sabato 20 aprile 2013

STEFANO BONTATE "Principe di Villagrazia"




Stefano Bontate (Palermo, 23 aprile 1938 – Palermo, 23 aprile 1981) è stato un criminale italiano, legato a Cosa Nostra. Erroneamente, talune fonti riportano il cognome "Bontade".
Stefano Bontate amava farsi chiamare anche "Principe di Villagrazia", malgrado non vantasse alcun titolo nobiliare.
Stefano Bontate era figlio di Francesco Paolo Bontate, l'autorevole capo della cosca mafiosa di Santa Maria di Gesù, meglio noto come "don Paolino Bontà". Il giovane Stefano frequentò il liceo Gonzaga presso i padri Gesuiti ed, insieme al fratello Giovanni, venne affiliato alla cosca del padre, di cui divenne il vicecapo. Nel 1960, a soli vent'anni, Bontate ereditò le redini della cosca per via delle gravi condizioni di salute del padre, che aveva rinunciato alla funzione di capo. Bontate iniziò ad operare nel settore del commercio all'ingrosso di prodotti ortofrutticoli, che si rivelò una copertura per i suoi affari illeciti, ma venne coinvolto anche in alcune attività edilizie a Palermo.
Nel 1969 Bontate fu tra gli organizzatori della cosiddetta «strage di viale Lazio» per punire il boss Michele Cavataio: infatti Bontate stesso scelse i suoi soldati Emanuele D'Agostino e Gaetano Grado per fare parte del commando di killer che uccise Cavataio. Nel 1970 Bontate partecipò ad un incontro a Milano insieme ad altri boss per discutere sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese e, durante l'incontro, costituì un "triumvirato" insieme ai boss Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio per ricostruire la "Commissione", sciolta in seguito alla prima guerra di mafia.
Nel 1971 Bontate venne denunciato dai Carabinieri e dalla questura di Palermo per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti insieme ad altri 113 mafiosi, venendo arrestato e rinchiuso per un breve periodo nel carcere dell'Ucciardone insieme a Gaetano Badalamenti, incluso pure nella denuncia. In seguito alla scarcerazione, Bontate venne inviato al soggiorno obbligato a Qualiano, in provincia di Napoli, consentendogli di avviare rapporti con i camorristi napoletani Michele Zaza e Giuseppe Sciorio per il contrabbando di sigarette.


L'omicidio (23 aprile 1981)
Nella metà degli anni settanta, Bontate lasciò in secondo piano il contrabbando di sigarette estere e divenne il principale approvvigionatore di morfina base dalla Turchia e dall'Estremo Oriente, grazie ai suoi stretti legami con i contrabbandieri Nunzio La Mattina e Tommaso Spadaro; inoltre Bontate instaurò ottimi rapporti personali e d'affari con il boss Salvatore Inzerillo, che inviava l'eroina raffinata negli Stati Uniti in collegamento con i suoi cugini Gambino di Brooklyn. Nel 1975 però Totò Riina, reggente della cosca di Corleone in sostituzione di Luciano Leggio, fece sequestrare ed uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Bontate e Badalamenti, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno ad ottenere né la liberazione dell'ostaggio né per la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro.

Nel 1978 Riina e la sua fazione eliminarono i boss Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone, Michele Greco, il capo della "Commissione" che si era segretamente accordato con lo schieramento dei Corleonesi; Riina allora decretò l'omicidio del boss: mentre stava andando nella sua casa di campagna dopo una festa per il suo compleanno a bordo della sua nuova Alfa Romeo Giulietta 2000 super, Bontate venne assassinato a colpi di lupara e kalashnikov mentre era fermo ad un semaforo di via Aloi, a Palermo.

Ed eccola la vettura: è nuovissima, una Giulietta 2000 super marrone scuro, ha ancora la targa prova. L'auto ha superato di scatto l'incrocio, come dicono i segni delle ruote per terra. L'asfalto qui è asciutto, la sgommata evidente. La corsa dell'auto è finita appena dieci metri dopo, sul muretto che costeggia la strada. Probabilmente il guidatore, già colpito a morte, ha perso il controllo ma il piede gli è rimasto sull'acceleratore. La Giulietta è appoggiata sulla sinistra, lo sportello del conducente non si può aprire.

Trent'anni fa l'assassinio di Bontade così iniziò la guerra di mafia

Infine nel 1981 Riina fece uccidere Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto contro Riina, che però venne rivelato da
L'omicidio, che diede inizio alla seconda guerra di mafia, venne anche organizzato dal fratello minore di Bontate, Giovanni, il quale si accordò con i Corleonesi perché intendeva sostituire il fratello alla guida della Famiglia; inoltre al delitto partecipò anche il vicecapo di Bontate, Pietro Lo Iacono, che si era recato a casa sua con la scusa di fargli gli auguri e aveva appreso dallo stesso Bontate che stava per recarsi nella casa di campagna e così aveva avvertito i killer che si erano nascosti nei dintorni.


Legami con la politica e la massoneria
Secondo la testimonianza del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Bontate fu implicato nell'uccisione di Enrico Mattei, presidente dell'ENI, e nella sparizione del giornalista Mauro De Mauro: «il rapimento di Mauro De Mauro […] è stato effettuato da Cosa Nostra. De Mauro stava indagando sulla morte di Mattei e aveva ottime fonti all'interno di Cosa Nostra. Stefano Bontate venne a sapere che De Mauro stava avvicinandosi troppo alla verità - e di conseguenza al ruolo che egli stesso aveva giocato nell'attentato - e organizzò il "prelevamento" del giornalista in via delle Magnolie. De Mauro fu rapito per ordine di Stefano Bontade che incaricò dell'operazione il suo vice Girolamo Teresi […]. Era stato "spento" un nostro nemico e si dette per scontato che Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio avessero autorizzato l'azione».
Nel 1979 Bontate, insieme ai boss Salvatore Inzerillo, John Gambino e Rosario Spatola, si occupò del falso rapimento del finanziere Michele Sindona, il quale si nascose in Sicilia in seguito alla bancarotta delle sue banche aiutato dal massone Giacomo Vitale, cognato di Bontate; il vero obiettivo del finto rapimento era quello di fare arrivare un avviso ricattatorio ai precedenti alleati politici di Sindona, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, per portare a buon fine il salvataggio delle sue banche e recuperare il denaro di Bontate e degli altri boss, anche minacciando Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca ed oppositore del piano di salvataggio. Inoltre Sindona propose a Bontate un piano separatista e l'affiliazione di alcuni mafiosi siciliani in una loggia massonica coperta, anche se la proposta non venne accolta positivamente da tutta la "Commissione"; Bontate e altri mafiosi però ritennero opportuno legarsi alla massoneria, dove entrarono in contatto diretto con imprenditori, giudici e uomini politici per facilitare i loro affari illeciti.

Inoltre Bontate era in stretti rapporti d'amicizia con l'onorevole Salvo Lima, con il quale s'incontrava spesso, ed era anche legato agli onorevoli Francesco Cosentino e Rosario Nicoletti, il quale lo riceveva nel suo studio. Attraverso Lima, Bontate incontrò spesso anche l'onorevole Giulio Andreotti, come rievocato dai collaboratori di giustizia Francesco Marino Mannoia e Angelo Siino, che sarebbero stati diretti testimoni degli incontri, in occasione dei quali si sarebbe discusso del comportamento tenuto dal presidente democristiano della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, ritenuto in stridente contrasto con gli interessi di Cosa Nostra.
Le testimonianze dei due collaboratori sono state ritenute attendibili dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha assolto Andreotti per il reato di associazione mafiosa per il periodo successivo all'omicidio di Piersanti Mattarella, ritenendo tuttavia valido il reato di Andreotti per il periodo di tempo precedente al delitto Mattarella, anche se coperto dalla prescrizione. La sentenza venne confermata dalla Corte di Cassazione nell'ottobre del 2004.
Al processo contro il senatore Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, la Cassazione ritiene pienamente provato l'incontro avvenuto tra Bontate e l'allora imprenditore Silvio Berlusconi e Dell'Utri (all'epoca collaboratore di Berlusconi), testimoniato dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo e di cui hanno parlato anche altri collaboratori. L'incontro sarebbe avvenuto nel 1974 a Milano, dove venne presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi per svolgere la funzione di "garanzia e protezione" a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari” perché Berlusconi «temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona»; fu Dell'Utri a mettere Berlusconi in contatto con Bontate e Vittorio Mangano, che sarebbero stati i garanti della sicurezza di Berlusconi, che per questa ragione pagò “cospicue somme” a Dell'Utri.



Famiglia 
Giovanni Bontate: fratello di Stefano Bontate, esercitava a Palermo la professione di avvocato. Durante la Seconda guerra di mafia si schierò con i Corleonesi, quindi contro il fratello, nonostante questo verrà ucciso nel 1988 insieme alla moglie Francesca Citarda.
Francesco Paolo Bontate: figlio di Stefano Bontate viene arrestato nel 2003 per traffico di droga e condannato a 8 anni. Nel 2007 ottenne gli arresti domiciliari in virtù del buon percorso universitario intrapreso.


Berlusconi incontrava Bontade
PALERMO - Il boss pentito Nino Giuffrè, al suo debutto in aula contro un imputato eccellente (ieri Marcello Dell' Utri ma poi toccherà a Giulio Andreotti), dedica un «ricordo» al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Prima di concludere - dice lentamente Giuffrè scandendo bene le parole - vorrei aggiungere una "cosettina": quando Vittorio Mangano (il defunto boss che fu "stalliere" di Berlusconi, ndr) fu assunto ad Arcore, sia il boss Stefano Bontade che altre persone, di tanto in tanto, si incontravano con Berlusconi, con la scusa di andare a trovare lo stesso Mangano. Me lo disse l' allora capo di Cosa nostra Michele Greco durante la sua latitanza». Una frase che segna il ritorno di accuse già archiviate per Berlusconi, quelle di aver cominciato a costruire il suo impero economico consentendo ai boss della vecchia guardia, Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, per il tramite di Marcello Dell' Utri, di investire i miliardi sporchi del traffico di droga. E davanti ai cancelli di Arcore Cosa nostra avrebbe organizzato un falso sequestro di persona «per mettere paura a Berlusconi, in modo da esercitare una pressione indiretta per far assumere Vittorio Mangano». E pensare che fino a quel momento, in quasi cinque ore di interrogatorio, il collegio di difesa di Dell' Utri, ieri tornato in aula a Palermo, aveva fatto di tutto per alzare le barricate davanti alle «nuove» dichiarazioni di Giuffrè che per la prima volta, in aula, andando oltre i verbali di interrogatorio depositati dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, ha definito il senatore di Forza Italia «vicino a Cosa nostra» indicandolo chiaramente come uno dei tramite tra i boss e Forza Italia e affermando che gli uomini di Provenzano lo avrebbero sostenuto in tutte le elezioni. A Marcello Dell' Utri Giuffrè riserva altre "sorprese" sostenendo che l' ex presidente di Pubblitalia «era vicino a Cosa nostra e nello stesso tempo era un ottimo referente per Berlusconi e per questo era ritenuta una persona seria ed affidabile». Dove "affidabile" per Cosa nostra, spiega il boss pentito, stava a significare «che era il nostro tramite con la nuova forza politica che a metà degli anni '90 stava nascendo in Italia e cioè Forza Italia e che avrebbe mantenuto gli impegni presi prima delle elezioni». Notizie che Giuffrè giura di avere appreso di prima mano, dal capo dei capi di Cosa nostra, Bernardo Provenzano: «Ci ha detto che ci trovavamo in buone mani, che ci potevamo fidare: per la prima volta Provenzano usciva allo scoperto assumendosi in prima persona delle "responsabilità" precise e se lo ha fatto vuol dire che aveva avuto delle garanzie per i mali che affliggevano Cosa nostra: l' alleggerimento o l' eliminazione del 41 bis, il sequestro e la confisca dei beni e, soprattutto, la revisione dei processi dopo le centinaia di ergastoli piovuti sugli uomini di Cosa nostra». Tutte garanzie, ha affermato Giuffrè, che sarebbero arrivate tramite Dell' Utri e altri due personaggi tramite tra i boss e Forza Italia, l' avvocato ed ex deputato Massimo Maria Berruti e il costruttore Gianni Ienna. In cambio i nuovi referenti politici avrebbero chiesto ai boss la fine di stragi e attentati. Giuffrè affonda i colpi in aula cercando di uscire dalla vaghezza di interrogatori quasi sempre condotti dal procuratore Grasso e da magistrati diversi da quelli che sostengono l' accusa al processo. E i difensori di Dell' Utri «brandiscono» gli articoli della nuova legge sui pentiti, ricordano che i sei mesi a disposizione del pentito sono scaduti e paventano lo spauracchio dell' inutilizzabilità delle nuove accuse. «Fino ad ora Giuffrè non ha mai parlato del senatore come di "persona vicina a Cosa nostra" e questa sua dichiarazione è processualmente inutilizzabile». Replica altrettanto decisa dei due pm che ritengono che il collaboratore può aggiungere, in dibattimento, altri particolari o vicende che riguardano l' imputato. Una battaglia sull' interpretazione della normativa che, è facile prevedere, ricorrerà in tutti i processi eccellenti in cui Giuffrè sarà chiamato a dare il suo contributo. (Francesco Viviano - Repubblica).

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