sabato 20 aprile 2013

STEFANO BONTATE "Principe di Villagrazia"




Stefano Bontate

(Palermo, 23 aprile 1938 – Palermo, 23 aprile 1981) è stato un criminale italiano, legato a Cosa Nostra. Erroneamente, talune fonti riportano il cognome "Bontade".
Stefano Bontate amava farsi chiamare anche "Principe di Villagrazia", malgrado non vantasse alcun titolo nobiliare.
Stefano Bontate era figlio di Francesco Paolo Bontate, l'autorevole capo della cosca mafiosa di Santa Maria di Gesù, meglio noto come "don Paolino Bontà".
Il giovane Stefano frequentò il liceo Gonzaga presso i padri Gesuiti ed, insieme al fratello Giovanni, venne affiliato alla cosca del padre, di cui divenne il vicecapo.
Nel 1960, a soli vent'anni, Bontate ereditò le redini della cosca per via delle gravi condizioni di salute del padre, che aveva rinunciato alla funzione di capo. Bontate iniziò ad operare nel settore del commercio all'ingrosso di prodotti ortofrutticoli, che si rivelò una copertura per i suoi affari illeciti, ma venne coinvolto anche in alcune attività edilizie a Palermo.
Nel 1969 Bontate fu tra gli organizzatori della cosiddetta «strage di viale Lazio» per punire il boss Michele Cavataio: infatti Bontate stesso scelse i suoi soldati Emanuele D'Agostino e Gaetano Grado per fare parte del commando di killer che uccise Cavataio. Nel 1970 Bontate partecipò ad un incontro a Milano insieme ad altri boss per discutere sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese e, durante l'incontro, costituì un "triumvirato" insieme ai boss Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio per ricostruire la "Commissione", sciolta in seguito alla prima guerra di mafia.
Nel 1971 Bontate venne denunciato dai Carabinieri e dalla questura di Palermo per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti insieme ad altri 113 mafiosi, venendo arrestato e rinchiuso per un breve periodo nel carcere dell'Ucciardone insieme a Gaetano Badalamenti, incluso pure nella denuncia.
In seguito alla scarcerazione, Bontate venne inviato al soggiorno obbligato a Qualiano, in provincia di Napoli, consentendogli di avviare rapporti con i camorristi napoletani Michele Zaza e Giuseppe Sciorio per il contrabbando di sigarette.

stefano bontade

L'omicidio (23 aprile 1981)

Nella metà degli anni settanta, Bontate lasciò in secondo piano il contrabbando di sigarette estere e divenne il principale approvvigionatore di morfina base dalla Turchia e dall'Estremo Oriente, grazie ai suoi stretti legami con i contrabbandieri Nunzio La Mattina e Tommaso Spadaro; inoltre Bontate instaurò ottimi rapporti personali e d'affari con il boss Salvatore Inzerillo, che inviava l'eroina raffinata negli Stati Uniti in collegamento con i suoi cugini Gambino di Brooklyn.
Nel 1975 però Totò Riina, reggente della cosca di Corleone in sostituzione di Luciano Leggio, fece sequestrare ed uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Bontate e Badalamenti, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno ad ottenere né la liberazione dell'ostaggio né per la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro.

Nel 1978 Riina e la sua fazione eliminarono i boss Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone, Michele Greco, il capo della "Commissione" che si era segretamente accordato con lo schieramento dei Corleonesi; Riina allora decretò l'omicidio del boss: mentre stava andando nella sua casa di campagna dopo una festa per il suo compleanno a bordo della sua nuova Alfa Romeo Giulietta 2000 super, Bontate venne assassinato a colpi di lupara e kalashnikov mentre era fermo ad un semaforo di via Aloi, a Palermo.
'Ci fu un momento in cui Stefano Bontade avrebbe voluto uccidere Toto' Riina e cosi' lo convoco' nella sua villa -ha detto il pentito Gaspare Mutolo- ma il capo di Cosa nostra invio' al suo posto Raffaele Ganci. Appena il cancello si chiuse, Bontade raggiunse la macchina convinto di trovarsi di fronte Toto' Riina. Vedendo Ganci rimase molto deluso. E questo ultimo riferi' poi che tutto era pronto per l'agguato: in giardino infatti c'erano almeno 15 persone'',.

Trent'anni fa l'assassinio di Bontade così iniziò la guerra di mafia



Ed eccola la vettura: è nuovissima, una Giulietta 2000 super marrone scuro, ha ancora la targa prova. L'auto ha superato di scatto l'incrocio, come dicono i segni delle ruote per terra. L'asfalto qui è asciutto, la sgommata evidente. La corsa dell'auto è finita appena dieci metri dopo, sul muretto che costeggia la strada. Probabilmente il guidatore, già colpito a morte, ha perso il controllo ma il piede gli è rimasto sull'acceleratore. La Giulietta è appoggiata sulla sinistra, lo sportello del conducente non si può aprire.

Infine nel 1981 Riina fece uccidere Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto contro Riina, che però venne rivelato.
L'omicidio, che diede inizio alla seconda guerra di mafia, venne anche organizzato dal fratello minore di Bontate, Giovanni, il quale si accordò con i Corleonesi perché intendeva sostituire il fratello alla guida della Famiglia; inoltre al delitto partecipò anche il vicecapo di Bontate, Pietro Lo Iacono, che si era recato a casa sua con la scusa di fargli gli auguri e aveva appreso dallo stesso Bontate che stava per recarsi nella casa di campagna e così aveva avvertito i killer che si erano nascosti nei dintorni.


Legami con la politica e la massoneria

Secondo la testimonianza del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Bontate fu implicato nell'uccisione di Enrico Mattei, presidente dell'ENI, e nella sparizione del giornalista Mauro De Mauro: «il rapimento di Mauro De Mauro […] è stato effettuato da Cosa Nostra. De Mauro stava indagando sulla morte di Mattei e aveva ottime fonti all'interno di Cosa Nostra. Stefano Bontate venne a sapere che De Mauro stava avvicinandosi troppo alla verità - e di conseguenza al ruolo che egli stesso aveva giocato nell'attentato - e organizzò il "prelevamento" del giornalista in via delle Magnolie. De Mauro fu rapito per ordine di Stefano Bontade che incaricò dell'operazione il suo vice Girolamo Teresi […]. Era stato "spento" un nostro nemico e si dette per scontato che Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio avessero autorizzato l'azione».                  

Mauro De Mauro

E’ il 28 agosto del 2013 e il boss Riina corleonese passeggia nel cortine del carcere milanese di Opera. Con lui c’è Alberto Lorusso, “l’uomo cimice”, che lo accompagna per mesi durante l’ora d’aria. “Certi processi solo coi pentiti non andrebbero fatti” dice Lorusso, riferendosi proprio al processo sull’omicidio del cronista dell’Ora, scomparso a Palermo esattamente 44 anni fa.
Sono le 21 circa del 16 settembre del 1970 e De Mauro sta facendo ritorno a casa: scende dall’auto, ma viene subito invitato a risalire da tre uomini rimasti nell’ombra. “Andiamo” grida nel buio uno dei tre, mentre De Mauro ha già rimesso in moto il motore della sua Bmw blu scuro, sotto lo sguardo della figlia Franca. Da quel momento del giornalista dell’Ora non si saprà più nulla: le indagini sembravano sul punto di arrivare ai mandanti del delitto, quando invece tutto viene bloccato per ordine diretto di Vito Miceli, direttore del Sid.
Da lì in poi buio assoluto fino al processo iniziato nel 2006, 36 anni dopo la scomparsa del cronista, che porta alla sbarra lo stesso Riina, poi assolto anche appello.
Assoluzione che Riina cita durante l’ora d’aria, vantandosene con il compagno di cella. “Riina tesse elogi per l’avvocato palermitano Giovanni Anania, subentrato nella difesa al posto del precedente avvocato fiorentino (Cianferoni ndr), che sarebbe riuscito a sconfessare i collaboratori di giustizia, tra cui Francesco Di Carlo, le cui dichiarazioni non sarebbero state tenute in considerazione da parte del collegio giudicante” appuntano gli agenti della Dia che intercettano i due.
“Di Carlo è un vero sbirro, un miserabile, un magnaccia” dice il capo dei capi, che poi dedica un passaggio della sua conversazione al luogo dove potrebbe essere stato nascosto il cadavere del giornalista dell’Ora. Secondo Riina “i tre fratelli Grado, essendo stati vicini a Stefano Bontate e ben inseriti nell’ambiente criminale, potrebbero essere a conoscenza di particolari della scomparsa e del luogo d’interramento del cadavere”.

Sindona

Nel 1979 Bontate, insieme ai boss Salvatore Inzerillo, John Gambino e Rosario Spatola, si occupò del falso rapimento del finanziere Michele Sindona, il quale si nascose in Sicilia in seguito alla bancarotta delle sue banche aiutato dal massone Giacomo Vitale, cognato di Bontate; il vero obiettivo del finto rapimento era quello di fare arrivare un avviso ricattatorio ai precedenti alleati politici di Sindona, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, per portare a buon fine il salvataggio delle sue banche e recuperare il denaro di Bontate e degli altri boss, anche minacciando Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca ed oppositore del piano di salvataggio.
Inoltre Sindona propose a Bontate un piano separatista e l'affiliazione di alcuni mafiosi siciliani in una loggia massonica coperta, anche se la proposta non venne accolta positivamente da tutta la "Commissione"; Bontate e altri mafiosi però ritennero opportuno legarsi alla massoneria, dove entrarono in contatto diretto con imprenditori, giudici e uomini politici per facilitare i loro affari illeciti.




Inoltre Bontate era in stretti rapporti d'amicizia con l'onorevole Salvo Lima, con il quale s'incontrava spesso, ed era anche legato agli onorevoli Francesco Cosentino e Rosario Nicoletti, il quale lo riceveva nel suo studio. Attraverso Lima, Bontate incontrò spesso anche l'onorevole Giulio Andreotti, come rievocato dai collaboratori di giustizia Francesco Marino Mannoia e Angelo Siino, che sarebbero stati diretti testimoni degli incontri, in occasione dei quali si sarebbe discusso del comportamento tenuto dal presidente democristiano della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, ritenuto in stridente contrasto con gli interessi di Cosa Nostra.
Le testimonianze dei due collaboratori sono state ritenute attendibili dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha assolto Andreotti per il reato di associazione mafiosa per il periodo successivo all'omicidio di Piersanti Mattarella, ritenendo tuttavia valido il reato di Andreotti per il periodo di tempo precedente al delitto Mattarella, anche se coperto dalla prescrizione. La sentenza venne confermata dalla Corte di Cassazione nell'ottobre del 2004.
Al processo contro il senatore Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, la Cassazione ritiene pienamente provato l'incontro avvenuto tra Bontate e l'allora imprenditore Silvio Berlusconi e Dell'Utri (all'epoca collaboratore di Berlusconi), testimoniato dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e di cui hanno parlato anche altri collaboratori.
L'incontro sarebbe avvenuto nel 1974 a Milano, dove venne presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi per svolgere la funzione di "garanzia e protezione" a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari” perché Berlusconi «temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona»; fu Dell'Utri a mettere Berlusconi in contatto con Bontate e Vittorio Mangano, che sarebbero stati i garanti della sicurezza di Berlusconi, che per questa ragione pagò “cospicue somme” a Dell'Utri.



Famiglia 

Giovanni Bontate: fratello di Stefano Bontate, esercitava a Palermo la professione di avvocato. Durante la Seconda guerra di mafia si schierò con i Corleonesi, quindi contro il fratello, nonostante questo verrà ucciso nel 1988 insieme alla moglie Francesca Citarda.
Francesco Paolo Bontate: figlio di Stefano Bontate viene arrestato nel 2003 per traffico di droga e condannato a 8 anni. Nel 2007 ottenne gli arresti domiciliari in virtù del buon percorso universitario intrapreso.

Berlusconi incontrava Bontade

PALERMO - Il boss pentito Nino Giuffrè, al suo debutto in aula contro un imputato eccellente (ieri Marcello Dell' Utri ma poi toccherà a Giulio Andreotti), dedica un «ricordo» al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Prima di concludere - dice lentamente Giuffrè scandendo bene le parole - vorrei aggiungere una "cosettina": quando Vittorio Mangano (il defunto boss che fu "stalliere" di Berlusconi, ndr) fu assunto ad Arcore, sia il boss Stefano Bontade che altre persone, di tanto in tanto, si incontravano con Berlusconi, con la scusa di andare a trovare lo stesso Mangano. Me lo disse l' allora capo di Cosa nostra Michele Greco durante la sua latitanza». Una frase che segna il ritorno di accuse già archiviate per Berlusconi, quelle di aver cominciato a costruire il suo impero economico consentendo ai boss della vecchia guardia, Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, per il tramite di Marcello Dell' Utri, di investire i miliardi sporchi del traffico di droga. E davanti ai cancelli di Arcore Cosa nostra avrebbe organizzato un falso sequestro di persona «per mettere paura a Berlusconi, in modo da esercitare una pressione indiretta per far assumere Vittorio Mangano». E pensare che fino a quel momento, in quasi cinque ore di interrogatorio, il collegio di difesa di Dell' Utri, ieri tornato in aula a Palermo, aveva fatto di tutto per alzare le barricate davanti alle «nuove» dichiarazioni di Giuffrè che per la prima volta, in aula, andando oltre i verbali di interrogatorio depositati dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, ha definito il senatore di Forza Italia «vicino a Cosa nostra» indicandolo chiaramente come uno dei tramite tra i boss e Forza Italia e affermando che gli uomini di Provenzano lo avrebbero sostenuto in tutte le elezioni. A Marcello Dell' Utri Giuffrè riserva altre "sorprese" sostenendo che l' ex presidente di Pubblitalia «era vicino a Cosa nostra e nello stesso tempo era un ottimo referente per Berlusconi e per questo era ritenuta una persona seria ed affidabile». Dove "affidabile" per Cosa nostra, spiega il boss pentito, stava a significare «che era il nostro tramite con la nuova forza politica che a metà degli anni '90 stava nascendo in Italia e cioè Forza Italia e che avrebbe mantenuto gli impegni presi prima delle elezioni». Notizie che Giuffrè giura di avere appreso di prima mano, dal capo dei capi di Cosa nostra, Bernardo Provenzano: «Ci ha detto che ci trovavamo in buone mani, che ci potevamo fidare: per la prima volta Provenzano usciva allo scoperto assumendosi in prima persona delle "responsabilità" precise e se lo ha fatto vuol dire che aveva avuto delle garanzie per i mali che affliggevano Cosa nostra: l' alleggerimento o l' eliminazione del 41 bis, il sequestro e la confisca dei beni e, soprattutto, la revisione dei processi dopo le centinaia di ergastoli piovuti sugli uomini di Cosa nostra». Tutte garanzie, ha affermato Giuffrè, che sarebbero arrivate tramite Dell' Utri e altri due personaggi tramite tra i boss e Forza Italia, l' avvocato ed ex deputato Massimo Maria Berruti e il costruttore Gianni Ienna. In cambio i nuovi referenti politici avrebbero chiesto ai boss la fine di stragi e attentati. Giuffrè affonda i colpi in aula cercando di uscire dalla vaghezza di interrogatori quasi sempre condotti dal procuratore Grasso e da magistrati diversi da quelli che sostengono l' accusa al processo. E i difensori di Dell' Utri «brandiscono» gli articoli della nuova legge sui pentiti, ricordano che i sei mesi a disposizione del pentito sono scaduti e paventano lo spauracchio dell' inutilizzabilità delle nuove accuse. «Fino ad ora Giuffrè non ha mai parlato del senatore come di "persona vicina a Cosa nostra" e questa sua dichiarazione è processualmente inutilizzabile». Replica altrettanto decisa dei due pm che ritengono che il collaboratore può aggiungere, in dibattimento, altri particolari o vicende che riguardano l' imputato. Una battaglia sull' interpretazione della normativa che, è facile prevedere, ricorrerà in tutti i processi eccellenti in cui Giuffrè sarà chiamato a dare il suo contributo. (Francesco Viviano - Repubblica).

Marino Mannoia racconta Bontate


Il 3 aprile 1993, in New York presso l' U.S. Attorney' s Office del Distretto Meridionale di New York, si procedeva all' espletamento della commissione internazionale di Francesco Marino Mannoia. (...)
L' onorevole Salvo Lima era un uomo d' onore dell' antica famiglia di Matteo Citarda di viale Lazio. Egli quindi, anche per tale qualità e non soltanto per l' importante ruolo svolto nell' ambito della Democrazia Cristiana palermitana e nazionale, intratteneva rapporti con i più importanti esponenti di Cosa Nostra.
La sua qualità di uomo d' onore fu sempre tenuta riservata, e cioè accessibile soltanto a pochissimi esponenti dell' organizzazione. Cosa Nostra al passo con i tempi
Per meglio comprendere le ragioni dell' omicidio di Salvo Lima, bisogna conoscere quale fosse la natura dei rapporti tra Cosa Nostra e il mondo politico fin dal periodo in cui era rappresentante della famiglia di Santa Maria del Gesù, Paolo Bontade detto don Paolino, padre di Stefano.
A quell' epoca i rapporti con gli uomini politici erano tenuti principalmente da Paolino Bontade Vincenzo Rimi e Antonino Salamone.
l Bontade, dapprima favorevole al regime monarchico, si rese poi conto delle necessità determinate dall' evoluzione dei tempi, e quindi della opportunità di stabilire un collegamento organico con la Dc. Già Paolino Bontade, ad esempio, intrattenne rapporti con Bernardo Mattarella, il quale era assai vicino a Cosa Nostra, anche se non ricordo se fosse un uomo d' onore.
I rapporti con il mondo politico furono intensificati da Stefano Bontade, dopo che egli divenne rappresentante prendendo il posto del padre. Stefano Bontade, al pari di Salvatore Riina e di Giuseppe Calò, era uno degli uomini più intelligenti di Cosa Nostra.
Egli sapeva bene che il potere di Cosa Nostra sarebbe rimasto limitato se almeno alcuni esponenti dell' organizzazione non avessero stabilito rapporti di amicizia con poteri esterni.
Fu proprio per questo motivo che il Bontade, in contrasto con l' opinione prevalente in Cosa Nostra, decise di affiliarsi ad una loggia massonica, ben comprendendo che in tal modo avrebbe potuto giovarsi di relazione importanti che avrebbero accresciuto il suo potere e il suo prestigio personale... (...)
Ritornando ai rapporti instaurati con il mondo politico da Stefano Bontade, ho appreso da lui stesso che egli dapprima stabilì relazioni assai strette con l' onorevole Rosario Nicoletti (che disponeva di una villa adiacente al fondo Magliocco), e - attraverso il canale del vecchio Matteo Citarda e di Giuseppe Albanese - con l' onorevole Salvatore Lima.
Successivamente sfruttando il canale rappresentato dai cugini Antonino e Ignazio Salvo (uomini d' onore della famiglia di Salemi, essi pure riservati), il Bontade instaurò intimi rapporti anche con Piersanti Mattarella.
Escludo comunque che quest' ultimo fosse un uomo d' onore poiché altrimenti l' avrei appreso da Stefano Bontade, il quale, come ho detto, non mi tacque mai i suoi rapporti con Mattarella.
Questi rapporti con i detti uomini politici erano intrattenuti non soltanto da Stefano Bontade, ma anche da altri esponenti di Cosa Nostra, quali ad esempio Salvatore Riina e Giuseppe Calò.
In particolare, Riina, Calò e altri esponenti di Cosa Nostra, vicini a Riina, avevano rapporti di intimità con l' onorevole Lima e con Vito Ciancimino.
Di quest' ultimo non so con certezza se fosse un uomo d' onore.
Nelle mani di Cosa Nostra vi era, del resto, quasi tutto l' ambiente politico di Palermo, ovviamente facendo riferimento alla ' fetta' delle mie conoscenze. Posso ricordare ancora il nome del senatore Cerami, intimo di Pietro Sanfratello e di Filippo Capitummino (cugino di Stefano Bontade), entrambi uomini d' onore della famiglia di Corso dei Mille.
Verso la fine degli Anni Settanta, si determinò nell' ambito di Cosa Nostra una sorta di concorrenza e di antagonismo tra varie componenti, ciascuna delle quali aspirava a stabilire un rapporto privilegiato con il mondo politico.
A questo proposito, è significativo un episodio al quale personalmente ho assistito. Una sera, io, Stefano Bontade, Girolamo Teresi e (se mal non ricordo) Giuseppe Albanese, ci recammo a un appuntamento che il Bontade aveva con l' onorevole Nicoletti sotto un edificio sito in una via vicina a piazza Politeama e parallela a viale della Libertà.
Il Bontade ebbe un' animata discussione con il Nicoletti e visibilmente lo maltrattò. Io ero rimasto in auto e Bontade, non appena tornato da quel colloquio, esclamò :' Questo crasto (cornuto) se non mette la testa a posto lo dobbiamo ammazzare' . Io chiesi il motivo, e il Bontade mi rispose che Nicoletti si stava riversando di più su Riina e Calò, trascurando così Bontade, che voleva essere lui ad avere rapporti privilegiati.
Lo stato dei rapporti tra Cosa Nostra e il mondo politico cominciò a mutare nel periodo immediatamente precedente agli omicidi di Michele Reina e di Piersanti Mattarella. (...)
La ragione del delitto Mattarella risiede nel fatto che lui, Piersanti Mattarella, dopo aver intrattenuto rapporti amichevoli con i cugini Salvo e con Stefano Bontade, ai quali non lesinava favori, successivamente aveva mutato la propria linea di condotta.
Egli, entrando in violento contrasto ad esempio con l' onorevole Rosario Nicoletti, voleva rompere con la mafia, dare "uno schiaffo" a tutte le amicizie mafiose e intendeva intraprendere una azione di rinnovamento del partito della Dc in Sicilia, andando contro gli interessi di Cosa Nostra e dei vari cugini Salvo, ingegner Lo Presti, Maniglia e così via. Rosario Nicoletti riferì a Bontade.
Attraverso l' onorevole Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche l' onorevole Giulio Andreotti. Andreotti scese a Palermo, e si incontrò con Stefano Bontade, i cugini Salvo, l' on. Lima, l' on. Nicoletti, Gaetano Fiore e altri. L' incontro avvenne in una riserva di caccia sita in una località della Sicilia che non ricordo. Si trattava però della stessa riserva di caccia in cui anche altre volte si erano recati Stefano Bontade, i cugini Salvo, Giuseppe Calderone e Gigino Pizzuto.
Ho appreso di questo incontro da Bontade, il quale me ne parlò poco tempo dopo che si era svolto, in periodo tra la primavera e l' estate del 1979. E comunque in epoca sicuramente posteriore all' omicidio di Michele Reina.
 Il Bontade non mi disse quale fosse stato in dettaglio il tenore dei colloqui intercorsi tra i presenti, né quale fosse stato l' atteggiamento assunto dall' on. Andreotti. Egli mi disse soltanto che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: "Staremo a vedere". Alcuni mesi dopo, fu deciso l' omicidio del Mattarella.
La decisione di uccidere Mattarella La decisione fu presa da tutti i componenti della Commissione provinciale di Palermo, e su ciò erano perfettamente concordi il Riina, il Calò, l' Inzerillo e il Bontade. Erano perfettamente d' accordo, anche se formalmente estranei alla decisione, i cugini Antonino e Ignazio Salvo. Per quanto riguarda l' esecuzione materiale dell' omicidio, io sapevo che sarebbe stato commesso, ma non vi ho preso parte.
Ho saputo dal Bontade che parteciparono Salvatore Federico (il quale era a bordo di un' autovettura), Francesco Davì (uomo d' onore di una famiglia che in questo momento non ricordo, e di mestiere pasticciere), Antonino Rotolo, Santino Inzerillo ed altri che in questo momento non ricordo... (...) Giovanni Falcone mi chiese che cosa pensassi del suicidio di Nicoletti. Risposi che ci si poteva uccidere per questioni personali o perché si provava rimorso. Non mi furono fatte altre domande. Ora, invece, preciso che Bontade mi aveva riferito che il Nicoletti (come ho già detto) aveva comunicato la decisione di Mattarella di mettersi contro Cosa Nostra.
Donde, la decisione di ucciderlo che aveva causato il rimorso di Nicoletti. (...) Alcuni mesi dopo l' omicidio del Mattarella io mi recai con Stefano Bontade e Salvatore Federico in una villetta intestata (almeno così mi sembra di ricordare) a un Inzerillo, zio di Salvatore. Questa villetta, il cui ingresso era chiuso da un cancello di lamiera piena, si raggiungeva percorrendo la prima parte della via Pitrè, poco dopo aver superato l' incrocio con viale Regione Siciliana, ed imboccando una piccola traversa a sinistra.
Questa traversa era costeggiata inizialmente da vecchie case, e poi proseguiva restringendosi in una strada, allora di campagna, costeggiata da muri. Ad un certo punto, sulla destra di questa stradina vi era appunto la villetta di cui ho parlato. Era una villetta modesta di piccole dimensioni. A quel tempo, ancora in fase di ultimazione. Oltre il cancello della villetta, entrando sul lato sinistro, c' era una specie di grande pozzo, che però non era un vero pozzo, ma una recinzione di sicurezza, un rudimentale muretto oltre il quale si poteva benissimo vedere l' inizio di un cunicolo che forse era uno dei condotti dei Beati Paoli.
All' interno di questa villetta trovammo Salvatore Inzerillo, Michelangelo La Barbera, Girolamo Teresi e Giuseppe Albanese, cognato di Giovanni Bontade. Non mi ricordo se vi fosse anche Santino Inzerillo. Un' ora dopo circa l' arrivo mio, di Stefano Bontade e Salvatore Federico, sopraggiunse un' Alfa Romeo blindata di colore scuro e con i vetri pure scuri. A bordo vi erano ambedue i cugini Salvo e l' on. Giulio Andreotti. Questa vettura era dei Salvo, o comunque nella loro disponibilità, poiché più volte, io avevo visto l' uno o l' altro dei due cugini adoperarla. Secondo quanto appresi, l' on. Andreotti proveniva da Trapani nel cui aeroporto era giunto a bordo in aereo privato affittato dai Salvo. O comuque per conto dei Salvo. (...)
Andreotti arrivò nella mattinata, potevano essere le 10, le 11. Non ricordo con esattezza. La riunione con lui durò al massimo tre quarti d' ora. Io ho visto personalmente l' on. Andreotti in occasione di detto incontro nella villa. Eravamo dentro la villa ad aspettare proprio lui perché Stefano Bontade aveva detto esplicitamente del suo arrivo. Quando sentimmo il suono di clacson di un' auto, ci precipitammo ad aprire il cancello. L' auto entrò dentro e il cancello venne subito richiuso.
L' auto si diresse verso la villa e si fermò più o meno al centro della proprietà. Lui, Andreotti, è sceso, scrutandosi intorno, ed è subito entrato nella villa, come del resto lo invitavano a fare Stefano Bontade e gli altri. Poi ho rivisto l' on. Andreotti quando, alla fine dell' incontro, è uscito dalla villa ed è risalito sull' auto. Se non ricordo male era vestito di scuro. Non aveva cappotto o impermeabile, eravamo in un periodo caldo. Ho visto solo il vestito. (...)
Io non assistetti al colloquio che si svolse tra le suindicate persone, poiché rimasi fuori in giardino con Salvatore Federico, Angelo La Barbera e (se c' era) Santino Inzerillo.
Sentii però chiaramente delle grida provenire dall' interno. Quando l' incontro ebbe fine, Andreotti andò via con i cugini Salvo a bordo della citata autovettura blindata e gli altri rimanemmo nella villa. Bontade, Inzerillo, Albanese e Girolamo Teresi rimasero ancora un po' a discutere tra loro appartati. Dopo che andammo via, lungo il tragitto, il Bontade raccontò a me e al Federico (...) che Andreotti era venuto per avere chiarimenti sull' omicidio di Mattarella.
Il Bontade gli aveva risposto: "In Sicilia comandiamo noi e se non volete cancellare completamente la Dc dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l' Italia meridionale. Potete contare soltanto sui voti del Nord dove votano tutti comunista, accettatevi questi".
Il Bontade aggiunse che aveva diffidato l' on. Andreotti "dall' idea di adottare interventi o leggi speciali poiché altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi". (...) Alla riunione (...) prese parte anche Salvo Lima. Egli si trovava già sul posto (...) quando io arrivai con Bontade e Federico. Allontanatosi poi Andreotti con i cugini Salvo, Lima rimase ancora con Bontade e gli altri sopra nominati a discutere appartato con loro. Lima se ne andò poi insieme con Albanese e Girolamo Teresi. (...) Giulio Andreotti impazziva per questo quadro. Alla fine Stefano Bontade e Pippo Calò sono riusciti a procurarglielo tramite un antiquario romano (che lavorava a Roma), amico del Calò. Non riesco a ricordare la natura del quadro, vale a dire che tipo di quadro fosse. (...)
Nell' aprile del 1981, venne ucciso Stefano Bontade. (...) Una volta ucciso Bontade, Riina si impossessò anche delle sue amicizie politiche, le quali divennero più strette perché, anche prima, Lima e Ciancimino erano già vicini a Riina.
Il voto al Psi per dare un avvertimento In questo contesto successivo alla morte di Bontade, Riina e i suoi cercavano anche la fiducia di Andreotti.
Ho sentito che non si sono trovati bene con lui. Nel senso che Andreotti non è risultato disponibile come era tempo prima. Tanto è vero che fu deciso di dare una dimostrazione ad Andreotti, facendo pervenire (anche all' Ucciardone) l' ordine - per tutti gli uomini d' onore - di far votare, in tutta la Sicilia che si poteva avvicinare, il Psi e in particolare Martelli ed un candidato di Partinico che mi pare si chiamasse Filippo Fiorino (mi riferisco alle elezioni del 1987). (...)
Osservo, però, che dopo il 1987 Andreotti non ha più favorito nessuno, ha cercato anzi di combattere la criminalità. Debbo anche dire che l' idea di spostare voti dalla Dc al Psi si rilevò un buco nell' acqua, perché i socialisti non divennero collusi. Del resto, questo spostamento fu in pratica un bluff, perché molti uomini d' onore dissero di sì, ma non si attivarono per far votare Psi. Ciò, a cominciare da me. Sempre nell' ottica di dare una dimostrazione ad Andreotti, dopo che questi aveva smesso di essere colluso con Cosa Nostra, voglio infine ricordare l' aiuto economico che Pippo Calò organizzò per i radicali di Pannella (io stesso uscii un milione di lire). (...)
Il presidente Carnevale è stato sempre avvicinabile. Anche perché originari di zone vicine, Carnevale era vecchio amico di Francesco Madonia, detto Ciccino, vecchio rappresentante di Vallelunga, padre di Giuseppe detto Piddu. Attraverso lui, e poi attraverso suo figlio, si sono avuti sempre contatti con Carnevale.
A me non risulta che Carnevale fosse contattato per il tramite di Andreotti. Io so la strada di Ciccino e poi del figlio Giuseppe. Carnevale era avvicinabile nelle situazioni che, di volta in volta, si presentavano e che interessavano famiglie di Cosa Nostra di una certo prestigio... Vi fu anche un interessamento di Cosa Nostra per il maxiprocesso anche se poi le cose sono cambiate.
 Riina aveva fatto sapere a pochi (fra cui il Lo Iacono, mia fonte) che alla fine il processo sarebbe stato annullato per interessamento del presidente Carnevale. Questi avrebbe trovato dei vizi nel rinvio a giudizio nel processo. Io non so bene queste cose: sta di fatto che Carnevale sarebbe tornato indietro, avrebbe fatto delle cose che il codice gli avrebbe permesso di fare conseguendo il risultato di fare annullare il processo. Ma non è Carnevale l' unico magistrato avvicinabile e perciò pericoloso... (...) Il 6 aprile 1993, in località dello Stato della Florida (che per ragioni di sicurezza non viene indicato nel verbale) si procedeva all' interrogatorio di Tommaso Buscetta. (...)
Il referente politico nazionale cui Salvatore Lima si rivolgeva per le questioni di interesse di Cosa Nostra che dovevano trovare una soluzione a Roma, era l' on. Giulio Andreotti. Questa mia affermazione si basa da un lato su quello che ho sentito in carcere - dal 1972 al 1980 - da uomini di Cosa Nostra (erano troppi per poterne ricordare oggi qualcuno in particolare); dall' altro, sul fatto che me l' avevano detto esplicitamente i cugini Salvo.
Quanto a Lima io non ho mai appreso da lui qualcosa che esplicitamente riguardasse questo suo rapporto con Giulio Andreotti relativamente a Cosa Nostra. Preciso (...) che Lima non era l' unico tramite tra i più importanti esponenti di Cosa Nostra e l' on. Andreotti. (...) Un giorno in Brasile (nel 1982/83), nel contesto di una conversazione riguardante l' omicidio del giornalista Mino Pecorelli, Gaetano Badalamenti mi riferì che egli stesso si era personalmente incontrato a Roma con Giulio Andreotti in relazione all' interessamento svolto da quest' ultimo per un processo in Cassazione riguardante Filippo Rimi, cognato dello stesso Badalamenti.
Il Rimi era stato nella fase di merito del processo condannato all' ergastolo, ma poi in effetti il giudizio della Corte di Cassazione era stato a lui favorevole. Il Badalamenti, il Rimi ed uno dei cugini Salvo (non ricordo quale dei due) si recarono appunto nell' ufficio di Andreotti e qui lo incontrarono. Badalamenti mi disse anche che Andreotti si era personalmente congratulato con lui, dicendogli che di uomini come lui "ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana". (...)
L' entità, di cui ho parlato alla commissione antimafia (l' entità chiese a Cosa Nostra di uccidere Dalla Chiesa nel 1979, n.d.r.) è Giulio Andreotti. (...) I cugini Salvo chiamavano Giulio Andreotti lo zio, quanto meno quando ne parlavamo con me. (...) Nel 1980 incontrai Bontade e gli chiesi quale fossero state le intenzioni di Cosa Nostra su Dalla Chiesa.
Stefano mi rispose che si sospettava che Dalla Chiesa volesse diventare capo dello Stato italiano con "un' azione di forza". Questi erano i "messaggi politici" raccolti dal Bontade e basati sul grande successo che il generale aveva ottenuto nella lotta al terrorismo. Bontade, nel corso di una conversazione che ebbi a Palermo con lui nel 1980, mi disse che l' omicidio Pecorelli era stato fatto da Cosa Nostra, più precisamente da lui e da Badalamenti su richiesta dei cugini Salvo. Successivamente (1982/83) Badalamenti me ne parlò negli stessi termini confermandomi la versione di Bontade.
In base alla versione dei due (coincidente), quello di Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai cugini Salvo in quanto a loro richiesto dall' on. Andreotti. (...) Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro.
Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare quei segreti, inerenti al sequestro dell' on. Aldo Moro, segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti "cose che si intrecciano fra loro".
Badalamenti mi disse anche che, verso la fine del terrorismo, il generale Dalla Chiesa era stato promosso per "toglierlo dai piedi", ma non so se questo questo sia vero. (...) Dalla Chiesa fu promosso - non so bene che cosa - "per essere scaricato dalla figura che era diventato in Italia, di salvatore della patria, per essere promosso e scaricato".
Ma a quanto pare il Pecorelli e il Dalla Chiesa (anche separatamente l' uno dall' altro) erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro che infastidivano l' on. Andreotti. Questo, ripeto, me lo disse Badalamenti nel 1983, commenttando l' omicidio di Dalla Chiesa con le parole: "Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsene di lui: non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui". (...)
Considerazioni analoghe a quelle ora svolte sull' omicidio Dalla Chiesa si potrebbero fare con riferimento all' omicidio Falcone nel senso che è sotto l' occhio di tutti che è stato ucciso perché il maxiprocesso non era andato bene per Cosa Nostra, ma potrebbe esserci sotto un' altra ragione che "va vista".
Voglio poi tornare su alcune mie dichiarazioni relative al sequestro Moro, per precisarle come segue. Il Calò aveva "un partito suo" che non voleva Moro libero. (...) Il mio interessamento per la liberazione di Moro mi porta a parlare di Ugo Bossi. Quando Bossi era ancora libero, fui "intervistato" da lui nel carcere di Cuneo. (...) Bossi mi chiese se mi sarebbe stato possibile, con il mio "ascendente", interessarmi con i brigatisti, così da entrare in trattative per la liberazione di Moro. (...) A Milano incontrai il Bossi, nel frattempo arrestato, che mi passò il processo con la trascrizione di tutte le telefonate. Erano molti fogli. Me li portò lui stesso in cella. (...)
Mi ricordo in particolare una telefonata di Bossi con un politico che diceva: "Questi non lo vogliono liberare a Moro". Questo politico era Vitalone. Io non so se oltre al giudice Vitalone esiste un altro Vitalone. Certo è che il Vitalone della telefonata parlava come un politico della Dc. (...)
Certo è che a chiedere a Stefano Bontade di interessarsi al caso Moro non potevano essere stati altri che i Salvo, e quindi Giulio Andreotti. Questo affermo sulla base della mia esperienza e conoscenza dei rapporti tra Cosa Nostra e mondo politico, in particolare dei rapporti di Bontade con i cugini Salvo e l' on. Lima, e tra questi ultimi e Andreotti.
I politici che Buscetta ha conosciuto (...) (...) Piersanti Mattarella era molto vicino a Cosa Nostra, pur senza essere uomo d' onore, anche perché discendeva dal padre. In un primo tempo tenne una condotta di "condiscendenza", anche se non proprio di corruzione. +Successivamente, dopo l' omicidio di Michele Reina, Mattarella divenne rigoroso, severo, disse "punto e basta". (...) C' erano dunque lamentele interne alla Dc, e ciascun capo mandamento per il suo vassallo politico partecipava nella commissione per dire "ammazziamo a questo e salviamo a quello".



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