martedì 3 dicembre 2013

ALBERT BERGAMELLI




Albert Bergamelli nato in Francia (Vitry-sur-Seine, 6 settembre 1939) ma italiano di origine, sin dagli anni della sua adolescenza, Bergamelli frequenta la malavita delle bische clandestine marsigliesi occupandosi di piccole rapine e furti di vario genere nel Sud della Francia.
Il suo primo arresto, per furto, lo subisce all'età di diciassette anni e sconta, così, un anno di reclusione nel carcere minorile di Salum. Nel 1963, in occasione del secondo suo arresto, avvenuto questa volta a Lione, rinchiuso nel carcere di Melun, invece di aspettare la scadenza naturale della pena decide di evadere e di passare la sua latitanza nel Nord Italia.

Albert Bergamelli da giovane
La Banda del Mec
Bergamelli riappare alla cronaca il 15 aprile del 1964, protagonista di una rapina nella centralissima via Montenapoleone di Milano dove, assieme ad altri sei malavitosi tutti francesi, fa irruzione in una gioielleria rubando denaro e preziosi per un bottino di duecento milioni di lire. Solo otto giorni dopo il fatto, però, Bergamelli e i suoi complici (passati alla storia come i sette uomini d'oro) vennero tutti arrestati e, nel 1966, processati e condannati a scontare pene comprese fra i tre e i nove anni di reclusione.
Bergamelli finisce nel carcere di Alessandria dove, tramite corrispondenza, fa la conoscenza di una ragazza campana, Felicia Cuozzo, che diventerà poi sua moglie e resterà a lui legata fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1967 lascia il carcere per finire di scontare la pena in soggiorno obbligato in un paesino del modenese, dal quale però si sottrae molto presto per tornare in Francia e mettere su una banda di rapinatori attraverso cui il suo nome salirà al primo posto della lista dei ricercati d’Europa, facendosi conoscere per una serie di colpi alle banche con il suo gruppo ribattezzato La banda del Mec.
Note le sue simpatie verso il nazismo, Bergamelli apparteneva alla razza dei malavitosi “comuni” che spesso si associavano con quelli di matrice politica al fine di perseguire finalità comuni di autofinanziamento. Secondo alcune ricostruzioni, addirittura, le sue molteplici e rocambolesche evasioni, ad esempio, non sarebbero attribuibili ad una sua particolare abilità o fortuna ma, al contrario, ad aiuti esterni.
Il magistrato romano Vittorio Occorsio, titolare dell’inchiesta sull’Anonima Sequestri che si concluse poi con lo smantellamento della Banda dei Marsigliesi, individuò ad esempio un collegamento criminale fra la massoneria deviata, il neofascismo romano, i servizi segreti e la banda di Bergamelli.

Il Clan dei marsigliesi
Nel 1973 si trasferisce a Roma dove inizia a prendere contatti con i più noti criminali della città come l'altro marsigliese, già accusato di omicidio, Jacques Berenguer e il bresciano Maffeo "Lino" Bellicini, appena evaso da un carcere portoghese. Arruolando alcuni tra gli elementi più spregiudicati della malavita locale come Mario Castellano, Paolo Provenzano, Laudavino De Sanctis (detto Lallo lo zoppo) e il futuro boss della Magliana Danilo Abbruciati, i tre misero in piedi una batteria altamente efficiente, conosciuta come la banda delle tre B o, più tardi, come il Clan dei marsigliesi.
Specializzati inizialmente in rapine a mano armata e nel traffico di stupefacenti, attraverso una serie di sequestri di persona, il gruppo diventerà un'autentica industria del crimine, il primo capace di esercitare un certo controllo sul territorio, facendo fare un notevole salto di qualità alla piccola delinquenza di borgata romana.
Criminali esperti dai metodi spicci e senza pietà, il 22 febbraio del 1975, la banda si rese responsabile di un crimine che scosse l'opinione pubblica quando, durante una rapina all'interno dell’ufficio postale di Piazza dei Caprettari a Roma, venne ucciso l'agente Giuseppe Marchisella e, due giorni dopo, la fidanzata del poliziotto si uccise gettandosi nel vuoto. Quello che avrebbe dovuto essere un colpo miliardario si risolse invece con un magro bottino di sole 400 mila lire e due morti ammazzati.
Ma è con i sequestri di persona che la banda fece il suo definitivo salto di qualità. Solo fra il 1975 e il 1976 ne portarono a termine ben cinque, primo della serie quello dell'imprenditore Amedeo Maria Ortolani, sequestrato il 10 giugno del 1975, il suo rilascio avvenne dopo 11 giorni di prigionia e a seguito di un riscatto di 800 milioni di lire pagato dal padre Umberto Ortolani.
Bergamelli venne arrestato il 29 marzo del 1976 in un residence sulla via Aurelia a Roma, grazie ad un'indagine del giudice Vittorio Occorsio (che poi nel luglio dello stesso anno verrà ucciso da un commando di Ordine Nuovo). Venne rintracciato seguendo i movimenti di una donna, Maria Rossi, che proprio per la sua banda curava la logistica dei rifugi.
Due giorni dopo venne catturato anche il suo avvocato, Gian Antonio Minghelli membro della loggia massonica P2, arrestato per riciclaggio di denaro proveniente dal sequestro del gioielliere Gianni Bulgari durante un'indagine dello stesso Occorsio.
Tradotto nel carcere di Marino del Tronto in provincia di Ascoli Piceno, il 21 agosto del 1982 Bergamelli venne ucciso in modo cruento da Paolo Dongo, un detenuto comune appartenente alla cosiddetta Banda dei Genovesi e poi politicizzatosi in carcere e divenuto seguace della frazione brigatista capeggiata da Giovanni Senzani.

Albert Bergamelli ucciso


Bergamelli e la P2
Quando lo arrestano nel marzo 1976 dichiara: »Qualcuno mi ha tradito ma si ricordi che sono protetto da una "grande famiglia" . Fino ad allora era noto come feroce rapinatore e capo, insieme a Berenguer e Bellicini, di una banda di sequestratori.
E dopo il suo arresto che il pubblico ministero Vittorio Occorsio comincia a trovare riscontri a un'ipotesi di connessioni fra la »banda dei marsigliesi , il terrorismo nero e la loggia P2 (la »grande famiglia ). Dopo alcuni anni, Bergamelli, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno, stabilisce ottimi rapporti con Cutolo.
Bergamelli viene ucciso in carcere nel settembre 1982, a poco più di un anno di distanza dal caso Cirillo e sei mesi dopo il delitto Semerari. L'assassino di Bergamelli si chiama Paolo Dongo, un detenuto »comune politicizzatosi in carcere e divenuto seguace della frazione brigatista capeggiata da Giovanni Senzani.



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