giovedì 6 febbraio 2014

TOMMASO BUSCETTA "Don Masino"



"La verità si ricorda sempre facilmente, sono le bugie che è molto difficile ricordare" (T.Buscetta)





Tommaso Buscetta

nacque a Palermo, 13 luglio 1928 in una famiglia poverissima (madre casalinga, padre vetraio), ultimo di 17 figli, si sposò a diciassette anni nel 1945 con Melchiorra Cavallaro dalla quale ebbe 4 figli: Felicia (nata nel 1946), Benedetto (nato nel 1948), Domenico e Antonio. Benedetto e Antonio furono vittime della lupara bianca nel corso della seconda guerra di mafia. Durante la sua vita, Buscetta ebbe tre mogli e otto figli.
Durante l'adolescenza, Buscetta iniziò una serie di attività illegali nel mercato nero, come il furto di generi alimentari e la falsificazione delle tessere per il razionamento della farina, diffuse durante il ventennio fascista. Questa attività lo rese abbastanza celebre a Palermo, dove nonostante la giovanissima età venne soprannominato Don Masino. Nel 1945 Buscetta venne affiliato alla cosca mafiosa di Porta Nuova.
Nel 1949 Buscetta si trasferì in Argentina e poi in Brasile, dove aprì una vetreria: gli scarsi risultati economici del suo nuovo lavoro lo costrinsero, nel 1956, a tornare a Palermo, dove si associò a Angelo La Barbera e a Salvatore "Cicchiteddu" Greco insieme ai mafiosi Antonino Sorci, Pietro Davì e Gaetano Badalamenti, con cui si occupò del contrabbando di sigarette e stupefacenti, diventando un pericoloso killer e gregario specialmente alle dipendenze di La Barbera. Nel 1958 Buscetta venne arrestato per contrabbando di sigarette e associazione a delinquere nel corso di un'indagine condotta dalla Guardia di Finanza nei confronti del corso Pascal Molinelli e del tangerino Salomon Gozal, indicati come i maggiori fornitori di sigarette e stupefacenti alle cosche siciliane; nel gennaio 1959 Buscetta venne nuovamente arrestato per il contrabbando di due tonnellate di sigarette a largo di Crotone, da dove si andava a rifornire in territorio iugoslavo.
Nel 1962, in seguito allo scoppio della cosiddetta "prima guerra di mafia", Buscetta si schierò dalla parte di Angelo La Barbera ma in seguito passò al gruppo di Salvatore "Cicchiteddu" Greco, tenendosi tuttavia nell'ombra per timore di essere soppresso. Nel 1963 La Barbera rimase vittima di un agguato a Milano ma riuscì a sopravvivere, venendo però arrestato mentre era ricoverato in un ospedale milanese: la polizia, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie, sospettò fortemente Buscetta e il suo associato Gerlando Alberti di essere gli autori dell'agguato e lo indicò come il principale killer e sodale dei boss Pietro Torretta e Michele Cavataio, sospettandolo insieme a loro anche per la strage di Ciaculli, in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine: negli anni successivi Buscetta ammetterà di avere accettato l'incarico di uccidere La Barbera ma un altro gruppo di fuoco mafioso lo anticipò compiendo l'agguato a Milano; per quando riguarda la strage di Ciaculli e gli altri omicidi della prima guerra di mafia, Buscetta sostenne che erano imputabili soltanto a Michele Cavataio e non a lui per via della sua amicizia con Salvatore "Cicchiteddu" Greco.


La latitanza

In seguito alla strage di Ciaculli, Buscetta era ricercato dalle forze dell'ordine e quindi fuggì in Svizzera, Messico, Canada e infine negli Stati Uniti, dove aprì una pizzeria con un prestito della Famiglia Gambino. Intanto nel dicembre 1968 Buscetta venne condannato in contumacia a dieci anni di carcere per associazione a delinquere nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia e, nello stesso processo, venne assolto per insufficienza di prove per le imputazioni riguardanti la strage di Ciaculli.
Nel 1970 Buscetta soggiornò sotto falso nome a Zurigo, Milano e Catania per partecipare ad alcuni incontri insieme a Salvatore Greco per discutere sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese.




Nello stesso periodo Buscetta venne arrestato a Brooklyn e rilasciato subito dietro pagamento di una cauzione di 40.000 dollari: dopo il rilascio, Buscetta lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Brasile, da dove inviò eroina e cocaina in Nordamerica, creando in pochi anni un sistema di aerei per poterla trasportare ed inoltre costituì una compagnia di tassisti per poter reinvestire il denaro frutto del traffico di stupefacenti (Buscetta ha, però, sempre smentito con forza di aver mai trafficato droga in tutta la sua vita). Per dieci anni, Buscetta riuscì a eludere la legge, utilizzando false identità (Manuel López Cadena, Adalberto Barbieri e Paulo Roberto Felice), sottoponendosi anche a un'operazione di chirurgia plastica, e spostandosi da paese a paese, passando per gli Stati Uniti d'America, il Brasile e il Messico.
Arrestato dalla polizia brasiliana il 2 novembre del 1972 e successivamente estradato in Italia, venne rinchiuso nel carcere dell'Ucciardone e condannato a dieci anni di reclusione, ridotti ad otto in appello, per traffico di stupefacenti. Nel suo deposito blindato in Brasile, le autorità trovarono eroina pura per un valore di 25 miliardi di lire dell'epoca.





Trasferito nel carcere piemontese delle Nuove nel 1980, riuscì ad evadere quando gli venne concessa la semilibertà e si nascose nella villa dell'esattore Nino Salvo, sotto la protezione dei boss Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, che lo volevano convincere a schierarsi dalla loro parte per uccidere il loro avversario Salvatore Riina. Tuttavia nel gennaio 1981 Buscetta preferì fare ritorno in Brasile per estraniarsi dalla vicenda e si sottopose ad un nuovo intervento di chirurgia plastica oltre che a un intervento per modificare la voce.

Lo sterminio dei familiari durante la seconda guerra di mafia

Durante la seconda guerra di mafia, lo schieramento vincente dei Corleonesi, guidato da Riina, decise di eliminare Buscetta perché strettamente legato a Bontate, Inzerillo e Badalamenti; ma, a causa dell'impossibilità di eliminarlo perché si trovava in Brasile, attuarono vendette trasversali contro i suoi parenti: tra il 1982 e il 1984 i due figli di Buscetta scomparvero per non essere mai più ritrovati ed inoltre gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Alla fine della guerra i suoi parenti morti saranno circa 12. Dopo gli omicidi dei suoi familiari, Buscetta era intenzionato ad uccidere il suo capofamiglia Pippo Calò, che aveva fatto causa comune con i Corleonesi, e per questo avviò una corrispondenza con il suo associato Gerlando Alberti (all'epoca detenuto) perché cercava appoggi per poter tornare a Palermo; però Alberti rimase vittima di un tentato omicidio in carcere e quindi il piano fallì.


L'arresto in Brasile e l'estradizione

Il 23 ottobre 1983 quaranta poliziotti circondarono la sua abitazione a San Paolo e lo arrestarono mentre era in compagnia di Leonardo Badalamenti, figlio del boss Gaetano. A nulla valse un tentativo di corruzione operato dallo stesso Buscetta, che venne rinchiuso in prigione per alcuni omicidi collegati con lo spaccio di droga.


Nel 1984 i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci si recarono da lui invitandolo a collaborare con la giustizia, ma Buscetta inizialmente rifiutò. Lo stato italiano ne chiese allora l'estradizione alle autorità brasiliane.
Alla notizia dell'estradizione in Italia, Buscetta tentò il suicidio ingerendo barbiturici, nel tentativo di evitare di giungere in Italia. Salvato, arrivò in Italia dove decise di collaborare, cominciando a rivelare organigrammi e piani della mafia al giudice Falcone.
Viene per questo considerato uno dei primi pentiti della storia, dopo Leonardo Vitale. Egli non condivideva più quella che era la nuova Cosa Nostra, poiché sosteneva che essa stessa aveva perso la sua identità.

Il ritorno negli Usa

Grazie alla collaborazione di Buscetta, lo Stato e i suoi magistrati hanno capito e conosciuto il sistema di Cosa Nostra, alla base del quale vi erano i soldati scelti dalla famiglia, sopra di essi i capi decina, scelti dal capo della famiglia, sopra ancora vi erano i consiglieri e il sottocapo, ed infine il capo famiglia. Tuttavia Buscetta rifiutò di parlare con il giudice Falcone dei legami politici di Cosa Nostra perché, secondo il suo parere, «lo Stato non era pronto» per dichiarazioni di quella portata e si dimostrò
abbastanza generico su quell'argomento.
Nel 1984 Buscetta venne estradato negli Stati Uniti ricevendo dal governo una nuova identità, la cittadinanza e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro Cosa Nostra americana, testimoniando nel 1986 al Maxiprocesso di Palermo (scaturito dalle dichiarazioni rese a Falcone) e nel processo "Pizza connection", che si svolse a New York e vide imputati Gaetano Badalamenti e altri mafiosi siculo-americani accusati di traffico di stupefacenti.



Nel settembre 1992, in seguito agli attentati in cui morirono Falcone e Borsellino, Buscetta iniziò a parlare con i magistrati dei legami politici di Cosa Nostra, accusando gli onorevoli Salvo Lima (ucciso qualche mese prima) e Giulio Andreotti di essere i principali referenti politici dell'organizzazione; in particolare, Buscetta riferì di aver conosciuto personalmente Lima fin dalla fine degli anni cinquanta e di averlo incontrato l'ultima volta nel 1980 durante la sua latitanza e riferì inoltre di aver saputo che l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli 1979) sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti: per via di queste sue dichiarazioni, Buscetta fu uno dei principali testimoni dei processi a carico di Giulio Andreotti per associazione mafiosa e per l'omicidio Pecorelli.
Dopo aver fatto parlare di sé per una crociera nel Mediterraneo, Buscetta muore di cancro nel 2000 all'età di 72 anni, non prima di aver manifestato, in un libro-intervista di Saverio Lodato (ed. Mondadori, 1999), il suo disappunto per la mancata distruzione di Cosa Nostra da parte dello Stato italiano.



Buscetta confronto con Riina - 1993


  • Buscetta "No, non aveva l' aria feroce. Al contrario, era cordiale, agiva sempre con gentilezza, senza mai adirarsi, senza mai dare in escandescenze". Così Tommaso Buscetta ricorda Salvatore Riina."Ci fu una riunione. Solita amministrazione mafiosa. Niente di particolare. Avevo avuto delle discussioni con Pippo Calò, così Pippo Calò si era rivolto a lui, a Riina. E io, per Riina, avevo litigato con Pippo Calò"."Fui convocato da tre membri della commissione che volevano mi riappacificassi con Calò. I discorsi erano i soliti: siete stati per tanti anni uniti e tanto amici e adesso non sta bene che le persone estranee discutano le vostre faccende". Mentre il membro della commissione (Michele Greco?) si abbandonava al fervorino, Totò Riina seduto con le mani intrecciate sul ventre già allora gonfio, taceva. "Discutemmo qualche ora e mai Riina parlò direttamente con me. Lui avrebbe preferito che la svolta tra me e Calò fosse degenerata in un' altra situazione, già allora aveva intenzione di liberarsi di me"."Totò Riina non aveva l' arroganza e la violenza di Luciano Liggio. Lui aveva seguito un' altra strada. Sembrava non chiedere mai nulla e non volere mai niente. Parlava per gli altri, mai per sè. E se poi non veniva accontentato diceva a quegli altri, ai suoi protetti, che lui, mischinu, aveva fatto tutto quello che poteva fare. Ma che i capifamiglia, la commissione, insomma quelli che comandavano in Cosa Nostra non ne avevano voluto sapere. Il risultato era che Totò Riina guadagnava amici fedeli e seminava odio. Avvicinava gli scontenti e ne conquistava la fiducia. E quelli lo tenevano poi informato sugli affari della cosca, sui movimenti di questo o di quello..."."Furono iene come Riina e belve come Provenzano a volere quella mattanza. Come sono loro che hanno ucciso il colonnello Russo. Che hanno voluto la morte di Terranova. E' Riina il Corto che ha imposto alla commissione l' assassinio di Piersanti Mattarella. E' Riina che ha fatto uccidere il capitano Basile e il segretario della Dc, Michele Reina. E' lui personalmente che ha ucciso, con Liggio, il procuratore Scaglione e lui che ha organizzato la morte di Dalla Chiesa per fare un favore a qualche politico che così si è sbarazzato della presenza troppo ingombrante del generale".
  • Buscetta "Signor Riina, tu hai distrutto Cosa Nostra". 
  • Presidente. Signor Riina, siamo qui per il confronto che lei stesso ha chiesto Riina. Questo confronto non lo voglio fare. Pres. Lei rifiuta il confronto. 
  • Riina. L' ho già detto. Pres. Lei all' Ucciardone ha detto di non volere il confronto per "l' immoralità" di Tommaso Buscetta. Riina. Esatto. Non parlo con chi ha un bassa moralità. Pres. Mi spiega come fa a sapere che ha avuto tante mogli? Riina. L' ho letto sui giornali... Mio nonno è rimasto vedovo a 40 anni con cinque figli e non ha cercato altre mogli. Mia madre è rimasta vedova a 36. Al nostro paese, Corleone, viviamo di correttezza morale. Pres. E in nome di questa correttezza morale, lei rifiuta il confronto? Riina. Sì, non insista, non parlare è un mio diritto. 
  • Buscetta. Mi permette, presidente, di dire qualche parola sulla mia moralità? Pres. Non siamo qui per discutere della sua moralità. Buscetta. Ma è di questo che sta parlando questo qui... Da quale pulpito parla questo signore... con quale coraggio parla di moralità, lui, proprio lui... Mi accusa per la questione delle donne, lui... lui che è l' artefice della morte dei miei figli e dei miei cari... lui che ha scannato e fatto scannare tanti e tanti uomini innocenti. Io ho pensato alle donne, è vero, tu andavi a letto sempre e solo con tua moglie perché tutto il tuo tempo era per Cosa Nostra. (Riina, pallido di rabbia, leggermente tremante, per la prima e l' ultima volta, torce il collo, guarda fisso Buscetta con occhi di fuoco. Tace). P.M. Signor Buscetta, di quante persone - che lei sappia - ha ordinato la morte Salvatore Riina? Buscetta. Questa è la domanda più assurda che mi sia stata rivolta! La risposta è tutti, signor giudice. Tutti si rivolgevano a lui per commettere omicidi. Era lui il vero capo della commissione, era lui la star di Cosa Nostra. Voi, signori della Corte, non vi siete resi conto del personaggio che avete davanti e io ho nel cuore la speranza che ve ne rendiate conto in seguito. Quest' uomo che avete qui ha cominciato a uccidere a Corleone il suo capo, Michele Navarra, insieme a Liggio. Poi si è liberato di Liggio attraverso lo Stato (con una spiata, n.d.r.). E lo stesso ha fatto con Tano Badalamenti accusandolo di una cosa che non aveva commesso. Poi fece Michele Greco capo della commissione. Ma era una finzione. Il vero capo è sempre stato lui, Salvatore Riina. Avvocato di Riina. Eppure, signor Buscetta, lei ha detto di non aver mai incontrato Riina né Liggio né Provenzano. Buscetta. E' vero, ho detto che non lo conoscevo. Era un modo per disprezzarlo. Io disprezzo i Corleonesi. Per carità, non gli abitanti di Corleone. Io disprezzo Riina e i suoi accoliti. Pres. Quante volte ha incontrato Riina? Buscetta. La prima volta che lo vidi era la fine degli Anni Cinquanta. Lui era già latitante e si nascondeva a Ciaculli, le sue erano apparizioni fugaci. La seconda volta lo incontrai a Milano, nel 1970, quando fui fermato con Tano Badalamenti, Gerlando Alberti, Giuseppe Calderone, Salvatore Greco. Uscivamo da un appartamento che ci era stato messo a disposizione da Gaetano Fidanzati e Ugo Martello. Ebbene, in quella casa si tenne una riunione per decidere che fare per il golpe Borghese. A quella riunione era presente anche Riina, come membro del triumvirato che governava allora Cosa Nostra. Come contropartita del golpe, si era deciso di chiedere la liberazione di Vincenzo Rimi e del figlio Filippo. Ma Riina, quell' ipocrita, non aveva alcun interesse a liberare i Rimi. Al contrario in carcere ce li voleva tenere, i Rimi. E' così che per il golpe non se ne fece niente. Io voglio farvi capire, signori giudici - soprattutto a voi giudici che non siete magistrati - questo Riina... Io devo farvi conoscere quest' uomo che ha portato Cosa Nostra allo sbaraglio. Pres. Quando ha visto per l' ultima volta Riina. Buscetta. Era il 1980. Durante un colloquio con il capo della decina, Giovanni Di Giacomo, parlai del ruolo della commissione dove in pochi decidevano le azioni senza dire niente a nessuno. Di Giacomo corse subito da Calò e cercarono di farmi processare in commissione. Quella volta Michele Greco si dimostrò più paterno delle altre volte e disse di no. Decisero di attendere il ritorno dal Brasile di Salomone per indurlo a chiedermi perché avessi detto quelle cose. Poi alla Favarella (la tenuta di Greco, n.d.r.) Riina - era a venti metri da me - chiese a Salomone com' era finita. Già allora, era pronta la sentenza di morte per me. P.M. Che rapporti c' erano tra Riina e Michele Greco? Buscetta. Sono stati sempre buoni. Michele Greco pensava di essere il capo della commissione e non sapeva che Riina gli aveva messo nella ' famiglia' un suo uomo fidatissimo Pino Greco, Scarpazzedda. Riina faceva quel che gli pareva. Quando uccise Bontate, Michele Greco non sapeva niente. Pres. Quali erano i rapporti tra Riina e Provenzano? Buscetta. Potrei fare romanzi di fantascienza per quello che io so di questi due. Ma non voglio parlare solo per sentito dire. Anche se dovete sapere che il ' sentito dire' nella mafia non sono chiacchiere tra comari. Se due uomini d' onore parlano tra loro non fanno pettegolezzi, fanno delle affermazioni, dicono delle verità. Sono queste verità che io ho raccontato ai giudici. Vent' anni fa, un giudice, Agostino Cracco, disse: "La mafia finirà quando un mafioso parlerà". Ora non sono solo io a parlare, ora c' è una marea di gente che sta parlando. Ma non saranno loro a distruggere Cosa Nostra. Ce l' avete davanti seduto su quella sedia l' uomo che ha aiutato lo Stato a distruggere Cosa Nostra. Sei tu, signor Riina, che hai ucciso Cosa Nostra. Il presidente chiude qui il monologo di Buscetta. Riina con il volto ridotto come una contorta maschera di pietra ritorna in gabbia



Secondo confronto con Pippo Calò - 1993


  • Calò. Ti voglio guardare bene in faccia. E' tanto tempo che non ti vedo.
  • Buscetta. Se pensi che sia un piacere rivederti, ti sbagli... ma adesso possiamo chiarire un po' di cose.
  • Calò. Sono qui per chiarire i 23 anni che mi hai fatto prendere al maxi. Infame, una medaglia dovrebbero darti.
  • Buscetta. Una medaglia va bene. Da te accetto tutto, tranne i baci. Mi sono bastati i baci che hai dato ai miei figli, che tu hai fatto uccidere...
  • Calò. Accusami di tutto ma non di questo...
  • Buscetta. Io ho dato il sangue per tuo figlio e tu hai scannato i miei.
  • Calò. Carogna!
  • Buscetta. Ipocrita!
  • Calò. Carogna!
  • Buscetta (ridendo). Pensavo di sentire il ruggito dei leoni, sento invece lo squittìo dei topi.
  • Calò. Non ti permettere...
  • Buscetta. Mi permetto, invece, topo di fogna!
  • Calò. Presidente, io nemmeno lo conosco. Dice che era mio amico, ma l' amico mio era suo fratello, non lui... lui lo conoscevo come conoscevo tanta gente...
  • Buscetta (ridendo). Ah!, non mi conoscevi... e quando spararono all' uomo che aveva ucciso tuo padre ero tuo amico o no?
  • Calò. Che vuoi dire?
  • Buscetta. Chi è stato a sparare?
  • Calò. Che vuoi dire?
  • Buscetta. Che tu hai sparato per primo. E poi chi ha sparato? Dimmi chi ha sparato?
  • Calò. Che vuoi dire, bugiardo. Sei bugiardo, ti sei inventato che ero il rappresentante della famiglia di Porta Nuova, ti sei inventato il mandamento, ti sei inventato la commissione. Dici che Badalamenti, Bontate, Inzerillo, Greco, Riccobono erano in commissione e invece nel periodo che dici tu, nell' ' 80, erano tutti al confino o latitanti...
  • Buscetta (ridendo). Mi fai ridere. Ecché se uno è al confino, o latitante, non può stare nella commissione? Questi sarebbero i tuoi argomenti? La verità è che la commissione c' è e tu ne fai parte.
  • Calò. La commissione non c' è e non so che cosa sia. Come non so chi abbia fatto la strage del 904 anche se mi hanno condannato all' ergastolo. Cercola (condannato con Calò per la strage, n.d.r.) ha detto ai giudici che i detonatori trovati in una casa non erano per il treno, ma servivano per un attentato a Buscetta... Buscetta. Presidente, non si mettono le bombe contro uno qualsiasi. Le bombe erano per me? Ecco la conferma che avevano paura che io parlassi. Chi dice la verità, fa paura.
  • Calò. Bugie. Come è una bugia che ho avuto rapporti con la banda della Magliana.
  • Buscetta. Ma come, non lo conoscevi Diotallevi? Calò. No.
  • Buscetta. Ma se gli hai anche battezzato il figlio.
  • Calò. Non è vero. Io di quelli là conoscevo soltanto Domenico Balducci.
  • Buscetta. Ma se andammo a pranzo a casa di Diotallevi. Non cadere dalle nuvole. Non fare come lo struzzo. Non mentire.
  • Calò. Ma perché Buscetta deve essere creduto e io no?
  • Buscetta. Perché io dico cose che possono essere riscontrate e tu soltanto menzogne.




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