa Romeo Giulietta abbandonata con le portiere aperte.
Sospettando che si trattasse di un'autobomba venne chiamata una squadra di artificieri. Questi ispezionarono l'auto e tagliarono la miccia di una bombola trovata all'interno e quindi dichiararono il cessato allarme. Tuttavia l'apertura del bagagliaio da parte del tenente Mario Malausa, comandante della tenenza di Roccella, causò l'esplosione della grande quantità di tritolo ivi contenuta.


Le indagini

Le indagini dell'epoca ipotizzarono un mancato attentato preparato dai mafiosi Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti contro il rivale boss di Ciaculli Salvatore Greco e il suo associato Giovanni Di Peri, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie. Torretta e Buscetta (nel frattempo resosi latitante) vennero rinviati a giudizio per le autobombe di Villabate e Ciaculli ma nel processo di Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia vennero assolti per insufficienza di prove, anche se nello stesso processo Torretta venne condannato a 27 anni di carcere per omicidio mentre Buscetta (giudicato in contumacia) a dieci anni per associazione a delinquere. Nel 1984 Tommaso Buscetta, divenuto un collaboratore di giustizia, si discolperà e dichiarerà che Michele Cavataio era l'unico responsabile delle autobombe di Villabate e Ciaculli.


strage di ciaculli commemorazione




DOCUMENTI



lunedì 26 novembre 2018

Paul Marcinkus



«La Chiesa non si governa ad avemarie.»



Paul Casimir Marcinkus 

Cicero, 15 gennaio 1922 – Sun City, 20 febbraio 2006) è stato un arcivescovo cattolico statunitense.

Nacque a Cicero, un sobborgo di Chicago (Illinois), il 15 gennaio 1922 figlio di immigrati lituani.
Il padre, Mykolas Marcinkus, si guadagnava da vivere pulendo i vetri degli uffici.

Marcinkus e Paolo VI
Trasferitosi a diciotto anni nel seminario maggiore di St. Mary of the Lake a Mundelein, in Illinois, studiò filosofia e teologia e fu ordinato sacerdote per l'arcidiocesi di Chicago il 3 maggio 1947, per poi passare l'anno seguente al tribunale diocesano
Negli anni cinquanta, trasferitosi a Roma, studiò teologia presso la Pontificia Università Gregoriana ed ebbe la possibilità di lavorare nella prestigiosa sezione inglese della Segreteria di Stato. Ebbe così l'occasione di incontrare e lavorare con monsignor Giovanni Battista Montini, il quale nel 1963 fu eletto papa col nome di Paolo VI. Nello stesso anno fece costruire Villa Stritch, un complesso progettato per ospitare i prelati statunitensi, divenendone il primo rettore.
Secondo quanto pubblicato il 12 settembre 1978 dalla rivista OP - Osservatore Politico di Mino Pecorelli (ucciso il 20 marzo 1979), Marcinkus entrò a far parte della massoneria il 21 agosto 1967 con numero di matricola 43/649 e soprannome "Marpa". Il suo nome era indicato in una lista pubblicata da OP contenente 121 ecclesiastici massoni, fra cui Jean-Marie Villot (Cardinale segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli affari esteri del Vaticano), Pasquale Macchi (segretario di Paolo VI), monsignor Donato De Bonis (alto esponente dello IOR), Ugo Poletti (vicario generale di Roma), don Virgilio Levi (vicedirettore de «L'Osservatore Romano»), Annibale Bugnini (cerimoniere pontificio) e Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana).Il 24 gennaio 1968 fu nominato arcivescovo titolare di Orta da papa Paolo VI. Negli anni settanta Paolo VI lo incaricò di organizzare il servizio di guardia del corpo alla sua persona. Per tale incarico, oltre che per l'aspetto imponente e le maniere spicce, fu soprannominato "Il Gorilla".



Sindona e Calvi

Strinse amicizia con l'uomo d'affari statunitense David Matthew Kennedy, allora presidente della Continental Illinois National Bank di Chicago, poi nominato nel 1969 ministro del tesoro nell'amministrazione Nixon. 
Fu proprio il banchiere-ministro a mettere Marcinkus in contatto con Michele Sindona (finanziere siciliano, membro della P2 e in stretti contatti con la mafia), il quale a sua volta lo introdusse al presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi (anch'egli appartenente alla loggia massonica P2). 
Secondo il giornalista Nick Tosches, invece, che raccolse le memorie di Sindona intervistandolo in carcere ("Il mistero Sindona", edito nel 1986), fu quest'ultimo a presentare a Marcinkus il presidente della Continental. La Continental era in affari già dal 1960 con Sindona: la banca statunitense aveva acquistato in quell'anno un cospicuo pacchetto azionario della Banca Privata Finanziaria (24,5%).Con Calvi fondò nel 1971 la Cisalpina Overseas Nassau Bank (poi Banco Ambrosiano Overseas, indagato per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico) nelle Bahamas.
In una bobina registrata segretamente da Flavio Carboni si sente la voce di Calvi che dice: "Io gli ho detto sul muso a Marcinkus: guardi che se per caso risulta da qualche contabile che gira per New York che manda soldi a Solidarnosc, qui fra un po’ non c’è più pietra su pietra… Tanto per parlarci chiaro”.
Secondo Sindona Marcinkus era: «Un uomo avido ma onesto. Ha usato il denaro guadagnato dallo Ior, e cioè dalla banca del Vaticano, per impressionare il Papa e mettersi in buona luce».







Lo Ior ed Albino Luciani

Fu presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano, dal 1971 al 1989. Di particolare rilievo risultano i rapporti con il Banco Ambrosiano, al cui consiglio di amministrazione Marcinkus partecipò ben 23 volte.
Nel 1972 il suo nome viene tirato in ballo nello scandalo dei titoli azionari falsificati che il Vaticano avrebbe acquistato dalla mafia.
L’indagine sulla Vatican connection è affidata all’Fbi. Gli agenti entrano nelle sacre stanze e interrogano i più stretti collaboratori dell’allora Sostituto alla Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Benelli. Che da allora diventerà avversario di Marcinkus.
Il prelato di Cicero viene prosciolto dall’accusa, ma quella data segna l’inizio della sua cattiva fama.
Nello stesso anno entrò in contrasto con l'allora patriarca di Venezia Albino Luciani (poi papa Giovanni Paolo I) riguardo alla cessione da parte dello IOR del 37% delle azioni della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, senza avvisare i vescovi veneti.

Oltre a questi scandali, alcuni autori (fra cui il giornalista britannico David Yallop, autore del best seller In nome di Dio, pubblicato nel 1984), ipotizzarono che il monsignore fosse coinvolto, insieme al cardinale Villot (all'epoca Segretario di Stato), al cardinale Cody, a Licio Gelli e allo stesso Roberto Calvi, nella morte di papa Giovanni Paolo I, il cui pontificato durò solo 33 giorni e col quale esisteva una forte ostilità. Questa risaliva agli anni settanta, quando Marcinkus aveva venduto a Roberto Calvi del Banco Ambrosiano di Milano il 37% delle azioni della Banca Cattolica del Veneto (fondata per contribuire al lavoro assistenziale del clero veneto), senza informare il patriarca di Venezia (a quei tempi Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I) e i vescovi veneti. Essi, per protesta, chiusero i loro conti presso la Banca Cattolica del Veneto e Luciani trasferì i conti dell'arcivescovado nel Banco di San Marco.
Divenuto Papa, riconosciuto come innovatore e rinnovatore, Luciani intendeva riportare la Chiesa cattolica agli ideali originari di umiltà e semplicità, operando riforme nello IOR e nella stessa Curia. Secondo Yallop e il vaticanista Gianni Gennari, infatti, il Papa aveva con sé un taccuino, sparito poco dopo il ritrovamento del corpo, che conteneva un piano di ristrutturazione delle gerarchie ecclesiastiche (fra cui la sostituzione di Villot e Marcinkus). Secondo questa tesi, la morte del papa, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, sarebbe avvenuta per avvelenamento da digitale.

Il 26 aprile 1973 fu interrogato da William Lynch, capo della Organized Crime and Racketeering Section (OCRS) del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, e William Aronwald, vice capo della Strike Force del distretto sud di New York, riguardo a un caso di riciclaggio di denaro e obbligazioni false che partiva dalla mafia newyorkese e approdava in Vaticano, per un totale di 950 milioni di dollari. Alle indagini fecero seguito alcuni arresti, ma Marcinkus fu assolto per insufficienza di prove.
Fu accertato che lo IOR, a quel tempo diretto da Marcinkus, aveva avuto un ruolo primario nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, in un complicato "risiko bancario" che aveva come ulteriori protagonisti personaggi discussi come Michele Sindona e il "venerabile maestro" della loggia massonica P2, Licio Gelli.
Lo IOR, infatti, aveva concesso nel 1981 a Calvi lettere di patronage, con le quali confermava che «direttamente o indirettamente» esercitava il controllo su Manic. S.A. (Lussemburgo), Astolfine S.A. (Panama), Nordeurop Establishment (Liechtenstein), U.T.C. United Trading Corporation (Panamá), Erin S.A (Panamá), Bellatrix S.A (Panamá), Belrosa S.A (Panamá), Starfield S.A (Panamá), società fantasma con sede in noti paradisi fiscali, che avevano fatto da "paravento" alla destinazione dell'ingarbugliato flusso di denaro che aveva drenato duemila miliardi di lire dalle casse dell'Ambrosiano.
A seguito dello scandalo, l'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta impose lo scioglimento dell'Ambrosiano e la sua liquidazione coatta, avvenuta il 6 agosto 1982. Andreatta stesso tenne uno storico discorso in Parlamento l'8 ottobre 1982, riferendo pubblicamente delle responsabilità della banca vaticana e dei suoi dirigenti, fra cui lo stesso Marcinkus. 
Secondo i suoi calcoli il Vaticano fu coinvolto nello scandalo per una somma di circa 1.500 miliardi di lire. Nel 1987 Marcinkus venne indagato, assieme ad altri due dirigenti dello IOR, per concorso in bancarotta fraudolenta e venne emesso un mandato di cattura dalla magistratura italiana in rapporto al crack dell'Ambrosiano, ma dopo pochi mesi la Corte di cassazione prima, e quella Costituzionale poi, annullarono il mandato in base all'articolo 11 dei Patti lateranensi, facendo venir meno anche la conseguente richiesta di estradizione.
L'opinione del Vaticano, accreditata da recenti esternazioni di Giulio Andreotti e dall'opinione di Angelo Caloia, è che si agì con leggerezza nel delegare incarichi così delicati a una persona che si rivelò alla fine inadeguata e inesperta. 
Per David Yallo, però, Paul Marcinkus era tutt'altro che un incapace. Semmai, attraverso la conoscenza di Roberto Calvi, Michele Sindona e Licio Gelli, portò il livello economico del Vaticano a vette mai raggiunte prima, influenzando direttamente o indirettamente svariati governi.
Il 26 settembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò pro-presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, posizione da cui si dimise il 30 ottobre 1990.
In quanto presidente dello IOR rimase invischiato nello scandalo del crack del Banco Ambrosiano, riuscendo a evitare, grazie al passaporto diplomatico vaticano, il mandato di cattura emesso il 20 febbraio 1987 dal giudice istruttore del tribunale di Milano.







Il caso Orlandi

Il suo nome è citato anche in altri scandali, quali la morte di papa Giovanni Paolo I, la sparizione di Emanuela Orlandi e gli abusi sessuali compiuti su giovani seminaristi romani .
Rimase in Vaticano sino al 1997, quando, come prescritto dal Codice di Diritto canonico, al compimento del 75º compleanno, si dimise da ogni incarico, conservando solo il titolo di arcivescovo, ormai ridotto a una pura onorificenza. Nel 1998 fece ritorno alla sua arcidiocesi di Chicago per poi trasferirsi definitivamente a Sun City, in Arizona, dove, da "pensionato", ricoprì la carica di quarto parroco della chiesetta di San Clement.
Altra vicenda poco chiara in qualche modo collegata alla figura di Marcinkus fu la scomparsa di Emanuela Orlandi. Per le telefonate di un uomo, che fu soprannominato l'Amerikano per la sua inflessione, nelle quali si proponeva lo scambio della stessa in cambio della libertà del terrorista Mehmet Ali Ağca, alcuni giornali dell'epoca additarono Paul Marcinkus. Questa ipotesi non ha avuto riscontri oggettivi.

Nel giugno 2008, uno dei supertestimoni della vicenda Orlandi, cioè Sabrina Minardi, ex compagna del boss Enrico De Pedis detto Renatino, ha rilasciato agli inquirenti dichiarazioni secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata rapita dall'organizzazione criminale di De Pedis, tenuta in un'abitazione in via Antonio Pignatelli 13 a Roma, che ha «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'ospedale San Camillo» (la cui esistenza è stata confermata dagli inquirenti), poi uccisa e gettata in una betoniera a Torvaianica[36]. La palazzina in questione sulla gianicolense sarebbe stata restaurata da Danilo Abbruciati[37], membro della banda della Magliana e vicino a Calvi (con il quale Marcinkus aveva contatti). Il rapimento sarebbe stato richiesto, secondo una confidenza fatta da De Pedis alla stessa Minardi, proprio da Mons. Marcinkus, «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro»[36]. È la stessa Minardi ad ammettere di aver accompagnato in auto la ragazza dal bar del Gianicolo fino al benzinaio del Vaticano, dove le attendeva un sacerdote a bordo di una Mercedes targata Città del Vaticano. Nella stessa sede, la Minardi ha altresì aggiunto di aver personalmente accompagnato ragazze compiacenti a incontri privati col monsignore in via Porta Angelica.

Nelle rivelazioni della donna affiora anche Giulio Andreotti, presso la dimora del quale la testimone afferma di aver cenato due volte, assieme al compagno De Pedis, a quel tempo già ricercato dalla polizia. La donna specifica però che Andreotti «non c'entra direttamente con Emanuela Orlandi, ma con monsignor Marcinkus sì».

Sebbene le dichiarazioni della Minardi siano state messe in dubbio a causa di alcune incongruenze temporali del verbale e, come da sua stessa ammissione, per aver fatto notevole abuso di sostanze stupefacenti[36], il ritrovamento, nell'agosto 2008, della BMW che la stessa Minardi ha raccontato di aver utilizzato per il trasporto di Emanuela Orlandi, rende le sue dichiarazioni sempre più credibili. L'auto, infatti, risulta appartenuta prima a Flavio Carboni (imprenditore indagato e poi assolto nel processo sulla morte di Roberto Calvi) e successivamente a uno dei componenti della Banda della Magliana.





La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano che, per bocca di padre Federico Lombardi (portavoce della Sala Stampa della Santa Sede), ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi».

Morì il 20 febbraio 2006 a Sun City ed è sepolto presso il St. Casimir Catholic Cemetery di Chicago.


Il pentito Calcara


Inoltre, secondo le dichiarazioni rese dal pentito di Cosa nostra Vincenzo Calcara, considerate
Vincenzo Calcara
credibili nel 2003 con sentenza del tribunale di Roma (nona sezione penale, con sentenza del 6 giugno 2003), e rese pubbliche solo nel 2008, Marcinkus sarebbe stato il personaggio di raccordo fra l'"entità vaticana" e quella di Cosa nostra per le attività di riciclaggio di denaro.A dar ulteriore adito all'ipotesi dell'avvelenamento di Albino Luciani, concorrono le rivelazioni di Vincenzo Calcara rilasciate a Paolo Borsellino e pubblicate nel suo memoriale. Calcara scrive di un colloquio con l'imprenditore e politico mafioso Michele Lucchese (membro di una loggia massonica segreta, secondo Calcara) subito dopo l'attentato a Giovanni Paolo II (al quale i mafiosi partecipano indirettamente). 
Lucchese rivela a Calcara che Giovanni Paolo II stava perseguendo un disegno simile a quello di Papa Luciani, il quale intendeva «rompere gli equilibri all'interno del Vaticano», attuando una redistribuzione dei beni della Banca Vaticana sostituendo i vertici dello IOR e della Segreteria di Stato (Marcinkus e Villot). Calcara parla così di una "congiura" di quattro cardinali (Jean-Marie Villot, Pasquale Macchi, Giovanni Benelli e un certo Gianvio) che, usando Marcinkus, avrebbero fatto uccidere Papa Luciani per mezzo di ingenti dosi di calmante, con l'aiuto del suo medico personale.
Queste ipotesi non hanno avuto seguito per il momento, ma sussistono dubbi in merito, anche a causa del diniego delle autorità ecclesiastiche a effettuare l'autopsia sul corpo.
Il pentito, fra l'altro, riferisce di aver trasportato a Roma, pochi mesi prima dell'attentato a Giovanni Paolo II nel 1981, per conto di Tonino Vaccarino (presunto consigliere della famiglia di Castelvetrano) dieci miliardi di lire da investire in Sud America e nei Caraibi attraverso Marcinkus, la Banca Vaticana e il notaio Francesco Albano. L'incontro si sarebbe svolto a casa di quest'ultimo (a detta di Calcara membro, come Marcinkus, dell'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, "contatto" fra Cosa nostra e il Vaticano, nonché notaio personale di Giulio Andreotti, del boss Luciano Liggio e di Frank Coppola), alla presenza del notaio stesso, di Marcinkus, di un cardinale, di Roberto Calvi, Vincenzino Culicchia (deputato al Parlamento siciliano), Stefano Accardo (detto «cannata»), Vincenzo Furnari, Enzo Leone (anch'egli componente del Parlamento siciliano), Antonino Marotta e il suo padrino Tonino Vaccarino.



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giovedì 22 novembre 2018

La baronessa, l'antiquario ed il banchiere.

          Jeanette May ex baronessa de Rothschild


La baronessa


27 gennaio 1982 Fiastra, in provincia di Macerata, alcuni cacciatori di cinghiali ritrovarono casualmente due cadaveri di donne, od almeno ciò che restava del pasto di animali selvatici.

baronessa de rothschild guerin


Jeanette May 42 anni, ex baronessa de Rothschild, e Gabriella Guerin, 40 anni, friulana, sua amica, interprete e segretaria erano scomparse da Sarnano, nel maceratese, il 29 novembre 1980, il giorno prima della rapina alla filiale romana di Christie's di Piazza Navona.
Per alcuni anni non si seppe stabilire se si fosse trattato di morti accidentali o di un duplice delitto e solo nel 1985 si iniziò a parlare ufficialmente di omicidio premeditato.


baronessa de rothshild

Jeanette May

Duplice delitto, dunque. Ma commesso in quale modo? Le macroscopiche lacune iniziali delle indagini ben presto compromisero qualsiasi possibilità di dare una risposta a questa domanda. 
La stampa ben prima aveva iniziato a parlare di una"brutta fine" di Jeanette May: da traffici di opere d’arte al contrabbando di preziosi, dalla droga alle armi fino ad arrivare al terrorismo nero, alla P2 e al delitto Calvi.
Un telegramma, proveniente da Roma, recapitato a «Janine May» qualche giorno prima della scomparsa e del furto di Christie's, presso l'albergo Ai Pini di Sarnano in cui le due donne alloggiavano, recitava: «Ti aspettiamo giovedì in via Tito Livio 130, appartamento 130. Roland»: in via Tito Livio, al civico 76 abitava Pippo Calò, trait d'union tra mafia e Banda della Magliana, destinato a finire tra i sospettati eccellenti dell'omicidio Calvi.
Nata nel 1940 Jeanette era stata sposata con un Evelyn Rothschild, finanziere britannico discendente della potente famiglia, aveva sposato il rampollo nel 1966 acquisendo il titolo nobiliare di baronessa, ma il matrimonio era durato solo cinque anni. Dopo il divorzio convolò a nuove nozze con Stephen May,
bronessa
Gabriella Guerin
I coniugi May avevano acquistato una casa in Italia, nelle Marche, e l’avrebbero usata, una volta ristrutturata, per trascorrervi qualche giorno di vacanza.
Il giorno prima della rapina da Christie’s, il 29 novembre 1980, Jeanette e Gabriella erano salite sull’auto che utilizzavano in quel periodo, una Peugeot 104 nera targata Siena e ritrovata diciassette giorni dopo a Fonte Trucchia di San Liberato. 
Alle 14,30 avrebbero dovuto incontrare un agricoltore di Sarnano che aveva venduto alla donna inglese l’abitazione e i tredici ettari di terreno circostanti, ma non si presentarono. Da quanto fu possibile ricostruire, però, alle 16 erano state viste in uno spaccio di materiale edile e alle 17 nei dintorni dell’hotel in cui alloggiavano, l’albergo «Ai Pini». 
Alle 19, inoltre, erano nella piazza principale del paese pronte per andare in montagna, nonostante stesse iniziando a nevicare. Di lì, poi, più nessuna traccia
Nel 1985 quando il giudice istruttore di Macerata Alessandro Iacoboni scrisse la parola omicidio sul fascicolo May-Guerin, parlò di questo caso al giornalista Franco Coppola di Repubblica. «Ho avuto in mano l’inchiesta alla fine dell’82 e da allora non ho fatto che imbattermi in fatti strani, “paralleli” alla mia inchiesta. A cominciare dal furto di gioielli alla casa d’aste […] di piazza Navona per finire all’omicidio dell’antiquario Sergio Vaccari […]. Non ho fatto che trovare sulla mia strada collegamenti, in qualche caso generici, con altre inchieste in corso in tutta Italia. Ho fatto anche un rapporto per la procura di Roma a proposito delle foto trovate nella cassetta di sicurezza di Vaccari che ritraggono alcuni dei preziosi rubati alla Christie’s, ma non so se sia sfociato in un procedimento contro ignoti per ricettazione o sia rimasto allo stato di “atti relativi”. Resta il fatto che nella mia inchiesta è entrato di tutto, proveniente, si badi bene, da atti ufficiali, non certo dalla fantasia dei giornalisti o dalle lettere anonime che pure hanno arricchito il fascicolo».
L' ipotesi più credibile è che le due donne fossero venute a conoscenza di traffici misteriosi che non dovevano assolutamente essere divulgati. Erano diventate testimoni scomode. Da eliminare. 

L'antiquario

Emerge, quindi la prova che Jeanette May e Sergio Vaccari Agelli si conoscevano, né si esclude un "rapporto d'affari" tra loro, a proposito di una presunta ricettazione di preziosi sottratti alla famiglia Rothschild nel corso della causa di divorzio. 
Vaccari fù ritrovato cadavere nel 1982, chi lo assassinò agì con crudeltà, colpendolo ripetutamente alla testa e pugnalandolo una quindicina di volte al viso, al collo e al petto, non senza avergli prima strappato un paio di denti.
Vaccari, figlio di tipografi milanesi, viveva a Londra dove ufficialmente faceva l’antiquario e aveva messo su un negozio in Kensington Park Road. Inoltre era socio di una ditta di restauro. D’indole violenta e politicamente orientato a destra, di fatto, però, per sostenere la vita agiata che conduceva trafficava in opere d’arte rubate, in droga e, riferisce il giornalista Philip Willan, anche in pornografia.
Inoltre Vaccari era nome noto agli investigatori londinesi anche perché coltivava relazioni con personaggi come Licio Gelli.
L’antiquario era un uomo di collegamento tra la criminalità italiana e quella inglese e non era il solo in famiglia a intrattenere frequentazioni discutibili.
roberto calvi omicidio
Ernesto Diotallevi
Suo fratello era infatti socio in affari di un altro imputato del delitto Calvi, Ernesto Diotallevi
Presto iniziarono a circolare voci su quel delitto secondo cui la vittima fù torturata e le ipotesi più suggestive mettevano in relazione i denti strappati a Vaccari con una minaccia rivolta al banchiere Calvi in quegli ultimi giorni, prima della partenza per la Gran Bretagna. 
La mafia, quando decideva di vendicarsi su qualcuno, poteva ricorrere anche al supplizio e al banchiere, persi i soldi che gli sarebbero stati affidati dalla criminalità siciliana per il tramite di Pippo Calò, l’avrebbero fatta pagare così. 
Solo che davanti al boia di cosa nostra non ci sarebbe stato lui, ma sua figlia, Anna Calvi. Giusto perché si ricordasse bene dei propri errori.
Veri o presunti che fossero questi avvertimenti, fu comunque Vaccari a essere sottoposto a quel trattamento. E probabilmente chi lo giustiziò non gli era sconosciuto. 
Va infatti aggiunto che non avrebbe reagito all’aggressione, avvenuta intorno alle 20 della sera precedente, secondo le perizie mediche: oltre a non aver lottato, non aveva nemmeno tentato di usare la sua pistola né una specie di katana dissimulata da normale bastone che teneva per ogni evenienza. Inoltre l’uomo doveva aver aperto la porta ai suoi assassini, mancando segni di effrazione sull’ingresso.
Per dare una spiegazione a quella che è stata descritta come una vera mattanza, in un primo momento si pensò a un qualche regolamento di conti tra narcotrafficanti. 
Vaccari era appena rientrato da Roma con una partita di cocaina e, a giudicare dalle bilance elettroniche e da altre sostanze trovate in giro, stava tagliando e confezionando le dosi. 
C’era poi un pandoro scavato dall’interno e Vaccari era noto per aver tentato di dribblare i controlli di frontiera ricorrendo a dolci natalizi italiani, sui quali non venivano effettuate verifiche. Guai per la polvere bianca, del resto, li aveva poi passati già anche all’estero. Nell’agosto 1978, infatti, era stato arrestato insieme a una donna, Patricia Noriega, all’aeroporto di Los Angeles dove era appena giunto da Lima con un volo di una linea brasiliana.
Tante le ipotesi sul movente: ce l’avevano con lui per traffici d'opere d'arte rubate oppure per questioni di droga o, magari, di pornografia. Attività tutte che hanno lasciato il segno sulla sua fedina penale. Di certo, per quella morte, si esclude il movente della rapina: i sicari non si son curati di rubare da casa neppure i pezzi della preziosa refurtiva di un colpo messo a segno nel 1980 alla filiale di piazza Navona di Christie's. 
Una chiave trovata nell'appartamento della vittima, conduceva la polizia inglese a tre depositi presso la London Silver Vault di Chancery Lane. Erano intestati a Giuseppe Bellinghieri e Gianfrancesco Moccia, contenevano tre passaporti inglesi, otto carte d'identità false, due patenti, 250 mila sterline in contanti, foto polaroid di una scatola antica e di un orologio svizzero che risulterà essere stato rubato nel 1980 da Christie's.
Un caso quello del Vaccari, che la giustizia inglese ha archiviato con la formula dell' open verdict. Proprio come per il giallo Rothschild... 


Il banchiere

Sergio Vaccari Agelli, si disse, era stato una delle ultime persone a vedere vivo Roberto Calvi: insieme – avevano iniziato a raccontare tra la fine del 1982 e il 1983 alcuni rapporti della guardia di finanza di Trieste – avrebbero partecipato all’ultima cena del banchiere dopo che questi era stato prelevato dal Chelsea Cloister per ordine di Licio Gelli e di Flavio Carboni.
roberto calvi
Flavio Carboni
A parlarne fu un confidente triestino delle fiamme gialle, Eligio Paoli, conosciuto anche come la «fonte Podgora».
E il ruolo più delicato di Vaccari, in contatto con Silvano Vittor, sarebbe stato quello di procurare un’imbarcazione, la «Ram Road», ormeggiata nei pressi di casa sua e utilizzata – si ipotizzò – per portare il corpo del banchiere sotto il ponte dei Frati Neri e appenderlo già morto all’impalcatura.

Interrogato dal magistrato, il 24 marzo 1983, sostiene che la fonte da cui colano tutte le sue informazioni sull'affaire Calvi e, in particolare, sul ruolo giocato nella stessa da Gelli e Ortolani, sarebbe un non meglio identificato Riccardo Piazzesi, abitante a Chiasso. 
E se, in precedenza, lo stesso Paoli ha anche riferito agli investigatori che Roberto Calvi, a Londra, sarebbe stato affidato a tal Vopi, successivamente sosterrà altresì che Flavio Carboni avrebbe agito in combutta con Gelli e Ortolani; che Gelli si sarebbe trovato a Londra nello stesso periodo in cui c'era Calvi; che, finalmente, Calvi, a Londra, sarebbe stato invitato ad una cena alla quale avrebbe partecipato anche Vaccari. 
A Eligio Paoli verrà anche trovato un ritaglio di giornale relativo alla testimonianza resa da Silvano Vittor, sul quale ha annotato: «Sergio Vaccari - Pier Luigi Torri, Londra, settembre».
L'ultima persona ad aver visto Calvi vivo sarebbe stato quindi Vaccari, anche secondo la ricostruzione dell'inchiesta italiana, 
Le fotografie portano direttamente ad un'altra misteriosa scomparsa, quella di Jeannete May, ex moglie di Evelyn de Rotschild, il cui corpo viene ritrovato in un bosco nei pressi di Camerino, nelle Marche. Secondo la polizia britannica, la May, probabilemnte coinvolta in un giro di contrabbando di oggetti di antiquariato, era stata presentata a Vaccari da Bill Hopkins, un antiquario che gli aveva affittato per un periodo un piccolo appartamento a Notting Hill.
Numerosi pentiti di mafia, ricorda ancora Philip Willan in 'The last supper', hanno accusato due persone di essere i killer di Roberto Calvi: Vincenzo Casillo, ex boss della camorra e luogotenente di Cutolo, vicino ad alcuni esponenti della banda della Magliana, e Francesco Di Carlo. Casillo salta in aria con la sua auto il 29 gennaio 1982 a Roma, sette mesi dopo la morte di Calvi. 
La sua compagna, Giovanna Matarazzo, sospettata di conoscere troppi segreti, viene eliminata poco dopo di lui. Un pentito della camorra, Enrico Madonna, ha dichiarato a suo tempo ai magistrati che Casillo, detto 'o' nirone', aveva personalmente ammesso di aver partecipato all'omicidio di Calvi.
Di Carlo è diventato un «collaboratore di giustizia», ma continua a negare quell’accusa nonostante le conferme di un altro pentito di mafia, Francesco Marino Mannoia.

londra

Roberto Calvi 


Altre testimonianze : Frank Jennings

Frank Jennings, uomo tutto fare di Bill Hopkins, il padrone della casa in cui viveva Sergio Vaccari prima di trasferirsi a Holland Park dove è stato ucciso, si mette in contatto col giornalista Charles Raw.

Stando al racconto del giornalista inglese l’informatore avrebbe asserito di avere incontrato, per la prima volta, Sergio Vaccari in un negozio di antiquariato a Portobello Road; di averlo, quindi, un giorno dell’estate 1982, accompagnato a prendere una cassaforte e di aver visto, nell’ occasione, fra le carte in possesso dell'antiquario, alcune fotografie del banchiere milanese, fra le quali una in cui indossava "un colletto da prete", nonché quelle di due diverse donne, in una delle quali aveva riconosciuto Jennet May, moglie separata del finanziere britannico Evelyn di Rothschild; di aver chiesto, nell'occasione, all'antiquario se Calvi si fosse veramente impiccato, ricevendo una confidenza del seguente tenore: «Mi è stato chiesto di indagare sul caso. 

Ero convinto che quella che sembrava la foto di Calvi - sai, quella col colletto da prete - fosse quella di un sosia. Ma mi sbagliavo La persona impiccata sotto il ponte di Blackfriars era proprio Roberto. 

Alcune persone spietate l’hanno spinto al gesto mostrandogli alcuni video in cui la Mafia praticava delle torture, e dicendogli che la figlia sarebbe stata la protagonista del video successivo»; di aver chiesto a Vaccari, intenzionato a recarsi di lì a breve in Italia, se non fosse pericoloso per lui questo viaggio, sentendosi rispondere: «Molto. Non vorrei finire anch'io in un video. E quello che ora sai è roba che scotta»: in effetti, Vaccari era stato ucciso proprio al rientro da Roma, notizia di fronte alla quale, avrebbe scritto Jennings, «i peli del mio braccio mi hanno trapassato la camicia». Questo racconto Frank Jennings lo avrebbe ripetuto a Carlo Calvi, per come questi riferisce nella sua «Memoria su alcune delle conoscenze note di Sergio Vaccari».


Pur con tutte le riserve sull'attendibilità della narrazione attribuita a Frank Jennings da metà marzo del 1983, cominciano ad apparire sulla stampa articoli che collegano l'assassinio di Sergio Vaccari non soltanto all'impiccagione del «Banchiere di Dio», ma anche alle «strane» morti di Jennet May Bishop e Gabriella Guerin, sua guida e interprete friulana.

Altre testimonianze : Jeff Katz


Molti anni fa, Jeff Katz, investigatore privato, venne inoltre a conoscenza di alcuni particolari riguardanti Sergio Vaccari, l'antiquario ucciso poco dopo la morte di Calvi.
Vaccari, secondo quanto aveva scoperto Jeff Katz, lui stesso lo ha rivelato ad un quotidiano inglese, era in possesso di alcuni documenti riguardanti la massoneria.
Seguendo le tracce del proprietario dell'appartamento, l'investigatore venne a sapere che questi aveva chiesto all'antiquario di lasciare la casa. 
Vaccari acconsenti' a patto che egli gli trovasse una nuova sistemazione. Il nuovo appartamento si trovava al Chelsea Cloister, lo stesso residence che ospito' Roberto Calvi la notte prima della morte.


Altre testimonianze : Valerio Viccei

Valerio Viccei
Viccei ha davvero prodotto i due documenti in bianco del Vaticano ritrovati nella cassetta di sicurezza di Di Carlo. Insomma l'anello della catena che mancherebbe per comprovare la tesi che vuole Calvi ucciso dalla Mafia, da Di Carlo, su ordine di Pippo Calo', d'accordo con la P2 che faceva affari con il Vaticano. Ma per rendere questo anello a prova di strappo bisogna dimostrare tre cose: che la cassetta apparteneva veramente a Di Carlo; che c'erano ''documenti bancari'' e di altro tipo appartenenti a Calvi; come Di Carlo ne era entrato in possesso (prelevati da Calvi o affidatigli?).
ALTRI ASSASSINII - Dalle confessioni di Viccei,originario di Ascoli Piceno, sarebbero pero' emersi altri elementi su altri assassini eccellenti. Quali? Il riserbo e' assoluto ma e' logico pensare che si pensi a Sergio Vaccari Agelli, antiquario 47enne trovato morto a Londra il 16 settembre del 1982, esattamente tre mesi dopo che Calvi era stato visto vivo per l'ultima volta. Vaccari era in contatto con Vallorani. Ma dovrebbe aiutare a fare luce anche sulla morte di Jeanette May, ex baronessa Rothschild, e della sua amica italiana Gabriella Guerin, misteriosamente uccise nel 1981 in Italia.
(Liv/As/Adnkronos)

Viccei,ex Nar, era l'autore della rapina del'87 alla Safa deposit Center dio Londra; definita la rapina del secolo.
126 cassette svuotate: denaro, gioielli perfino cocaina per un valore di 140 miliardi dell'epoca.
Viccei disse di aver trovato nel caveou la cassetta di sicurezza di Di Carlo contenente: un passaporto in bianco rilasciato dallo Stato Vaticano a Roberto Calvi e di avere importanti informazioni sulla morte della baronessa Jeanette Rothshild
Ma venne ucciso in uno scontro a fuoco con polizia e carabinieri (episodio definto dai giornali dell'epoca "con molti contorni in ombra").


Le conclusioni della procura di allora


Per la procura, Vittor e gli gli altri quattro imputati "avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - è detto nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni; conseguire l'impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all'impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro".