mercoledì 4 dicembre 2013

CORRADO CARNEVALE




Disse Carnevale:"i giudici sono scansafatiche e incompetenti, non conoscono i codici e pensano solo alla carriera. Ai magistrati non piace lavorare, questa è la verità"."Il pasticcio dell'antimafia professionista è nato per colpire gli avversari politici della sinistra di matrice comunista".

Corrado Carnevale (Licata, 9 maggio 1930) è un magistrato italiano. Al centro di un controverso caso giudiziario, è stato infine definitivamente assolto ("il fatto non sussiste") dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Laureatosi all'Università di Palermo all'età di 21 anni col massimo dei voti, partecipò giovanissimo al concorso pubblico per uditore giudiziario e lo vinse, classificandosi al primo posto in graduatoria; venne nominato uditore il 17 dicembre 1953.
Successivamente seguì una carriera assai rapida, risultò vincitore sia del concorso a Consigliere di Corte di Appello sia a Consigliere di Cassazione, diventando così a soli 55 anni presidente di sezione di Corte di Cassazione (1º dicembre 1985): viene subito elogiato - oltre che per essere il più giovane presidente di sezione della storia - per aver azzerato l'arretrato in pochi anni.
Con la carica di Presidente della prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione Corrado Carnevale assume di fatto il monopolio del giudizio di legittimità sulle sentenze di mafia. In questa veste il collegio da lui presieduto cancella circa cinquecento sentenze di mafia, per vizi di forma, guadagnandogli il soprannome l'ammazzasentenze. Invalida, tra l'altro: nel 1986, gli ergastoli per i fratelli Salvatore e Michele Greco, ritenuti i mandanti dell'assassinio del magistra Rocco Chinnici, per "non credibilità dei pentiti": negli anni 1980, le condanne per un processo alla Banda della Magliana, che ancor oggi (2012) è attiva; l'arresto di Don Giovanni Stilo, accusato di essere un prete mafioso; l'arresto del figlio di Michele Greco, Giuseppe.
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Nelle motivazioni, il collegio giudicante, da lui presieduto, nega legittimità al teorema della Cupola di Cosa Nostra quale centro unificato criminale, e non ritiene attendibili le parole del "pentito dei due mondi" Tommaso Buscetta, che aveva disegnato l'organizzazione mafiosa come una piramide al cui vertice stava una cupola formata dai superboss mafiosi.
Quando il guardasigilli Claudio Martelli chiamò Giovanni Falcone, che aveva istruito il maxiprocesso a Cosa nostra, a dirigere gli Affari penali del Ministero, questi gli avrebbe chiesto consiglio per evitare che sull'ultima fase giudiziaria del maxiprocesso gravasse l'ombra del dubbio, stante la fama che circondava Carnevale. La via d'uscita venne trovata con il monitoraggio delle sentenze decise dalla prima sezione: per quattro mesi un gruppo di giudici lavorano sui 12500 provvedimenti emessi dal 1989. Come conseguenza, fu deciso un criterio di rotazione e Carnevale, che si occupava del maxiprocesso antimafia già dal 1991, si trovò a non essere più lui, salvo lamentarsene in seguito a presiedere la prima sezione il 30 gennaio 1992, quando la sentenza della Cassazione confermò le condanne inflitte a Palermo.
La sequenza delle accuse culminò in uno dei maggiori scandali della storia della magistratura italiana. Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo lo coinvolse nel processo Andreotti, dichiarando che "il senatore Andreotti aveva con lui uno speciale rapporto personale, e i boss erano sicuri che non ci sarebbero stati problemi
Il 29 marzo 1993 la procura di Palermo gli inviò un avviso di garanzia.
Dal 23 aprile 1993 il magistrato venne sospeso dalle funzioni e dallo stipendio.
Il 29 giugno 2001 fu condannato dalla Corte d'appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa a 6 anni di carcere, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e all'interdizione legale lungo l'arco della pena.
La sentenza finale in Cassazione del 30 ottobre 2002 lo ha assolto con formula piena, senza rinvio, ribaltando la sentenza della Corte d'Appello, constatando prove insufficienti a sostenere tali accuse. In particolare ha dovuto rilevare come le deposizioni dei suoi colleghi magistrati di cassazione che denunciavano le sue pressioni per influire sui processi, fossero inutilizzabili in giudizio perché riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto.





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