martedì 16 aprile 2013

RAFFAELE CUTOLO "O prufessor 'e Ottaviano"

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Raffaele Cutolo  nasce il 20 dicembre del 1941 ad Ottaviano, da Michele e Carolina Ambrosio. È fratello di Rosetta e di Pasquale, entrambi futuri criminali. Il padre, detto 'O monaco per la sua religiosità, è uno zappatore mezzadro più volte sottoposto alle vessazioni del padronato tanto da ricorrere ai favori del boss locale, Alfredo Maisto, responsabile del mercato nero campano al pari di Pasquale Simonetti, detto Pascalone 'e Nola. È proprio grazie all'influenza di Maisto che il giovane Cutolo prende parte ad un omicidio avvenuto al mercato di Aversa: un luogotenente di Maisto, Aniello Scamardella, porta con sé il ragazzo e gli affida una pistola che utilizzerà per l'assassinio di un mercante per motivi legati alla trattativa di bestiame.
Raffaele, dopo la licenza elementare, non prosegue gli studi e svolge numerosi lavori come garzone presso artigiani locali. L'infanzia e l'adolescenza di Cutolo si completano in un quadro di degrado sociale e culturale dove è palese l'assenza dello Stato e l'egemonia dei latifondisti e della camorra rurale.
Cutolo ha riconosciuto legalmente due figli, Roberto - nato dalla breve relazione (8 mesi) con Filomena Liguori, denunciata più volte per sfruttamento della prostituzione - e Denise. Roberto, pregiudicato, è stato ucciso a Tradate in Lombardia dalla 'ndrangheta per una vendetta trasversale il 19 dicembre 1990. Nel corso della latitanza, Raffaele Cutolo conosce Lidarsa Bent Brahim Radhia, una donna tunisina cui dedicò una poesia. Dalla relazione, nasce Yosra.
Nel 1980 Cutolo compra da Maria Capece Minutolo, vedova del Principe Lancillotti di Lauro, il Castello Mediceo, per una spesa di 270 milioni. Il Castello, già appartenuto dal 1567 alla famiglia principesca dei de' Medici di Ottajano, fu per pochissimi anni adibito a quartier generale della NCO, che Cutolo provvedeva a dirigere direttamente dalle carceri di Poggioreale e di Ascoli Piceno.
Il suddetto Castello Mediceo (detto anche Palazzo del Principe), fu nel 1991 confiscato dallo Stato e dato in proprietà al Comune di Ottaviano. In seguito, tra l'altro, è divenuto Sede del Parco Nazionale del Vesuvio.
Nel 1983 sposa Immacolata Jacone, figlia di Salvatore, sorella di Giovanni e Luigi Jacone, tutti pregiudicati. Il matrimonio viene celebrato dallo storico cappellano del carcere dell'Asinara, don Giorgio Curreli. Contrariamente a quanto si vede nel film a lui ispirato, Raffaele Cutolo sposa Immacolata Jacone nella suggestiva chiesa di Cala d’Oliva. Di quell'evento, che non mancò di suscitare polemiche, restano 36 foto mai rese pubbliche.
Il 30 ottobre 2007 diventa di nuovo padre. La bambina viene concepita attraverso l'inseminazione artificiale cui si sottopose la moglie Immacolata Jacone grazie ad una speciale autorizzazione ottenuta nel 2001.
Raffaele Cutolo è stato condannato a 4 ergastoli da scontare (dal 1995) in regime di 41 bis. Il boss ha più volte criticato tale regime che, a suo parere, viola i diritti umani tanto da preferire la pena di morte.
Ha trascorso gran parte della sua vita in carcere, proprio come Salvatore De Crescenzo detto Tore è Crescienzo, esponente della vecchia camorra ottocentesca. È stato ospitato da diverse carceri italiane e dal 2007 è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Terni nella cella che fu di Bernardo Provenzano


Il primo incontro con il carcere
La storia criminale di Raffaele Cutolo inizia nel 1963 con l'omicidio di un ragazzo del suo stesso paese, Mario Viscito. Raffaele Cutolo percorreva il viale principale di Ottaviano con l'auto in folle per mancanza di benzina. Era l'ora del passeggio e, nella confusione, urtò leggermente le gambe di una ragazza, Nunzia Arpaia. La ragazza protestò, lui la schiaffeggiò e ne nacque una lite che coinvolse altre persone. Cutolo sparò e uccise Viscito, poi scappò per presentarsi due giorni dopo alle forze dell'ordine. Per questo reato Cutolo fu condannato all'ergastolo, pena ridotta in appello a 24 anni di reclusione.
Per il delitto Viscito, Cutolo varca le porte del carcere di Poggioreale nel 1963. Nel corso della detenzione, Cutolo elabora, sul modello della Bella Società Riformata, il suo progetto criminale ispirato ad "un’ideologia pseudo-ribellista di impronta meridionalistica, che attingeva in parte alla propaganda delle organizzazioni terroristiche".
Antonio Spavone
È dunque nel carcere che crea le basi per una organizzazione criminale cui saranno affiliati, in primo luogo, i detenuti di cui Cutolo conosce profondamente le esigenze, i bisogni, le velleità. Il boss fa leva su una giustizia di matrice popolare di cui il sottoproletariato sente il bisogno e ne rimane affascinato. In tal senso, è utile ricordare una dichiarazione di Cutolo riportata da Sales: Dicono che ho organizzato la nuova Camorra. Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta. La stessa ideologia traspare nella celebre intervista rilasciata a Enzo Biagi nel 1986.
Dietro le sbarre ha modo di sfidare il famoso capocamorra Antonio Spavone, detto o' malommo o guappo gentiluomo. Spavone è un boss alla vecchia maniera, gode di privilegi all'interno del carcere senza condividerli con gli altri. Con questo pretesto, Cutolo sfida il capocamorra a duello (o Zumpata, come viene definito il duello all'arma bianca) ma questi non si presenta. In ogni caso, l'episodio lo rende popolare tra i detenuti che, sempre più numerosi, chiedono la sua protezione.


La nascita della NCO
Il 24 ottobre 1970 (San Raffaele) nasce la "Nuova Camorra Organizzata" (NCO). Si tratta di un'organizzazione piramidale e paramilitare, basata sul culto di una sola personalità. Questi sono i ruoli assunti dagli affiliati: il picciotto, il camorrista, lo sgarrista, il capozona e infine il santista. Al vertice c'è solo Raffaele Cutolo detto "Vangelo". Tra i primi affiliati si ricordano i detenuti Raffaele Catapano, Pasquale D'Amico, Giuseppe Serra, Giuseppe Puca, Michele Iafulli. Il grado di santista (braccio destro di Cutolo) è raggiunto solo dall'imprenditore Vincenzo Casillo, Pasquale Barra, Davide Sorrentino, Antonino Cuomo e Giuseppe Puca. Un ruolo particolare spetta a Alfonso Rosanova, imprenditore e mente economica della NCO, e a Rosetta Cutolo. Ma soprattutto, Cutolo conta su un esercito di giovani - la cosiddetta manovalanza cutoliana - affiliati tra le maglie del sottoproletariato.
L'affiliazione prevede l'adesione totale alla volontà del capo. Questa è simbolicamente rappresentata da un rituale di iniziazione per il quale i nuovi adepti giurano fedeltà ripetendo un testo ispirato ai cerimoniali di stampo massonico. Il testo è stato ritrovato grazie all'arresto di Giuseppe Palillo, e proprio per questo è detto Giuramento di Palillo. Alcuni storiografi ritengono che si tratti di un rituale mutuato da quello della 'ndrangheta alla quale Cutolo si affiliò tramite i Piromalli e Paolo De Stefano.
L'adesione alla NCO è stimolata da un ritorno economico: i proventi di un qualunque attività illegale (gioco d'azzardo, lotto nero, totonero, spaccio di droga, contrabbando di armi e sigarette, rapine, estorsioni, tangenti, truffe sui fondi comunitari, furto e ricettazione, usura) erano suddivisi tra gli autori, Cutolo stesso, ed una "cassa comune" destinata al mantenimento delle famiglie dei carcerati ed al pagamento degli studi dei loro figli più promettenti. In realtà, la NCO si trasforma in breve tempo in una vera e propria holding del crimine che gioca la propria affermazione sul territorio attraverso tre fattori:
1. L'omicidio di coloro che (dall'interno o dall'esterno, legalmente o illegalmente) tentano di contrastare il potere di Cutolo
2. Una larga convivenza con il potere politico. Secondo la Commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, è evidente che la collusione tra politica e camorra ha legittimato la NCO.
3. Il potere di seduzione su una vasta popolazione che, anche inconsapevolmente, ha accettato la presenza tangibile di un'organizzazione paramilitare e parastatale.
Nel 1970, viene scarcerato per decorrenza dei termini. Cutolo è in attesa di giudizio, ma quando la Cassazione conferma la condanna si dà alla latitanza fino al 25 marzo 1971. Cutolo ritorna nel carcere di Poggioreale. Vi rimane fino a quando, nel maggio del 1977, la sentenza della Corte d'Appello riconosce al boss l'infermità mentale, disponendone il ricovero per un periodo non inferiore a 5 anni. È in osservazione nel manicomio giudiziario di Napoli, poi è trasferito al manicomio giudiziario di Aversa da cui evade in modo clamoroso il 5 febbraio 1978: una carica di nitroglicerina squarcia dall'esterno l'edificio permettendo la fuga del boss.

La latitanza e l'affermazione
Nel corso della latitanza avvia rapporti con la malavita pugliese, con la 'ndrangheta, con le bande lombarde di Renato Vallanzasca e Francis Turatello per il commercio della cocaina. Con il falso nome di Prisco Califano, Cutolo gira l'Italia, si reca ad Ottaviano dal sindaco Salvatore La Marca, va negli Usa e incontra Carlo Gambino. In poco tempo, la NCO penetra tutti i settori dell'economia campana e, anche grazie alla connivenza e l'assenso dei politici locali, riesce ad usufruire dei fondi della CEE destinati ai produttori di conserve.
Il 10 maggio 1979 telefona alla redazione de Il Mattino intimando ai rapitori di un ragazzo, Gaetano Casillo, di liberare immediatamente l'ostaggio. Poco dopo, il rapitore sarà assassinato.
Il 15 maggio 1979, Cutolo viene catturato in un casolare ad Albanella in provincia di Salerno.




Il terremoto
Il 23 novembre 1980 un terremoto colpisce l'Italia meridionale. Quella notte, il carcere di Poggioreale è teatro di una resa dei conti tra detenuti appartenenti o meno alla NCO: il bilancio è di tre morti e otto feriti.
La criminalità organizzata si insinua per intercettare il denaro stanziato per la ricostruzione (50 mila miliardi di lire) anche grazie alla grande discrezionalità conferita alle amministrazioni locali nella gestione degli aiuti. In pochi osano opporsi a Cutolo, pena la morte. È il caso di Marcello Torre, sindaco di Pagani, "reo" di aver bloccato l'assegnazione di un appalto per la rimozione delle macerie ad un'impresa organizzata.
La detenzione non è un problema. Cutolo riceve l'onorevole Mirtello e l'assenso di Luciano Leggio, potente boss mafioso. Ottiene il trasferimento nel carcere di Ascoli Piceno, diretto da Cosimo Giordano, dove può gestire la sua organizzazione in grande tranquillità.

Se ad esempio gli arrivano in carcere cento vestiti, omaggio di un fabbricante della zona vesuviana, ne distribuisce novantanove e ne tiene uno per sé, badando accuratamente che la cosa si diffonda nell’ambiente carcerario. Non perché intenda allargare il suo ruolo solo all’interno del carcere, ma perché i detenuti – presto o tardi – usciranno, gli saranno grati e si trasformeranno in suoi affiliati» (Marrazzo). Molte tangenti gli vengono versate sul conto corrente carcerario. In soli 13 mesi, dal marzo dell’81 all’aprile dell’82, presso la portineria del carcere di Ascoli Piceno sono stati lasciati oltre 33 milioni. Altri 22 li ha ricevuti con vaglia postali (in tutto, oltre quattro milioni al mese).



La guerra tra NCO e Nuova Famiglia 
La graduale crescita del potere della NCO non può che disturbare le famiglie della vecchia camorra campana, come gli Zaza (affiliati alla mafia siciliana) e i Giuliano di Forcella che si riuniscono in un'associazione provvisoria detta Onorata Fratellanza. In principio, si riesce a trovare un accordo per una spartizione territoriale; successivamente, l'accordo salta poiché Cutolo pretende una forte tangente sul contrabbando delle sigarette.
In questo momento nasce la Nuova Famiglia o NF rappresentata da Lorenzo Nuvoletta, Carmine Alfieri, Michele Zaza ed Antonio Bardellino, fondatore del clan dei casalesi. La lotta al potere è spietata, nulla la differenzia da una guerra le cui vittime sono 295 nell'81, 273 nel 1982, 290 nel 1983.



Uno degli episodi della mattanza riguarda la famiglia Cutolo: il 30 maggio 1981 un ordigno esplode nei pressi della villa di Raffaele Cutolo, probabilmente per ordine di Antonio Bardellino.
Nell'estate del 1981 presso la masseria dei Nuvoletta - presente, per Cosa Nostra siciliana, anche il capo dei Corleonesi Totò Riina - i boss si riuniscono per porre fine alla mattanza, una tregua che Cutolo non sembra volere accettare. Infatti, dopo poco tempo i cutoliani uccidono Salvatore Alfieri e la guerra riprende, a tutti i livelli ed in tutti gli ambienti. A tal fine, le carceri sono suddivise in due sezioni separate, una per i cutoliani (in numero maggiore) e l'altra per gli affiliati alla Nuova Famiglia (militarmente meglio organizzati).
Alcuni sostengono che il fattore decisivo per le sorti della guerra sia in realtà stata la graduale perdita di appoggio politico da parte di Cutolo. Appoggio che comincia a mancare quando Cutolo minaccia i politici in seguito alle mancate contropartite offerte nel corso del rapimento Cirillo.




La mediazione di Cutolo nel sequestro Cirillo 
Il 27 aprile 1981, l'assessore Ciro Cirillo - responsabile amministrativo della ricostruzione postsismica - viene rapito dalle Brigate Rosse dirette da Giovanni Senzani. Alcuni esponenti della DC e rappresentanti dei servizi segreti chiedono la collaborazione di Cutolo. In particolare, le richieste sarebbero pervenute da Giuliano Granata (sindaco di Giugliano), Silvio Gava, Francesco Pazienza, Flaminio Piccoli, Francesco Patriarca, Vincenzo Scotti ed Antonio Gava. Testimoni delle "visite" ad Ascoli Piceno sono il direttore e il cappellano del carcere, il luogotenente di Cutolo Vincenzo Casillo e Alfonso Rosanova.
Attraverso le informazioni dei brigatisti Luigi Bosso e Sante Notarnicola, Cutolo riesce a conoscere i nomi dei carcerieri di Cirillo: Pasquale Aprea e Rosario Perna, guidati da Senzani. Cutolo riesce a stabilire una cifra per la liberazione dell'assessore napoletano che avviene il 24 luglio 1981. Tutto si risolve in un reciproco scambio di favori tra uomini della DC, servizi segreti, NCO e Brigate Rosse. Tra i "favori" delle Br a Cutolo, è possibile annoverare il delitto Ammaturo. Il 15 luglio 1982, il vicequestore Antonio Ammaturo, da sempre impegnato nella lotta alla camorra, viene ucciso dalle Brigate Rosse. Cutolo avanza alcune richieste che non saranno mai accolte (la seminfermità mentale e alcuni trattamenti di favore per sé e per gli affiliati).
In realtà, di questa vicenda non si sa nulla fino al 16 marzo 1982 quando su L'Unità appare una notizia sconvolgente firmata da Marina Maresca. Seguiranno altri servizi che riportano i nomi delle personalità in "visita" al carcere di Ascoli Piceno. La notizia si basa su un documento (un foglio intestato Mininter) che si rivelerà falso, anche se i contenuti troveranno riscontro grazie al lavoro del giudice Carlo Alemi che il 28 luglio 1988 deposita una sentenza di 1.531 pagine in cui si ritiene che alcuni esponenti della DC abbiano avviato una trattativa con Cutolo. Solo dopo 12 anni dal sequestro, una sentenza di appello dà ragione ad Alemi.


L'esilio all'Asinara e la fine della NCO
Nel 1982, l'attività di Cutolo e della NCO subisce un forte rallentamento. Il merito è del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che chiede con forza il trasferimento dal carcere di Ascoli Piceno al carcere di massima sicurezza dell'Asinara.
Il passaggio dal carcere di Ascoli Piceno all'Asinara determina il tramonto di Raffaele Cutolo. Si ricordi che ad Ascoli il detenuto soggiornava in una camera elegantemente arredata e aveva alle sue dipendenze Giovanni Pandico che svolgeva mansioni di segreteria e il tuttofare Giuseppe Palillo. All'Asinara, sarà completamente isolato; gli affiliati cominciano a dissociarsi o a pentirsi: le loro rivelazioni consentono il maxi-blitz del 17 giugno 1983 che prevede più di 1200 mandati di cattura contro i cutoliani. Si scoprono, inoltre, i mandanti di alcuni omicidi eccellenti come quello eseguito ai danni del vicedirettore del carcere di Poggioreale Giuseppe Salvia colpevole di aver trattato Cutolo come un normale detenuto.







Le perizie psichiatriche 
Cutolo oggi
Raffaele Cutolo è stato sottoposto a numerose perizie psichiatriche e solo nell’aprile 1984 - all’epoca della detenzione all’Asinara - è stato dichiarato chiaramente capace di intendere e di volere.
In precedenza, Cutolo è stato dichiarato infermo di mente e, dunque, non responsabile delle sue azioni. Va ricordata la perizia prodotta nel 1974 dai professori Failla e Villardi secondo la quale la personalità di Cutolo è caratterizzata da gravi manifestazioni paranoicali e epilettoidi. La perizia favorevole ha permesso a Cutolo di trascorrere molto tempo in due manicomi, il manicomio napoletano di Sant'Eframo e quello di Aversa i cui direttori - Giacomo Rosapepe e Domenico Ragozzino - si sono tolti la vita.
Nel 1984, i professori Battista Marineddu, Giancarlo Nivoli e Adriano Senini dichiarano Cutolo perfettamente lucido, anche se non escludono tratti paranoidi.





DOCUMENTI



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