venerdì 1 febbraio 2013

GENCO RUSSO "Zu Peppi Jencu"


Genco Russo zu peppi jencu


Giuseppe Genco Russo (Mussomeli, 26 gennaio 1893 – Mussomeli, 18 marzo 1976) è stato un criminale italiano, boss mafioso della sua città d'origine.
Genco Russo, anche conosciuto come "Zu Peppi Jencu", era una persona rozza, scaltra, semi analfabeta con eccellenti agganci politici. Era un uomo volgare - abituato a sputare a terra noncurante di chi fosse in sua presenza - che si faceva fotografare spesso con vescovi, banchieri e uomini politici. Venne impropriamente considerato il capo della mafia alla morte di Calogero Vizzini nel 1954.
Viene ripetutamente incriminato per furto, estorsione, associazione per delinquere, intimidazione, violenza e numerosi omicidi, ma le accuse vengono regolarmente lasciate cadere, oppure viene assolto per "insufficienza di prove" (la formula usata quando i testimoni sono troppo spaventati per farsi avanti). 
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L'immagine diffusa che lo dipingeva come un ricco proprietario terriero ed un politico Democristiano, faceva da contraltare ad una realtà ben meno elegante: teneva il proprio mulo tra le mura domestiche e non aveva i servizi igienici in casa (come in molte abitazioni contadine), che, posti fuori casa, erano poco più di un buco nel terreno con una pietra per sedersi, senza pareti o porta, secondo quanto affermato dal pentito di mafia Tommaso Buscetta.
Mafiosi tradizionali, come Genco Russo e Calogero Vizzini, capi di mafia negli anni tra le due guerre mondiali e fino agli anni sessanta del XX secolo, erano gli archetipi dell' "uomo d'onore" di un'età passata, profondamente medioevale e latifondista, fortemente diffusa nel sud Italia fino alla prima metà del 1900. Anche se usarono la violenza nella prima fase della loro attività, nella seconda limitarono il ricorso alla violenza e utilizzarono fonti prevalentemente legali di guadagno, esercitando il loro potere in una maniera aperta.


I primi anni 
genco russo mafiaGenco Russo era di origini contadine e dopo un periodo di violenze che andò dal 1920 al 1940, raggiunse la posizione di "uomo d'onore". Dopo la Prima guerra mondiale, Genco Russo riuscì a controllare un grande latifondo di oltre 2.000 ettari appartenente ai principi Lanza Branciforti di Trabia. Poté svolgere la funzione di mediatore tra la società rurale e i proprietari terrieri in virtù del fatto che era già un "uomo d'onore".
Genco Russo e Calogero Vizzini organizzarono delle cooperative agricole durante i due dopoguerra, tenendo così a bada la propaganda dei partiti di sinistra e mantenendo il loro potere sui contadini e garantendosi pertanto l'accesso alle terre. Quando, finalmente, venne attuata la riforma agraria nel 1950, i mafiosi erano nella posizione di poter esercitare il loro tradizionale ruolo di mediazione fra i contadini, i proprietari terrieri e lo Stato. Essi sfruttarono lo situazione di miseria e di fame dei contadini, ottenendo mezzadrie dai proprietari terrieri in cambio di una limitata attuazione della riforma agraria e ottenendo grandi guadagni sulla mediazione per la vendita delle terre.
Durante il ventennio fascista, Genco Russo fu arrestato più volte per furto, estorsione, omicidio realizzati in associazione a delinquere, ma tranne una volta, fu sempre prosciolto per insufficienza di prove.





Attività nel dopoguerra
Genco Russo durante una processione
La persecuzione fascista, da lui subita, si dimostrò una benedizione con l'arrivo degli americani alla caduta di Mussolini nel 1943. Il Governo militare di occupazione era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e pose Genco Russo a capo della sua città di Mussomeli. Esistono teorie che affermano che Genco Russo venne arruolato insieme a Calogero Vizzini per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (1943) ma oggi molti storici lo liquidano come un mito.(Lo sbarco in Sicilia e la mafia)
Nel 1944 Genco Russo, che era stato accusato di undici omicidi fra il 1920 ed 1942, molti tentati omicidi ed un incredibile numero di furti ed estorsioni, venne completamente riabilitato dalla Corte di Appello di Caltanissetta. In conseguenza di ciò acquisì la rispettabilità che gli consentì di intraprendere l'attività politica.
La sua attività politica, inizialmente, consistette nell'appoggiare i separatisti ed i monarchici (nel 1946 venne insignito dell'onorificenza di Cavaliere della Corona d'Italia) e poi la Democrazia Cristiana. Nel corso delle elezioni del 1948, che avrebbero dovuto decidere il futuro dopoguerra dell'Italia, Genco Russo e Calogero Vizzini sedettero allo stesso tavolo dei leader democristiani partecipando ad un pranzo elettorale. Genco Russo divenne capo della Democrazia Cristiana e consigliere comunale di Mussomeli nel 1960. Nel 1962 fu costretto a dimettersi perché denunciato in una campagna giornalistica e poi processato e condannato.



L'erede di Vizzini 
Funerali di Vizzini , Genco porta  il bordone
Giuseppe Genco Russo fu considerato l'erede di Calogero Vizzini quando Don Calò morì nel 1954. Genco Russo era stato alla destra della bara di Don Calò: era l'antico segno che egli aveva preso il posto del defunto. Secondo i giornali i due erano i boss dei boss sebbene questa figura non esistesse nella struttura della mafia.
Genco Russo era presente alla riunione fra i capi della mafia siciliana e americana avvenuta al Grand Hotel des Palmes a Palermo dal 12 al 16 ottobre 1957. Joseph Bonanno, Lucky Luciano, Carmine Galante e Santo Sorge erano fra i mafiosi americani presenti mentre fra i siciliani, oltre a Genco Russo, erano presenti Salvatore "Cicchiteddu" Greco, suo cugino Salvatore Greco, noto come "l'ingegnere" o "Totò il lungo", Angelo La Barbera, Cesare Manzella e Gaspare Magaddino. Probabilmente Genco Russo era presente alla riunione soltanto perché Santo Sorge, suo parente e compaesano, si trovava lì.
dc
Comizio di Genco Russo
Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, ad Aldo Moro fu chiesto come mai Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Il politico, nel fornire le sue spiegazioni, appariva visibilmente a disagio. In conseguenza della prima guerra di mafia, fra il 1961 ed il 1963, e della Strage di Ciaculli, che provocò le prime azioni antimafia da parte dello Stato nel periodo post bellico, Genco Russo venne arrestato, assieme ad altri mafiosi, il 6 febbraio 1964. La sua comparsa al grande processo antimafia, alla fine degli anni sessanta, procurò grande preoccupazione fra i notabili siciliani. Nel corso del processo Genco Russo chiamò a testimoniare in suo favore eminenti personalità politiche, appartenenti al clero, banchieri, medici, avvocati e uomini d'affari. Il suo legale minacciò di rendere pubblico il telegramma inviato da 37 deputati democristiani. In difesa di Genco Russo scese anche il sottosegretario della Democrazia Cristiana Calogero Volpe.
Genco Russo venne condannato a cinque anni di confino dalla Corte di Assise di Caltanissetta.

genco russo democrazia cristiana

sbarco in sicilia e mafia
sbarco in sicilia e mafia
Russo conil senatore dc Angelo Di Rocco e l'onorevole Salvatore Aldisio, uno dei fondatori della DC nell'isola e ministro della Marina Mercantile, dei Lavori Pubblici e del Commercio 


sbarco in sicilia e mafia
L'arresto

Il declino
Le sue forzate dimissioni da consigliere comunale di Mussomeli, il suo arresto e la conseguente detenzione diedero inizio al declino del potere di Genco Russo. Nella mafia, una nuova generazione apparve in prima linea. Genco Russo rappresentava la mafia rurale e semi feudale che basava il suo potere sulla disponibilità della terra per far apparire il suo potere sulla comunità. La nuova generazione fu più imprenditoriale e fece i soldi con il contrabbando delle sigarette, il traffico della droga, l'accaparramento degli appalti pubblici e la speculazione edilizia.
Giuseppe Genco Russo morì tranquillamente a casa sua all'età di 83 anni nel 1976.







Genco Russo sventola ai giudici 36 telegrammi dc 
Unità 1964 articolo di G. Polara
Sono altrettanti ringraziamenti per favori ottenuti: la minaccia del difensore del mafioso davanti alle telecamere 
Con venti anni di ritardo Genco ha cominciato stasera a fare i conti con la giustizia. capomafia di Mussomeli
— ex padrone di Polizzello l' uomo al- quale (secondo i suoi stessi difensori) tanto debbono delle loro fortune politiche parecchi notabili della D.C. siciliana — e stato davanti ai giudici, nel pomeriggio di oggi, quasi cinque ore, ma ci tornerà tra una settimana, venerdì prossimo. . - Così ha deciso stasera" il Tribunale di Caltanissetta che deve pronunciarsi sulla proposta della polizia di spedire il capomafia al soggiorno obbligato per qualche anno. La richiesta di rinvio era partita, all'inizio dell'udienza, dai difensori in considerazione del fatto che, proprio all'ultimo momento erano stati consegnati ai giudici dalla questura e dai carabinieri, altri tre rapporti: sull' attività di Genco negli ultimi tempi, sulla personalità dei suoi più intimi frequentatori, e su quella scandalosa opera di pressione nei confronti del Tribunale esercitata dalla mafia attraverso la massiccia raccolta di firme in calce alla petizione che ha provocato una scarica di denunce all' A.G. 
La sua mole, ancora imponente sembrava voler essere mimetizzata persino con l'abbigliamento cappello floscio grigio, sciarpa scura, cappotto bleuviola, occhiali neri che lasciavano scoperta una parte della compressa di garza posta sopra l'occhio sinistro afflitto dalla cataratta....



METTI UNA SERA A CENA, COL VECCHIO GENCO RUSSO MUSSOMELI 
Da La Repubblica 1992
sbarco in sicilia e mafia
"La valle, grazie a Dio, è rimasta tale e quale. Così era, identica, la mattina in cui bevvi il caffelatte insieme a Giuseppe Genco Russo. A quei tempi considerato capo della mafia. Eravamo affacciati alla finestra di casa sua. Lui mi spiegava come fosse nata quella che chiamava la nostra amicizia. Lo faceva con un' insistenza fastidiosa e una logica ineccepibile. Cosa avevo fatto nel bisogno? Avevo bussato alla sua porta. E lui? Mi aveva offerto ospitalità per la notte. Io dunque gli dovevo riconoscenza"."Quando la droga non c' era Mussomeli ha ancora carattere. Non è stato ridotto a brandelli dalla speculazione edilizia, ringagliardita dal denaro della droga. Un tempo, quando in Sicilia si parlava poco di speculazione e non ancora di droga, vi abitava Giuseppe Genco Russo, del quale si diceva, appunto, fosse il capo della mafia. Quella "vecchia", che, adesso, di fronte alla ferocia della "nuova", molti rimpiangono. Già ai tempi di Genco Russo c' era chi provava nostalgia per i vecchi uomini d' onore. Si diceva ad esempio che il predecessore, don Calogero Vizzini, fosse un uomo di antico stampo e che lui, Genco Russo, appartenesse invece a una razza purtroppo inquinata. Ben più insidiosa. Stando a un racconto forse enfatizzato dal mito, don Calogero Vizzini era stato sorpreso da una crisi cardiaca all' albergo del Sole, a Palermo. Subito aveva chiesto di essere portato a Caltanissetta. Voleva morire nel suo letto. Durante il viaggio aveva capito che non ce l' avrebbe fatta ad arrivare a casa e aveva chiesto di essere posato sul ciglio della strada. Cosi don Calo' era spirato "sulla terra siciliana". Gli era succeduto Giuseppe Genco Russo. Uomo di rispetto ma di m
inore fama. Questa era perlomeno l' immagine che avevo di lui quando venni a Mussomeli, nel tardo inverno del ' 60, e bussai alla sua porta. Ero nei paraggi, ad Agrigento, per il delitto del commissario Tandoj, e, cronista ingenuo e testardo, pensai di chiedergli se era stata sul serio la mafia, come si diceva, a far fuori il poliziotto. Visto che lui era il capo doveva saperne qualcosa. Dopo alcuni vani tentativi infine lo trovai. Mi fece accomodare in salotto e gli chiesi subito a bruciapelo: "Mi puo' spiegare cosa è la mafia?" Allora non usava portarsi dietro il registratore. Peccato. Oggi il discorso di Genco Russo a un cronista sprovveduto, appena arrivato da Milano, all' avvio degli anni sessanta, sarebbe un documento degno d' attenzione. Rammento che annotai soltanto due o tre parole. Poi subii smarrito le argomentazioni per me del tutto incomprensibili del padrone di casa. Fui sommerso dalle parole. Il monologo cominciò in salotto, continuò a tavola (sì, fui invitato a cenare con la famiglia, la signora Genco Russo e uno dei figlioli, se ricordo bene dottore in agraria, e naturalmente lui, don Giuseppe), e si concluse davanti al televisore guardando un episodio della Vita di Gesù. Ricordo che Genco Russo - in salotto, a tavola e davanti alla tv - tenne sempre il cappello calato fin sugli occhi. Si fece molto tardi. Era notte inoltrata quando all' altezza di Acquaviva Platani, scendendo da Mussomeli verso la provinciale per Agrigento, la mia automobile si rifiutò di continuare la corsa, essendosi il motore irrimediabilmente spento. Quella sosta in montagna, nel freddo, si prolungò fino alle prime ore del mattino. Fino a quando dai tornanti trapelarono le luci di un camion. Era diretto a Mussomeli. Dove, a dire dell' autista, non c' era ombra d' albergo. Conoscevo qualcuno? Genco Russo? Ero proprio fortunato, potevo bussare alla porta di un galantuomo. Genco Russo si affacciò alla finestra col berretto da notte. Si accesero tutte le luci della casa. La signora preparò un letto in salotto. Al risveglio mi aspettava una tavola imbandita. Il premio per la mia faccia tosta. Sapevo che Genco Russo era una canaglia e dopo averlo conosciuto non cambiai opinione. Lo scrissi, riconoscendo al tempo stesso che la sua ospitalità era stata generosa. Se era interessata ci ricavò molto poco. Pur elencando le gentilezze elargitemi dalla sua famiglia, e in pratica ringraziando come dovuto, non trascurai infatti di elencare le innumerevoli malefatte attribuitegli. Anche se fino allora sulla fedina penale non risultavano condanne. Lui sorrise quando citai i tanti sospetti che pesavano sulla sua persona. Mi fece notare che se non fosse stato un galantuomo le autorità americane d' occupazione non gli avrebbero affidato la distribuzione degli aiuti nella zona e i democristiani al governo non l' avrebbero considerato uno di loro. La sua logica era sempre ineccepibile. Fino a che lo mandarono al confino nel Norditalia. Giuseppe Genco Russo e don Calogero Vizzini sono stati nel frattempo ridimensionati. Perlomeno sul piano gerarchico. Entrambi i personaggi - defunti da un pezzo - sarebbero rimasti per tutta la vita semplici "soldati" pur essendo leggendari in seno a Cosa Nostra. Nonostante la loro influenza, il loro prestigio e quel che si diceva di loro sui giornali e nelle questure, né l' uno né l' altro sarebbero mai stati i veri capi della mafia. Un semplice soldato Il pentito Antonio Calderone racconta (a Pino Arlacchi) che la notorietà di Genco Russo e di Vizzini non era ben vista tra la gente di Cosa Nostra. Si mettevano troppo in mostra, davano interviste, si facevano addirittura fotografare. Riferendosi a Genco Russo un mafioso diceva: "L' avete visto, oggi, sul giornale, a Gina Lollobrigida?". Per la verità sui due resta una nebbia fitta, come del resto su quasi tutti gli esponenti importanti di Cosa Nostra. Giovanni Falcone sostiene che Genco Russo fosse appunto un semplice "soldato", sia pure prestigioso, influente, mentre il pentito Calderone lo indica quale capo della provincia di Caltanissetta. La mafiologia non è una scienza esatta. Interessa far rivivere quei personaggi soltanto perché espressione di un' epoca alla quale ci si riferisce spesso quando si sottolinea la differenza tra la vecchia e la nuova mafia. Nelle conversazioni con magistrati, poliziotti e avvocati accade puntualmente. Non ho intenzione alcuna di disquisire sulla decadenza dei "valori tradizionali" di Cosa Nostra. Traspariva comunque dal pur nebbioso discorso di Genco Russo la sua posizione di notabile della mafia rurale. Egli non nascondeva l' autorità conferitagli dagli alleati. Affidandogli la distribuzione degli aiuti alimentari americani gli avevano dato prestigio e ricchezza. Né nascondeva di essere, all' epoca del nostro incontro, un grande elettore democristiano. Cominciava allora la speculazione edilizia. Roba ancora da ragazzi rispetto a quella che sarebbe esplosa nel decennio successivo. A sua volta, più tardi, irrisoria rispetto all' attività della droga. I valori tradizionali si sono via via adeguati ai traffici. C' è tuttavia una costante tra quei tempi antichi e quelli d' oggi. Il rapporto con la politica. Con il potere. E' soprattutto questo rapporto che inquina - per ora irrimediabilmente - la Sicilia. Che dà prestigio a Cosa Nostra, che provoca la metastasi di un vecchio tumore insulare. Un rapporto, quello tra mafia e politica, che consente a un magistrato di avviare un dialogo con una sentenza senza speranza: "Qui il più sano ha la rogna". Non avrei mai, neppure pensato a un incipit del genere. Neppure in un momento di nero pessimismo. Lo trovo volgare. Eppure il magistrato difende quella sua brutale sentenza e l' alimenta con dovizia di argomenti. Per lui sono ancora rarissimi i pubblici uffici in cui documenti, pratiche riescano a restare segreti. Ma è anzitutto lo spettacolo che il potere politico offre di se stesso a rendere cupo l' orizzonte di giudice. A suo avviso molti suoi colleghi, parecchi poliziotti, larga parte dei siciliani non ignorano le ramificazioni di Cosa Nostra. Sanno individuarle. Le intuiscono, le sentono, le vedono. Risultano evidenti i legami con la politica. Ferite inguaribili Al di là delle responsabilità reali, gli stretti rapporti tra Salvo Lima e i palazzi romani, ai tempi di Andreotti, hanno ad esempio inferto ferite per ora inguaribili al prestigio dello Stato. In modo indiretto anche il pizzo che i partiti, al governo e all' opposizione, prelevavano insieme a Milano contribuisce a demolire l' immagine della repubblica. Come credere alle autorità che hanno consentito, favorito, promosso per decenni quel prelievo puntuale, sistematico su tante pubbliche spese? Chi osa dire che la corruzione è un fenomeno anzitutto siciliano? Non a torto per i siciliani, perlomeno per molti di loro, i confini tra Stato e mafia sono assai vaghi. Era cosi anche all' epoca di Genco Russo. In dimensioni rurali. Un risanamento in Sicilia, anche a Mussomeli, passa oggi attraverso quello della società politica nazionale. Non si bonifica certo la Sicilia senza bonificare il resto del paese. Molti miti accompagnano la mafia. Don Calo' Vizzini che volle morire sul ciglio della strada, per sentire il fiato della terra siciliana. Il commissario siciliano ucciso perché perquisendo la casa di un mafioso ha gettato con disprezzo cinquecento lire sul tavolo. I mafiosi arrestati che vengono trattati da giudici e poliziotti con il rispetto dovuto ai prigionieri di guerra. Le donne dei mafiosi alle quali è consentito, per riguardo, di vedere in carcere i loro congiunti in ore particolari affinchè non si confondano con le prostitute in visita ai loro magnaccia. E cosi via. Sino a quest' ultima immagine incerta che accende tante fantasie in Sicilia: immagine secondo la quale Totò Riina, il grande latitante da più di trent' anni, era accanto al luogo in cui mori Falcone, perché un vero capo mafioso partecipa all' uccisione di un grande nemico. Anche lo Stato avrebbe diritto a un mito. Soltanto uno: il rispetto della classe politica.
BERNARDO VALLI






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