lunedì 4 marzo 2013

UMBERTO AMMATURO "O Pazzo"



Umberto Ammaturo (Napoli 1941). Camorrista. Pentito. Adesso ha una nuova identità, un lavoro, parla tre lingue, e vive dove nessuno sa dei suoi precedenti.
Ha perso la madre a otto anni, è stato cresciuto dal padre, un brav’uomo che campava i sei figli con la sua bottega di vini. Umberto, stufo di fare il garzone, si dà da fare con qualche furtarello, ma a 14 anni finisce nel carcere minorile Filangeri di Napoli, dove fa il primo apprendistato come malavitoso. Scarcerato, è ormai maggiorenne, e oltre a continuare a rubare, si cimenta nelle estorsioni. Ogni tanto lo beccano e comincia a entrare e uscire dal carcere. Finché non conosce Luigi Greco, ‘o sciecco (l’asino), a sua volta legato a Pietro D’Avino, contrabbandiere siciliano. I due gli fanno fare carriera e lo piazzano vicino a Michele Zaza nel contrabbando di sigarette. Ammaturo si guadagna rispetto e ammirazione, e riesce a entrare in contatto anche con Antonio Spavone, ‘o malommo.
Assunta Maresca
Si sposa, si separa, si mette con Pupetta Maresca, della famiglia camorristica dei Lampetielli di Castellammare di Stabia. Pupetta è famosa per aver ucciso, a 18 anni e in stato di gravidanza, Antonio Esposito, l’uomo che le aveva ammazzato il marito Pasquale Simonetti (detto Pascalone ‘e Nola). Ammaturo non va a genio al figlio di Pupetta, Pasqualino, e quando, il 2 gennaio 1974, il ragazzo sparisce dalla circolazione (il suo cadavere non è mai stato ritrovato), è lui il primo sospettato dell’omicidio. In aula sarà assolto.
Con le sigarette Ammaturo intanto ha accumulato una fortuna. Entra nel giro della cocaina mettendosi in affari con Gennaro Ferrigno (poi assassinato da Antonio Spavone), che in Perù ha stabilito accordi vantaggiosi con i produttori di coca di Lima. Ma nel 1974 la polizia arresta gran parte della banda, lui compreso. In carcere stringe amicizia con Vittorio Vastarella e Raffaele Ferrara, vicini al clan del boss mafioso di Marano, Lorenzo Nuvoletta. Ferrara gli suggerisce di farsi riconoscere pazzo dal criminologo Aldo Semerari e dal suo collega Antonio Mottola. Lo status di malato mentale (la diagnosi parla di “sindrome sintomatologia delirante in soggetto schizofrenico con allucinazioni varie”) gli apre le porte dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, dove può continuare a gestire i suoi affari e a tenere contatti con l’esterno, in particolare con Angelo e Ciro Nuvoletta, che andavano lì a colloquio con un altro finto pazzo, Stefano Giaconia.
Nel 76 si finge malato di cancro, si fa trasferire all’ospedale Pascale di Napoli, evade, viene ripreso e rinchiuso nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, fugge di nuovo e nel marzo 1977 lo ripigliano ancora con altre 40 persone, tra cui la console del Panama a Napoli, Ana Diaz, accusata di averlo aiutato a importare droga dal Sud America. Lo chiudono nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto, ma lui scappa di nuovo.
 «Ogni volta che ero libero tornavo in Sud America, in Perù. (...) Io a Napoli non ho mai voluto una zona mia, ho sempre preferito lavorare su scala internazionale. Facevo fornire di stupefacenti l’Italia, Napoli prevalentemente, Milano, ecc. (...) Come gruppo dividevamo i guadagni in parti uguali, perché si rischiava tutti 20 anni di reclusione. E penso per questo di aver conservato il rispetto, non come capo famiglia, ma come uomo». A Lima gode di immunità perché corrompe gli agenti della polizia locale e questi mandano a monte parecchi blitz della DEA (Drug Enforcement Administration), l’agenzia antidroga statunitense.
Si tiene in contatto con Bardellino e con i Nuvoletta e attraverso di loro col mafioso Stefano Bontate.
Ripreso, scappa di nuovo (8 maggio 1981), fa la guerra a Cutolo (gli mette una bomba nel castello di Ottaviano), poi, il 12 giugno 1982, viene arrestato nel suo appartamento ai Colli Aminei. Gli agenti lo trovano in pigiama, con Pupetta Maresca. Stavolta niente ospedali psichiatrici: lo chiudono cinque anni a Pianosa, da dove continua a gestire il traffico di droga e a commissionare omicidi.
Condannato a 17 anni nel 1987 (droga e associazione camorristica), viene mandato al soggiorno obbligato di Mondovì, una detenzione meno crudele che gli viene concessa per buona condotta. Ma Ammaturo ne approfitta per scappare, trasferirsi in Senegal e comprare un albergo. Nel 1990, quando arriva la condanna a 18 anni del tribunale di Napoli (associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti) s’è già spostato in Brasile.
Il 25 agosto 1990 viene arrestato nel suo appartamento di Gobernator Valadores, nello stato di Minas Gerais, e tradotto nel carcere di Brasilia, da dove evade corrompendo le guardie e si rifugia a Lima). Qui chiude con la camorra e con il traffico di stupefacenti. È ricco sfondato, prende il nome di José Daniel Venturini, apre un ufficio di consulenza finanziaria. Causa un mal di denti si reca in una clinica, dove conosce e si innamora, ricambiato, della dentista, Yohanna Valdez, molto più giovane di lui: «Ci innamorammo e questo cominciò a farmi riflettere. Senza parole lei cominciò a farmi pensare sulla mia vita… era un chirurgo dentista, ci mettemmo insieme e avemmo un figlio. Ma io stavo a Lima da latitante e aspettavo sempre di essere arrestato» (Centro Abele, Dalla mafia allo Stato).
È individuato nel 1993. Il 23 aprile gli agenti irrompono in casa sua, spianano mitra e pistole, ma il quadretto è di tutt’altro genere: Ammaturo-Venturinilo sta tranquillo in salotto con moglie, cognata e suocera, le quali ignorano tutto. Estradato, un mese e mezzo dopo viene rinchiuso nel carcere di Lanciano, lo stesso che ospita Carmine Alfieri. Ammaturo si pente: «Nel 1987 avevo preso una decisione importante: avevo deciso di dare il passo, con me stesso. Infatti fino al 1993, quando mi hanno arrestato l’ultima volta, io non ho commesso più nessun reato. Lo Stato, poi, non ha fatto altro che aprirmi una porta». Lo convincono soprattutto le implorazioni di Roberto e Antonella, i due figli avuti con Pupetta. Pure la sua nuova moglie peruviana, innamoratissima nonostante tutto, lo ha raggiunto per stargli vicino dopo aver venduto la sua clinica per 400 mila dollari. Nel corso di uno dei primi colloqui con gli inquirenti: «Coloro che appartengono all’ambiente nel quale ho vissuto prima, sono guidati esclusivamente dall’accaparramento di ricchezze e vantaggi personali ad ogni costo. Si creano dei personali alibi che di volta in volta chiamano “famiglia”, “uomo d’onore”, “omertà” e via discorrendo. La verità, che tutti sanno ma nessuno è disposto a riconoscere, è che si ammazza il proprio migliore amico unicamente per interesse personale. Così come per interesse personale si passa da una “bandiera” all’altra, senza alcuno scrupolo».
La notizia del suo pentimento si diffonde. A fine settembre, in piazza D’Annunzio a Fuorigrotta, suo fratello Antonio sta rientrando a casa con l’autista Luigi Saporito e sparano a tutti e due: ammazzati. «I magistrati gli avevano messo sotto casa le macchine della polizia. Volle morire, volle morire lui!... Durante un colloquio gli dissi che avevo deciso di fare questo passo. Lui mi rispose: “Un uomo come te che decide di fare questo!”. Io allora gli dissi: “Sì, lo faccio per i miei figli! Gli unici che devo interpellare sono i miei figli, lo faccio perché sono dei bravi ragazzi. A te posso dire unicamente che se non lo condividi pensa a portare via i tuoi figli”. Non lo fece perché aveva un autosalone, mobilifici, eccetera, insomma, era difficile sradicarsi dal posto. Ancora oggi lo dico con una certa rabbia: non si può morire per questo!» (Centro Abele, Dalla mafia allo Stato).
Le dichiarazioni di Ammaturo fanno incastrare un centinaio di persone. Il pentito ricostruisce i retroscena di 29 tra omicidi e tentati omicidi, lui stesso si autoaccusa di una quindicina di assassinii, la maggior parte dei quali eseghuiti mediante strangolamento della vittima con il fil di ferro. Si accusa anche dell’omicidio di Aldo Semerari, il criminologo che dopo averlo fatto dichiarare pazzo, era passato a fare il consulente medico-legale dei cutoliani (il Semerari fu strangolato e poi decapitato, la testa deposta nell’abitacolo di un’auto, il cadavere nel bagagliaio, l’auto abbandonata a Ottaviano, roccaforte di Cutolo, fu trovata il 1° aprile 1982).
Processato con rito abbreviato, condannato nel 1995 a 29 anni di carcere per 19 omicidi e 4 tentati omicidi avvenuti tra il 1979 e il 1983, nel corso della guerra contro la CNO. «Dal mio modesto punto di vista, dalla mia ottica, io distinguo le persone criminali dai soggetti patologici e il restante 10 per cento sono indotti. Ma comunque tutti lo fanno per uno scopo che è il lucro: il 90 per cento anche raggiungendo lo scopo di fare molti soldi, rimane dentro il sistema criminale perché si sente realizzato; l’altra parte, che io definisco non patologica, raggiunge lo scopo e quando incontra un’alternativa ne esce fuori. Io mi ritengo uno di questi».
«Ho scoperto una cosa: il vero eroe in questa società è l’uomo qualunque, il padre di famiglia che lavora!» (Bruno De Stefano).
Giorgio Dell’Arti - Massimo Parri

Intervista ad Ammaturo - morte Semerari (2010).

Umberto Ammaturo, secondo lei il boss Antonio Bardellino è vivo o è morto?
"L'ho già detto all'autorità: io non credo che Bardellino sia morto".
Vuol dire che è vivo?
"Risulta scomparso, ammazzato in Brasile, se non erro, ma non si trova il corpo. Chi ammazza, specialmente nel caso di Bardellino, ha interesse a far trovare il corpo per dimostrare che è stato ammazzato".
Parliamo di Raffaele Cutolo. Che ricordo ha di lui?
"Il crimine è patologia, ma Cutolo è patologico per se stesso. Se non fosse così, avrebbe preso la strada che hanno preso tutti i capi dell'epoca, Ammaturo, Alfieri, Galasso eccetera".
Vuol dire la strada della collaborazione con gli organi investigativi e inquirenti?
"Sì, perché al di là di quello che si è sentito dentro nel momento in cui si è deciso di cambiare totalmente l'esistenza, la collaborazione è anche una scelta tecnica".
E di donna Rosetta, la sorella di Cutolo, che ricordo ha?
"Niente, una donna come le altre che lui ha coinvolto e costretto a fare la portatrice di ambasciate".
Quali erano a quel tempo i rapporti tra camorra e politica?
"Personalmente non ho ricevuto favoritismi né da avvocati né da magistrati né da poliziotti, io sono stato sempre catturato e condannato. Da quel che leggo sui giornali, c'erano dei coinvolgimenti, ma la mela marcia si può trovare in ogni sacco".
Parliamo del sequestro dell'ex assessore regionale ai Lavori pubblici, il democristiano Ciro Cirillo, avvenuto il ventotto aprile del 1983, secondo lei ci sono ancora misteri da svelare?
"Non oso fare fantasie, mi astengo".
E sulla morte del criminologo Semerari?
"Gli tagliai io la testa".
Lo uccise personalmente?
"Sì, perché si era impegnato con noi della Nuova Famiglia a seguire le nostre cose, ed era ben remunerato da me personalmente, ma Cutolo fece ammazzare uno giù alle camere di sicurezza del tribunale e Semerari gli fece una perizia falsa per farlo assolvere".
Lei lo considerò un traditore?
"Era un traditore, chi prende un accordo e non lo mantiene è un traditore. Stiamo parlando di un ambito criminale, no?".
Parliamo del suo clan, quanti uomini controllava?
"Io stavo con un piede in Italia e un altro in Sudamerica, avevo uomini qua e là che facevano la spola. Una trentina".
Come li sceglieva?
"Li prendevamo come viaggiatori per la droga, poi, se qualcuno si distingueva dopo essere stato studiato, gli facevamo commettere qualche cosa".
Un omicidio?
"Un omicidio, insomma un'azione, e da quel momento in poi non faceva più il trasportatore ma entrava a far parte della famiglia".
Ha mai avuto paura di essere tradito da uno dei suoi uomini?
"Chi ha tradito è stato ammazzato".
E ha avuto paura anche lei di essere ucciso?
"Stava succedendo, ma qualcuno non ci è riuscito ed è stato ammazzato lui".
Dunque, hanno tentato?
"Principalmente Pasquale Forino".
Era uno dei suoi uomini più fidati?
"Esatto".
E tentò di ucciderla?
"Sì, perché voleva prendere il mio posto".
Mi racconta la storia con Pupetta Maresca?
"Con la signora Maresca ci conoscemmo".
Nel 1970?
"Un po' prima del '70, nel '66 o '67, e ci mettemmo insieme, abbiamo avuto due figli, poi è successo che mi arrestarono, io dovetti dire la verità su fatti in cui era coinvolto anche suo fratello e di lì è venuta la rottura".
Quindi, la storia è finita per le sue rivelazioni che hanno coinvolto la famiglia di Pupetta Maresca?
"Sì, ma anche per le mie lunghe assenze. Uscii nell'81 dal manicomio giudiziario, dove facevo il finto pazzo, dopo un anno fui arrestato, nell'87 uscii per decorrenza dei termini, andai in Sudamerica, conobbi un'altra donna da cui ho avuto tre figli".
L'ultima volta lei fu arrestato in Perù, da latitante faceva una vita lussuosa?
"Beh lussuosa, era un ritmo di vita".
E' vero che a Lima lei era consulente finanziario di tre cliniche private e gestiva una sua società immobiliare?
"E' vero".
Si dice che dal carcere di Brasilia lei evase uscendo dal portone principale. E' andata proprio così?
"Ci aprirono la cella di notte, un elicottero ci attese, attraversammo l'Amazzonia e fui depositato in Perù".
Quanto contava la corruzione durante la sua latitanza?
"In Sudamerica moltissimo, qua in Italia non se ne parla proprio".
Quanti soldi giravano intorno al narcotraffico?
"Miliardi di lire. Infatti l'autorità giudiziaria mi ha sequestrato miliardi di vecchie lire di proprietà a Napoli e anche in Sudamerica".
Lei adesso è un uomo povero?
"Io sono un uomo che da dodici o tredici anni lavora e paga le tasse allo Stato. Ho il mio guadagno".
Quindi, vive del suo lavoro?
"Vivo del mio lavoro e pago le tasse allo Stato. L'autorità lo può confermare".
Lei crede in Dio?
"Io credo in Dio, credo in un essere supremo, ma a tutta questa... ruota non ci credo".
Il rapporto con la sua coscienza oggi è tranquillo?
"Sono tranquillo, sì, da quindici anni a questa parte".
E per il passato?
"Sarei un ipocrita se dicessi che sto proprio tranquillo. E che: mi sono assolto da solo?".
Che giudizio dà di quel passato?
"Se avessimo avuto la possibilità, come io faccio oggi con i miei figli, di guidarli e di seguirli... nessuno nasce con il crimine nel sangue, criminali si diventa".
Che cosa pensa di "Gomorra", il libro scritto da Roberto Saviano?
"Va bene per l'opinione pubblica, ma chi mette in essere la distruzione della malavita è la polizia".
Ha un messaggio da dare ai giovani che vengono attirati dalla camorra?
"Il messaggio più concreto lo dovrebbe dare lo Stato".



LA RESA DI UNO DEI GRANDI PERSONAGGI DELLA CAMORRA: PER EVITARE IL RIENTRO IN ITALIA SI E' PERSINO FERITO ALLA TESTA
preso Ammaturo, il re della coca torna in manette dal Peru' il boss braccato per anni dalle polizie di mezzo mondo. una vita trascorsa a riciclare le centinaia di miliardi del traffico di stupefacenti. storia di un' amore nato in tribunale con Maresca Pupetta

Sono le 9 del mattino, quando si spalanca il portellone del Boeing 747 Alitalia proveniente da Lima. La pista di Fiumicino e' circondata da una corona di poliziotti, mentre in cielo volteggiano un paio di elicotteri. Jeans stinti, giubbotto chiaro su una camicia a quadri, un vistoso cerotto bianco alla tempia sinistra, braccia penzoloni e occhi spauriti: l' uomo che scende la scaletta attorniato da una decina d' agenti, sembra un viaggiatore qualunque e non il "boss dei due mondi", il numero uno dei narcotrafficanti italiani abituato a trattare da pari a pari con i leader dei "cartelli" sudamericani. Sul volto segnato dalla fatica, si dipinge l' ombra della delusione. Gia' , perche' Umberto Ammaturo, 52 anni, davvero non se l' aspettava che gli agenti dell' Interpol e della Dia, assieme a quelli della Criminalpol campana, riuscissero a scovarlo nel lussuoso appartamento di Lima in cui, da tempo, viveva con una giovane peruviana dalla quale, alcuni mesi orsono, aveva avuto un figlio. E tantomeno immaginava che le autorita' locali avrebbero concesso rapidamente la sua espulsione dal Paese. Lui, il re delle evasioni, il camorrista che in trent' anni di carriera criminale e' riuscito a corrompere medici, politici e guardie carcerarie di mezzo mondo, stavolta non ce l' ha fatta. Eppure fino all' ultimo istante ha provato a evitare il rientro in Italia. Prima si e' lanciato contro un armadio della caserma in cui era stato trasferito, ferendosi alla testa. Poi si e' accusato di delitti commessi, a suo dire, in Peru' . Alla fine, pero' , si e' arreso. Lo aspetta adesso una condanna per associazione per delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Era latitante dal primo novembre del ' 90, giorno in cui evase dal supercarcere di Brasilia uscendo indisturbato dal portone principale. In Peru' si nascondeva sotto falso nome, lavorando come consulente finanziario di tre cliniche private e dirigendo una societa' immobiliare di sua proprieta' . Al momento dell' arresto era armato ma non ha opposto resistenza. Adesso e' rinchiuso a Rebibbia in attesa dei primi interrogatori. Se si decidesse a parlare, Ammaturo ne avrebbe di cose da raccontare. Nell' album dei ricordi di una vita allo sbaraglio sono raccolti i segreti di un trentennio di storia criminale. Lo ricercavano le polizie di mezzo mondo poiche' Ammaturo ha riciclato un po' dovunque centinaia di miliardi guadagnati con il traffico di cocaina. Un album che ricostruisce l' ascesa di un boss. E' il 1965, quando Ammaturo conosce Pupetta Maresca: lui e' un "guaglione" di mala che somiglia a Jean Paul Belmondo, lei una giovane vedova di camorra che ha vendicato l' omicidio del marito "Pascalone ' e Nola". Il loro amore durera' vent' anni. Nel 1974 il nome di Ammaturo compare per la prima volta in un' inchiesta sul traffico internazionale di droga. Ana Diaz Mantovani, console di Panama a Napoli, gli mette a disposizione la valigia diplomatica per importare droga dal Sudamerica. Due anni dopo, il camorrista si finge ammalato di cancro: ricoverato in un istituto, evade poco dopo. Di nuovo arrestato e riconosciuto seminfermo di mente, dopo un permesso premio non rientra nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. In questo periodo conosce il criminologo Aldo Semerari, che verra' poi ucciso e decapitato nell' 82 ad Ottaviano, il paese di Raffaele Cutolo. Ammaturo sara' accusato del delitto e successivamente prosciolto. Ed e' proprio nell' 82 che il boss viene catturato mentre si nasconde, con Pupetta Maresca, in un appartamento dell' hinterland napoletano. Cinque anni dopo, evade per la terza volta lasciando l' albergo di Mondovi' dov' era in soggiorno obbligato. Lo ritrovano il 27 agosto ' 89 in Brasile, a Gobernator Valadores: vive con Mercedes Ciavez Valdez, una peruviana che gli ha dato due figli. Dietro le sbarre, pero' , ci rimane pochi mesi: l' evasione dal supercarcere di Brasilia e' una passeggiata. Finita ieri dopo tre anni di latitanza. Enzo d' Errico


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