lunedì 15 dicembre 2014

DANILO ABBRUCIATI "Er Camaleonte"



Danilo Abbruciati nasce a Roma nel 1944, figlio del pugile Otello Abbruciati (detto il Moro, per via la sua carnagione scura), campione italiano dei Pesi piuma e dei leggeri; cimentandosi lui stesso nell'arte del pugilato per poi abbandonare la disciplina per mancanza di rigore e perfezione nella pratica.
La sua carriera da criminale inizia quando, appena compiuta la maggiore età, comincia a frequentare un gruppo di ragazzi della buona società romana che ben presto si trasforma in una vera e propria batteria di rapinatori, denominata dalla stampa come la Gang dei Camaleonti che, nel biennio 1964/1965, si specializza in furti nelle abitazioni dei ricchi quartieri capitolini e che gli procura la sua prima condanna (a 4 anni) detentiva. Nel 1967, intanto, si unisce in matrimonio con Claudia, sua convivente e dall'unione, nel 1970, nasce la loro unica figlia.
Abbandonate le rapine e con una fama di criminale sempre crescente, Abbruciati, che nel periodo passato in carcere, a Milano aveva avuto modo di fare la conoscenza del boss della malavita meneghina Francis Turatello e di stringere con lui anche un forte legame di amicizia, riesce a spendere questa sua conoscenza per entrare in contatto con il Clan dei marsigliesi di Maffeo Bellicini, Albert Bergamelli e Jacques Berenguer. La banda, operante tra Francia e Roma, è dedita a rapine, sequestri di persona, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, gestione delle bische clandestine e a quel tempo controllava, tra le altre cose, gran parte dei locali della Dolce Vita di via Veneto. Con loro Abbruciati realizza numerosi reati per i quali torna ancora una volta tra le sbarre, alla fine del 1978.


La Banda della Magliana
Tornato di nuovo libero, nel luglio del 1979, Abbruciati trova una situazione del tutto nuova tra le strade della capitale, una nuova banda di criminali, infatti, sta mano a mano prendendo il controllo dei traffici illeciti della città: la Banda della Magliana. Grazie all'incontro con i vecchi amici del Testaccio, Abbruciati entra in contatto con i boss di quel nascente clan, Enrico De Pedis e Franco Giuseppucci, con i quali riallaccia vecchi rapporti di collaborazione e inizia a lavorare con loro (e assieme alla sua nuova amante, Fabiola Moretti) nello smercio della droga nel quartiere.
Come poi riferirà anni dopo, un altro dei capi della Magliana, Maurizio Abbatino, interrogato dagli inquirenti nell'istruttoria del processo che vedrà alla sbarra tutta quell'organizzazione malavitosa romana, nel 1992: "prima dell'omicidio di Franco Giuseppucci, avevano cominciato a gravitare intorno alla nostra banda, più precisamente nell'orbita di "Renatino" (De Pedis, ndr), Paolo Frau e Danilo Abbruciati. Quest'ultimo era stato uno dei boss della malavita romana, ma, a seguito dell'emergere della nostra banda e dei cambiamenti che cio' induceva nell'ambiente malavitoso, si era trovato "cane sciolto", per questo motivo si era avvicinato a De Pedis, cercando di rientrare nel giro, insieme al Frau che era il suo "tirapiedi"."
Circostanza confermata anche dalla Moretti, compagna di Abbruciati, che sempre nella medesima istruttoria ebbe a dichiarare: "Quando Danilo venne scarcerato, la situazione nel mondo della malavita era sostanzialmente cambiata: la malavita aveva scoperto quanto rendesse la commercializzazione della droga. Quando Danilo uscì di prigione, si era già costituita la cosiddetta banda della Magliana. Maurizio Abbatino aveva imposto una sorta di monopolio della droga, attraverso il quale controllava l'approvvigionamento e lo smercio su tutta Roma."
All'interno della Banda, però, nonostante le strette regole autoimposte dagli stessi componenti, il Camaleonte manterrà sempre una certa indipendenza che rispecchia il suo spirito imprenditoriale e che lo porterà a stringere rapporti di collaborazione con politici corrotti, estremisti di destra, mafiosi del calibro di Pippo Calò, boss palermitano della famiglia di Porta Nuova e punto di riferimento di Cosa Nostra a Roma e, indirettamente, anche con faccendieri come Flavio Carboni con i quali Abbruciati investì i proventi dello spaccio della droga in operazioni immobiliari in Sardegna. Grazie al buon rapporto con Calò e con l'altro boss palermitano Stefano Bontade, Abbruciati portò inoltre in dote alla Banda, un prezioso canale di rifornimento di stupefacenti direttamente connesso a Cosa Nostra.
Oltre al fiuto per gli affari, il Camaleonte era anche un killer senza scrupoli ed agiva sia per regolare interessi personali (o della Banda) sia su commissione, pagato da terzi. Il 3 febbraio del 1981, ad esempio, nel periodo in cui la resa dei conti all'interno della Banda della Magliana iniziava a prendere la forma di una vera e propria mattanza, partecipò alla esecuzione di Antonio Leccese, cognato dell'altro boss della Magliana Nicolino Selis, che venne giustiziato da Abbruciati e Antonio Mancini per strada, mentre a bordo della sua A112 faceva ritorno a casa dopo aver firmato la presenza al commissariato di zona. E della faida interna che, da lì a poco, avrebbe diviso per sempre gli ex sodali della Banda ne fu vittima anche Domenico Balducci, detto Memmo er Cravattaro che, nello stesso anno, compì il fatale errore di trattenere per sé una parte del denaro (150 milioni) destinato a Pippo Calò, firmando così la sua condanna a morte che avvenne, sempre per mano di Abbruciati (accompagnato questa volta da De Pedis e Pernasetti), la sera del 16 ottobre 1981 quando, rincasando in motorino nella sua lussuosa villa all'Aventino, venne ucciso dai testaccini.
Un profilo criminale a tutto tondo quindi, quello di Abbruciati, che poteva godere del rispetto da parte degli altri malavitosi che lo temevano e che avrebbero pagato a duro prezzo qualsiasi affronto nei suoi riguardi. Come, ad esempio avvenne a due esponenti della criminalità romana, Roberto Belardinelli (detto Bebbo) e Massimo Barbieri. Con il primo il motivo del contendere fu una banale rissa in un locale notturno capitolino, nel corso della quale Abbruciati esplose alcuni colpi di pistola all'indirizzo del Belardinelli che si dette alla fuga e che, come spiega Fabiola Moretti interrogata dal giudice istruttore, iniziò una guerra personale contro Abbruciati che trovò la fine con un morto ammazzato e innocente. La Moretti spiega che Bebo sparò raffiche di mitra contro le auto parcheggiate in via dei Ponziani. Infine sequestrò Oscaretto Meschino, per farsi dire, a suon di botte, dove potesse trovare Danilo. Infine una mattina che Danilo doveva incontrare Umbertino Cappellari sulla via del Mare dove, all'altezza della deviazione per Fiumicino, questi aveva un magazzino di lampadari, Bebo Belardinelli si trovò sul posto e uccise Umbertino, sotto gli occhi del figlio Pino, tossicodipendente: per sua fortuna Danilo era arrivato in ritardo all'appuntamento, sicché al suo posto morì il Cappellari.
Lo scontro con Massimo Barbieri fu causato, invece, da un festino organizzato da quest'ultimo con la madre di sua figlia Danila e con la sorella. Il Camaleonte non accettò questa mancanza di rispetto e cercò di vendicarsi uccidendo Barbieri ma, tradito dalla pistola, inceppatasi all'ultimo momento, lo pestò a sangue con il calcio dell'arma stessa. Dal canto suo, Barbieri cercò di vendicarsi attentando alla vita di Abbruciati con un colpo di pistola alla tempia. Il proiettile, che il Camaleonte decise di far rimuovere solo a vendetta eseguita, però non lo uccise e non lasciò conseguenze gravi, segnando tuttavia la condanna a morte dell'attentatore. Come se non bastasse, Barbieri si rese responsabile del rapimento e delle sevizie a danno di Fabiola Moretti, amante di Abbruciati. La tanto attesa occasione per la vendetta venne offerta ai Testaccini da un compare di Barbieri, Angelo Angelotti, il quale sfruttò il dissidio dell'ex amico con gli esponenti della banda per sbarazzarsi di lui, in quanto segretamente innamorato della moglie. Attirato con una scusa a un droga party presso un'abitazione di Ladispoli, Barbieri venne narcotizzato e legato per poi essere torturato per ore con un coltello da Abbruciati e De Pedis. Una volta ucciso, il suo corpo venne carbonizzato e abbandonato nella campagna romana.

La morte
La forte personalità, il carisma e l'intelligenza di questo bandito lo spinse a stringere rapporti anche con neofascisti ed esponenti dei servizi segreti, che in più di una occasione, in cambio dei suoi servizi, gli offrivano protezione ed impunità. Proprio un intreccio di interessi criminali tra componenti della banda, ambienti della criminalità economica e politica, e Cosa Nostra furono alla base del tentato omicidio di Roberto Rosone, vice presidente del Banco Ambrosiano. Fu in questa occasione che Abbruciati perse la vita, il 27 aprile del 1982.


Su richiesta di Ernesto Diotallevi, altro esponente di spicco della Banda della Magliana e tramite tra i mandanti (Flavio Carboni e Pippo Calò) e gli esecutori, Abbruciati giunse a Milano insieme a Bruno Nieddu per attentare alla vita del funzionario ma non riuscì nell'impresa di ucciderlo a causa di un guasto alla sua pistola e, dopo essere riuscito solo a gambizzarlo, fu ferito a morte da una guardia giurata con un colpo alle spalle, mentre scappava a bordo di una motocicletta guidata dal suo complice. Nella giacca del suo cadavere, i poliziotti trovarono una scatoletta di fiammiferi con appuntato un numero intestato a Mirella Fiorani, cognata di Diotallevi.
La notizia della sua morte a Milano colse di sorpresa sia i suoi amici della Magliana che gli stessi investigatori che si chiesero, per molto tempo, le ragioni che avessero portato Abbruciati a Milano, così lontano dai suoi interessi romani, da mero sicario. Una stranezza, quella che sia andato personalmente a eseguire un "lavoro" così rischioso quanto ben remunerato, che non verrà mai spiegata fino in fondo dalle inchieste che seguiranno negli anni a venire. Come mandanti dell'agguato furono comunque condannati Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi, lo stesso Ernesto Diotallevi e il faccendiere Flavio Carboni.

DOCUMENTI

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