domenica 28 aprile 2013

MINO PECORELLI




Notizie, si sa, a un certo livello non esistono. Esistono invece “fughe di notizie”. Cioè quelle soffiate, quelle “indiscrezioni” con cui ciascun centro di potere in questa Repubblica pluralistica cerca di condizionare, ammonire, minacciare altri centri di potere. In questo senso, parlare di “giornalisti-spia” è parlare di acqua fresca. Il giornalista è insieme una spia e il suo contrario. Spia in quanto per accedere a certe informazioni deve stabilire dei contatti con determinati centri di potere, magari tappandosi il naso, ma senza timori virginali sul candore delle proprie mani. Antispia, perché offre subito al suo pubblico ogni indiscrezione della quale entra in possesso. Il giornalista, insomma, può correre il rischio di diventare uno strumento altrui, può non comprendere subito dove andranno a sfociare iniziative determinate alle sue spalle, ma certo mai e poi mai uno che ha il vizio delle penna potrà prestarsi alle clandestine omertà del mondo spionistico.
Mino Pecorelli – OP, 17 dicembre 1976





Carmine Pecorelli, nacque in un piccolo paese del Molise. Nel 1944, appena sedicenne, si arruolò nel contingente degli Alleati attivo nella zona, quello anticomunista comandato dal generale polacco Władysław Anders. Dopo la fine della guerra si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in Giurisprudenza nella locale università. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne un esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo, iniziando così ad entrare nell'ambiente del giornalismo.





La carriera giornalistica
Nella primavera del 1967 Pecorelli cambiò mestiere, dedicandosi al giornalismo a tempo pieno. Lavorò al periodico Nuovo Mondo d'Oggi (prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”), una rivista caratterizzata dalla ricerca e pubblicazione di scoop negli ambienti di potere. Pecorelli divenne socio dell'editore Leone Cancrini. L'esperienza del settimanale fu, per lui, un trampolino di lancio. Strinse molte amicizie: alcune durarono poco, altre segnarono un passo importante nel suo curriculum. L’ultimo scoop, però, non fu mai pubblicato, perché intervenne l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno che trovò un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.


Pecorelli decise così di proseguire da solo l'attività e fondò una propria agenzia di stampa. OP-Osservatore Politico fu registrato al Tribunale di Roma il 22 ottobre 1968 con sede in via Tacito 90. OP (come fu subito chiamato) trattava di politica, in particolare di scandali e retroscena, e comunque di chi - in qualche modo - aveva qualche potere in Italia, fornendo notizie in anteprima raccolte dallo stesso Pecorelli, grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato, e accompagnate da accurate analisi elaborate dal giornalista.
La testata (il cui nome coincideva con l'acronimo di "ordine pubblico"), divenne presto molto nota ed ebbe anche una certa centralità in ambiti politici, militari e di intelligence, costituendo una sorta di elitaria fonte di informazione specializzata: politici, dirigenti statali, militari, agenti segreti la leggevano con frenetica costanza per scorgervi acute indicazioni su cosa era successo o sagaci previsioni su cosa stava per accadere. Di diffusione settoriale, la "velina" settimanale di OP era destinata ad una selezionata lista di abbonati, che comprendeva le alte sfere militari, politiche ed industriali del Paese.
Nel marzo del 1978 Pecorelli annunciò la decisione - piuttosto sorprendente - di trasformare l'agenzia in un periodico regolarmente in vendita nelle edicole. L'operazione stupì sia perché Pecorelli stesso non disponeva del denaro necessario per una simile avventura editoriale (infatti lo stesso giornalista chiese spesso a personaggi di spicco delle sovvenzioni pubblicitarie per la sua rivista) ma soprattutto per lo stupefacente tempismo tra il primo numero del settimanale OP e la strage di via Fani a Roma, con cui iniziò il periodo dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.

Il periodico si occupò a più riprese del rapimento e dell'omicidio dello statista democristiano, arrivando a fare rivelazioni sconcertanti (ad esempio sulla falsità del Comunicato n. 7, quello del Lago della Duchessa); altri bersagli privilegiati di Pecorelli furono Giulio Andreotti ed in particolare la conventicola di politici, industriali e faccendieri che alimentava la sua corrente: esemplare l'episodio di una cena in cui il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, cercò di convincere Pecorelli, con un assegno di 300 milioni di lire, a non pubblicare un reportage sugli assegni milionari che il bancarottiere Nino Rovelli aveva girato al capo della sua corrente.
Nei numero 27, 28, 29 di “Op”, ottobre 1978, il giornalista scrive: “Non credo all’autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote; non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c’è dell'altro. Così ora sappiamo che ci sono memoriali falsi e memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato. Ma con l’uso politico di quello vero, e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove “parla” a viva voce Moro, ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti. Con questa parte recuperata, la bomba Moro non è scoppiata come molti si aspettavano. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato.”
Altri rimarcabili scandali regolarmente pubblicati su OP furono quello dell' Italpetroli e la presunta presenza di una loggia massonica in Vaticano (scoop pubblicato all'indomani dell'elezione di Albino Luciani al soglio pontificio che coinvolgeva Boggia, Marcinkus e Villot).

In sede giudiziaria si è ampiamente dibattuto se Pecorelli fosse un ricattatore professionista, visto il tenore e gli argomenti della quasi totalità delle sue inchieste, ma tale tesi è stata bocciata dopo l'esame patrimoniale eseguito dopo il suo assassinio: il giornalista risultava perennemente indebitato con tipografie e distributori del proprio giornale ed il suo spartano tenore di vita non poteva certo essere paragonato con quello di chi avrebbe ricattato. La morte del discusso personaggio segnò anche la fine della breve vita di OP: l'agenzia prima e la rivista poi erano alimentate esclusivamente dalle notizie che Pecorelli raccoglieva in prima persona dalle sue fonti, allocate nel mondo politico, nella Loggia P2 (cui risultò affiliato egli stesso) ed all'interno dell'Arma dei Carabinieri e dei Servizi.



Il delitto
La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, poco lontano dalla redazione del giornale. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. L'indagine aperta all'indomani del delitto seguì diverse direzioni, coinvolgendo nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della banda della Magliana), Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.
Tutti vennero prosciolti il 15 novembre 1991; successivamente, le ipotesi sul mandante e sul movente fiorirono a grappoli: da Licio Gelli e la mafia, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari di Giorgio De Chirico (Antonio Chichiarelli appartenente pure lui alla Banda della Magliana). La supposta relazione tra l'omidicio Moro e quello di Pecorelli, teoria che attualmente gode del maggior credito, emerse solo più tardi.




Effetti giudiziari 
Il 6 aprile 1993, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti.
La magistratura aprì un fascicolo sul caso; in questo faldone vennero nel tempo ad aggiungersi, per effetto delle deposizioni di alcuni pentiti della "banda della Magliana": il senatore Giulio Andreotti, l'allora pm Claudio Vitalone, Badalamenti, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera, Carminati e diversi altri personaggi di quella stagione della storia italiana.
Il 24 settembre 1999 fu emanata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati "per non avere commesso il fatto". Il 17 novembre 2002, la corte d'assise d'appello di Perugia condannò Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione come mandanti dell'omicidio. La corte d'appello confermò invece l'assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto. Il 30 ottobre 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Badalamenti.


Giornalista, cronista e storico 
Pecorelli aveva una singolare predisposizione, quasi un dono, nello scorgere immediatamente fra le righe di uno scarno comunicato o nella banalità di una semplice frase indizi rivelatori di oscuri collegamenti, occulte manovre, recondite intenzioni. Dotato di spiccato senso storico e grandissimo conoscitore della realtà politica, militare, economica e criminale italiana, riusciva a tradurre gli apparentemente innocui avvenimenti in corso in pezzi giornalistici che registravano con scarna fedeltà "chi faceva cosa" in Italia. Va detto che il corpus delle sue edizioni è stato oggetto di una mole impressionante di smentite (soprattutto dopo la sua morte), ma una minima parte di esse ha poi resistito in sede giudiziaria di fronte a querele o ad altri procedimenti.
Si è discusso se Pecorelli avesse, nelle sue analisi, inviato talvolta messaggi in codice. La particolarità del lavoro che svolse, sia per gli argomenti trattati che per il modo in cui li trattò, fece sì che molte delle sue indicazioni potessero essere sinteticamente definite da altri colleghi "profezie", come ad esempio le note righe sul "generale Amen", nome dietro al quale molti hanno letto la figura del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: sarebbe stato lui che - secondo la narrazione di Pecorelli - durante il sequestro Moro avrebbe informato il ministro dell'Interno Francesco Cossiga dell'ubicazione del covo in cui era detenuto (ma, sempre stando a questa ipotesi, Cossiga non avrebbe "potuto" far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa). Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978 senza mezzi termini, sarebbe stato ucciso; per il movente, infilò fra le righe un'allusione alle lettere che Moro scrisse durante la sua prigionia.
Nel gennaio del 1979 va al carcere di Cuneo proprio con Dalla Chiesa. Cercano il Memoriale di Aldo Moro. È vicino alla scoperta di inquietanti verità. Teme per la sua stessa vita. È minacciato. Nel giornale compare una nota “a futura memoria”: “I nostri lettori e coloro che ci stimano saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi vorrà torcerci anche solo un capello”. (si veda articolo:gli incontri segreti di Pecorelli su Moro).
Racconta Romolo Cardellini, caporedattore di OP: “Fino dal 1975 era Vito Miceli, capo del SID, a inviare quotidianamente le sue note velenose contro Gianadelio Maletti, capo dell’ufficioD, con il quale solo dopo il suo arresto, Mino stringerà amicizia. Questi generali per un motivo o per l’altro ce l’avevano con Andreotti, si sentivano usati e buttati via come un’amante tradita. E la loro rabbia trovava sfogo nei trafiletti di Mino.”
«Il rebus di Mino – racconta Sergio Tè attuale direttore di OP – era la sua solitudine. Aveva una gestione militare delle sue fonti: nessuno sapeva chi incontrava. Gli unici che entravano in redazione, che io ricordi, erano i carabinieri che in motocicletta ci portavano i plichi riservati da qualche ministero o dall’Arma, o qualche brigatista che ci portava i comunicati, e noi ovviamente dicevamo che li avevamo trovati da qualche parte».

Pecorelli e la P2
Giovanni Leone nel 1985, sette anni dopo le sue dimissioni del 15 giugno 1978, e al Corriere della Sera disse che c’era «la P2 nella congiura contro di me», ribadendo poi alla Stampa, nel 1991, che «io fui vittima di un complotto. A organizzarlo furono i servizi segreti, la P2 e Mino Pecorelli guidati abilmente dal Pci». Bettino Craxi alla Commissione d’inchiesta sulla P2: «Gelli mi disse: “Ma noi con una campagna di stampa siamo in condizione di cambiare il presidente della Repubblica”». Pecorelli agiva per conto di Gelli?
Nella campagna stampa contro Leone entrò di tutto: innanzitutto l’affare Lockheed, con le tangenti per la vendita di aerei militari a politici italiani (a questa vicenda si riferisce il celebre discorso di Moro sul «Non ci faremo processare nelle piazza»); abuso edilizio; frode fiscali. E, last but not least, i comportamenti pubblici e privati, specie sessuali, della famiglia Leone. Il bombardamento di Op fu a tutto campo, non risparmiò nessuno, e presto sbocciò anche sulla pagine della grande stampa, alimentandosi nell’arena della politica, che proprio in quel 1978 fu squassata dalla vicenda Moro. Dc e Pci in fondo trovarono in Leone il capro espiatorio: «Fu la prima vittima delle campagne mediatiche e, dopo Moro, la più grande vittima della Dc», per Francesco Cossiga (nella puntata di La storia siamo noi dedicato al caso Leone).
Sul Colle, secondo Pecorelli, è tutto un «Fornicolì, fornicolà!». «Moglie, figli, amici, guardie, collaboratori del presidente, tutti schiavi dei propri sensi. Nulla per esempio, impedisce al capo dell’ufficio stampa “di far fronte alle stressanti richieste di una giovane russa dal fascino slavo dalla quale si sente irresistibilmente attratto. KGB e figli maschi”, augura sempre più perfida Op. Sul Colle se la spassano tutti. Meno il presidente», scrive Filippo Ceccarelli in Il letto e il potere. Storia sessuale della Prima Repubblica.
Se la spassa, insinua Op, innanzitutto la moglie, Donna Vittoria, che pagò soprattutto la colpa di essere la più bella, insieme a Veronica Lario, tra le mogli che in Italia abbiano accompagnato un capo di Stato o di governo. Su di lei abbondano le “notizie riservate” circa le di lei frequentazioni. Sulle montagne innevate di Roccaraso, dice Pecorelli, «i migliori maestri di sci facevano a gara nell’insegnarle i rudimenti dell’affascinate e rigida disciplina. I più intraprendenti furono ricambiati con infinito affetto. Da alcuni anni attendono invano il ritorno della bruna signora, pronti a ripetere le passate esperienze». E ancora: «C’è a Roma una persona che due mesi fa a Londra, nei pressi del Covent Garden Hotel, ha dato libero sfogo al proprio hobby per la fotografia. È riuscita a ritrarre insieme, molto vicini, un Lama e un Leone. Anzi una Leonessa». Sulla Leonessa, pochi dubbi; così come facilmente riconoscibile è l’altro “animale”, Luciano Lama, leader della Cgil. Sorge il legittimo dubbio se sia ancora giornalismo, o non piuttosto un bestiario (al quale Pecorelli, visto il cognome, appartiene a pieno titolo). Dal sindacato al corpo diplomatico, poi, l’allusione si fa ancora più pesante: «Se ambasciator non porta pene… allora non piace a vittoria!».
pecorelli op massoneria nel vaticano e italcasseIn un articolo del ’74, il direttore di Op dichiara molto chiaramente la sua linea, e scrive: «Gli appunti maggiori si riferiscono non tanto alla figura del Presidente quanto alla sua famiglia e ad alcune persone delle quali ama circondarsi Mauro Leone. Milita nella più sfrenata sinistra Dc; per i suoi spostamenti erotico-politici dispone di auto ed aerei militari; si comporta con sfrontatezza ed ostentazione del potere. C’è poi la vicenda giudiziaria, ancora da chiarire, con un noto settimanale per la storia dei due assegni Italcasse».
Potere, sesso, affari illeciti: le coordinate di sempre per un assalto senza tregua. E di tanto in tanto, ritornano in ballo i servizi segreti: «Il presidente Leone ha recentemente dichiarato di non aver mai ricevuto il gen. Miceli. Secondo le rivelazioni estive di un settimanale, avrebbe delegato tale incarico a suo figlio Mauro. Con il quale Miceli non avrebbe mai intrattenuto rapporti anche perché sono note le qualità iettatorie del Principe Ereditario. A noi tuttavia risulta che Leone ha usufruito di molteplici favori dell’ex Capo del Sid. Favori ottenuti anche tramite l’avvocato Umberto Ortolani e il prof. Antonio Lefebvre».
Il fuoco è giornaliero. E sempre più pesante: «Al Quirinale piovono a giorni alterni accuse mediocri, ma appunto per questo ancora più infamanti. Prima la storiella di Mauro che scorrazza l’amico Rizzoli per le vie della drogata Roma notturna; poi sempre l’ineffabile Mauro che sbarca ad Ischia in elicottero, protetto da unità militari di terra mare ed aria. Oggi l’ultima accusa parla di abuso edilizio. Risulta che al Quirinale sarebbe stato distrutto un edificio denominato “La Cavallerizza”, costruito nel 1905. Poiché nel centro storico è assolutamente proibita ogni demolizione, il Presidente si è reso responsabile di abuso edilizio.
Sembra che “La Cavallerizza” potesse sembrare una pesante allusione allo sport preferito dalla signora Vittoria».
Di questa e ancora più dozzinale stoffa Pecorelli vestirà la sua campagna. Campagna di cui va fiero, perché culminata addirittura con le dimissioni del Capo, dopo le quali agiterà come uno scalpo i suoi articoli prodotti sul tema raccogliendoli in un dossier di quattro puntate, intitolato Op contro Leone. Sette anni di guerra.
Proprio quegli articoli reggeranno la struttura di uno dei pamplhet più clamorosi del decennio. È Giovanni Leone. La carriera di un presidente, di Camilla Cederna, una delle grandi firme del giornalismo italiano. Il libro esce nel marzo del ’78, vende 700mila copie, con 22 ristampe in sette mesi: ci sarà un processo, con la Cederna condannata a un risarcimento miliardario, anche se la giornalista non arretrerà di un passo sulle sue tesi, anzi «quel libro l’avrei scritto un po’ più duro» (Mixer, 30 marzo 1986). Tempo prima, ma dopo Op, è iniziata un’aggressiva campagna stampa dell’Espresso, condotta da Gianlugi Melega, che viaggia affianco al movimentismo dei Radicali (Melega sarà eletto in Parlamento nel ’79 proprio con i Radicali). Anche il giornalismo italiano vive come modello l’onda lunga del caso Watergate: un’inchiesta giornalistica che abbatte il potente, in quel caso nientemeno che il presidente Usa, Nixon. A Roma la situazione precipita: Moro è ammazzato, il 9 maggio ‘78. Comunisti e democristiani di fatto stringono il cerchio intorno al capo dello Stato, che getta la spugna. (fonte:Alberto Alfredo Tristano)


Ortolani: entrai nella P2 per colpa di Pecorelli
Il finanziere Umberto Ortolani, interrogato ieri dalla seconda Corte d' assise di Roma nell' ambito del processo contro la loggia massonica P2, ha spiegato come avvenne il suo ingresso nella massoneria e i suoi rapporti con Licio Gelli. "Contattai il venerabile nel ' 73", ha raccontato, "avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a frenare i virulenti attacchi di Mino Pecorelli su Op contro di me. Alcune persone mi indicarono Gelli come l' uomo che mi poteva aiutare". Erano gli anni 70 e su Op infatti, secondo quanto ha detto in aula l' ex banchiere, erano comparsi alcuni articoli in cui si diceva che se l' Argentina voleva salvarsi doveva liberarsi di alcuni uomini, in particolare dello stesso Ortolani. Il quale, ha spiegato ieri, aveva molti interessi in quel paese e tra questi la proprietà di un importante istituto di credito, il ' Banco Continental'. Gelli, secondo quanto è stato detto in aula, prese in considerazione la richiesta d' aiuto di Ortolani ma per agire chiese una controparte: l' avvocato doveva iscriversi a quella che lui definì un' associazione culturale. Ortolani ha detto d' aver aderito alla proposta pur non ignorando che di massoneria si trattava. Nonostante ciò gli attacchi di Pecorelli, anche se meno virulenti, continuarono.
(da Repubblica 1993)

Filmografia da vedere:

il divo

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