venerdì 22 novembre 2013

VITO CASCIO FERRO "Don Vito"



Vito Cascio Ferro, nacque a Palermo il 22 gennaio 1862 da una povera famiglia contadina. Il padre Accursio Cascio Ferro si trasferì con la sua famiglia a Bisacquino, in provincia di Palermo, perché divenne campiere del locale feudo di Santa Maria del Bosco dei baroni Inglese.

Nel 1884 Cascio Ferro venne accusato di estorsione e incendio doloso, venendo prosciolto per insufficienza di prove. Nel 1892 s'infiltrò nel Fascio contadino di Bisacquino, diventandone dirigente, per poi rifugiarsi in Tunisia nel 1894 per via della repressione ordinata dal ministro degli Interni Francesco Crispi nei confronti dei Fasci siciliani. Tornato a Bisacquino poco tempo dopo, Cascio Ferro fece fortuna imbastendo una flottiglia di pescherecci per lo smercio in Tunisia del bestiame rubato nella provincia di Palermo e fece richiesta per entrare a far parte del "Circolo dei Civili" di Bisacquino, frequentato dai locali proprietari terrieri, ma la sua domanda di iscrizione venne respinta all’'unanimità. Cascio Ferro allora entrò dentro la sede del circolo in groppa al suo asino, minacciando pubblicamente i presenti per dimostrare il suo potere.
Nel 1898 Cascio Ferro venne arrestato per il rapimento della baronessina Clorinda Peritelli di Valpetroso ma subì una condanna a soli tre anni. Dopo essere stato scarcerato, nell'agosto 1901 raggiunse Marsiglia, da dove si imbarcò per gli Stati Uniti d'America.


Soggiorno negli Stati Uniti e l'omicidio Petrosino
Cascio Ferro arrivò ad Ellis Island nel settembre 1901 ed andò ad abitare insieme alla sorella Francesca e al cognato a Manhattan. Subito dopo si unì alla cosca di falsari ed estortori guidata da Giuseppe Morello e dai suoi fratellastri Vincenzo, Nicola e Ciro Terranova, mafiosi originari di Corleone, che lo coinvolsero nelle attività della «Mano Nera», che consistevano in estorsioni all’interno della comunità italiana di Little Italy, accompagnate da sfregi, danneggiamenti e minacce di morte per coloro che rifiutavano di pagare il «pizzo» e comprare i dollari falsi stampati dalla loro banda. Nel 1902 Cascio Ferro venne arrestato dai servizi segreti statunitensi per contraffazione di banconote insieme a tre associati, ma non venne condannato perché riuscì a trovare un'alibi.


Morello
Joe Petrosino
























Nel 1903 il detective Joe Petrosino sospettò Cascio Ferro di essere uno dei responsabili del famigerato «delitto del barile» (il corpo orribilmente sfigurato del mafioso siciliano Benedetto Madonia, membro della banda di Giuseppe Morello, fu trovato chiuso in un barile abbandonato in una strada) ma Cascio Ferro sfuggì all'arresto scappando prima a New Orleans e poi in Sicilia nel 1904.
Nel 1909 Cascio Ferro fu sospettato di essere l'autore dell'assassinio del detective Joe Petrosino, avvenuto a Palermo nella centrale Piazza Marina; infatti quando fu arrestato, gli fu trovata addosso una fotografia di Petrosino ma l'accusa decadde a causa dell'alibi fornitogli dall' onorevole Domenico De Michele Ferrantelli, deputato di Bivona di cui Cascio Ferro era il più importante capo-elettore, il quale affermò che nel momento in cui Petrosino veniva ucciso Cascio Ferro era ospite in casa sua.
Vito Cascio Ferro riprese indisturbato l’attività. Diventò il più grande capo che la mafia abbia mai avuto. Ancora oggi, in Sicilia, il suo nome è famoso. Per circa quindici anni, egli «governò» la parte occidentale dell’isola senza incontrare il minimo ostacolo. Egli portò l’organizzazione ai massimi fastigi. Giunse a costituire una flottiglia di pescherecci per poter tranquillamente avviare sui mercati africani il bestiame rubato.
Don Vito governò soprattutto servendosi del suo naturale ascendente: ricorreva alla violenza, con spietata freddezza, solo quando era necessario. Invecchiando assunse modi quasi regali e, d’altra parte, era effettivamente una specie di re. I ricchi lo temevano, le masse dei contadini lo idolatravano; sapeva, infatti, con doni, beneficenza, riparazione di piccoli torti, conquistarsi stima e fiducia. Per questa ragione don Vito giunse ad avere, oltre all’obbedienza assoluta dei suoi mafiosi, l’incondizionato appoggio delle autorità. Sotto di lui i contadini stavano buoni, nessuno si azzardava a scioperare, e se qualche temerario sindacalista cercava di «sobillare i lavoratori», la lunga mano di don Vito lo raggiungeva prima dei carabinieri.



Declino
Nel 1923 il sottoprefetto di Corleone segnalò Cascio Ferro al Ministero dell'Interno come «uno dei peggiori pregiudicati, capacissimo di commettere ogni delitto».
Il 1 maggio 1926 il Servizio Interprovinciale di Pubblica Sicurezza, creato dal «prefetto di ferro» Cesare Mori per arrestare i sospetti mafiosi, rastrellò la zona che include Bisacquino, Corleone e Contessa Entellina e arrestò 150 persone sospette, tra le quali Cascio Ferro, che venne imputato di omicidio. In un primo momento, Cascio Ferro riuscì ad ottenere la libertà su cauzione ma venne arrestato di nuovo nel 1928 a Sambuca di Sicilia e tradotto nel carcere di Sciacca. Nel 1930 la Corte d'’Assise di Agrigento lo condannò all'ergastolo per omicidio.
Vito Cascio Ferro morì di sete e di terrore durante i bombardamenti dell’'estate 1943, nel carcere di Pozzuoli, dove fu "dimenticato" dalle autorità.












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