sabato 2 febbraio 2013

CALOGERO VIZZINI "Don Calò"


sbarco in sicilia e mafia


 "Era tarchiato, gambe magre, pancia che sporgeva. Portava sempre occhiali affumicati, si vede anche nelle fotografie. E dietro le lenti gli occhi erano semichiusi, come stesse per addormentarsi. La bocca rimaneva aperta, con il labbro inferiore pendulo. Poteva sembrare un ebete, per chi non lo conoscesse". "La domenica prendeva il sole il piazza, mezzo paese gli faceva corona intorno, lasciandogli libera la visuale, sul davanti. Ogni tanto aveva una scossa, si svegliava, si metteva a fissare intensamente qualcuno che aveva attratto la sua attenzione, lo inseguiva con lo sguardo. Nessuno osava fiatare. Poi ' lo zio' , con un gesto lento, si portava la mano verso la faccia come se volesse scacciare un moscerino fastidioso. Allora tutti capivano che don Calò aveva visto quello che c' era da vedere, la corona della gente si disfaceva, si poteva tornare al passeggio in piazza: avanti e indietro, avanti e indietro". (Villalba - Storia e memoria. Edizioni Lussografica)

Calogero Vizzini, nacque a Villalba nel 1877, in provincia di Caltanissetta. Il padre era un contadino mentre i suoi fratelli Giovanni e Giuseppe diventarono entrambi preti, e in particolare Giuseppe Vizzini fu vescovo di Muro Lucano e professore negli atenei pontifici. Diversamente da loro, Calogero non completò le scuole elementari rimanendo un semi-analfabeta e si unì alla cosca del mafioso Francesco Paolo Varsallona, che esercitava il furto e il contrabbando di bestiame e imponeva il pagamento della "protezione" ai proprietari terrieri, che si servivano della banda di Varsallona come "intermediarii" per reprimere le rivendicazioni dei contadini.
Nel 1902 viene arrestato e imputato per una rapina, ma termina il processo con una assoluzione per insufficienza di prove, così come l'anno successivo la stessa sorte tocca al processo che lo vede imputato per associazione a delinquere insieme a Varsallona. Il giovane Calogero fu, dopo poco, condannato a 20 anni per truffa, corruzione e omicidio, ma scagionato grazie all'intervento di alcuni amici che gli offrirono solidi alibi. Nel 1908 Vizzini acquistò una parte del locale feudo Belici, negoziando un accordo tra il proprietario, il duca Francesco Thomas de Barberin, e la locale cassa rurale, il cui presidente era uno zio di Vizzini.
Nel 1931, durante il regime fascista, fu inviato lontano dalla Sicilia, precisamente a Chianciano, dal prefetto Cesare Mori, perché si sospettava avesse legami strettissimi con la mafia e fece ritorno nella sua terra solo nel 1937. Durante il periodo di esilio riuscì comunque a gestire i propri affari a Villalba, consistenti soprattutto nella compravendita irregolare di bestiame.
Lo scrittore Michele Pantaleone racconta che il 14 luglio, 4 giorni dopo lo sbarco alleato, un aereo da caccia americano comparve sul cielo di Villalba e dopo alcune evoluzioni lascio' cadere un plico. Dentro c' era un fazzoletto che portava ricamata una grande elle, che indicava il mittente: Luciano. Raccolta da un militare, Raniero Nuzzolese, la busta venne consegnata al maresciallo dei Carabinieri. L' indomani mattina, lo stesso aereo sorvolo' un paio di volte l' abitato e sgancio' ancora un involto con un altro fazzoletto e con una lettera indirizzata a "Zu Calo' ".
Cinquant' anni, l' epa prominente, don Calogero Vizzini era, insieme con Pasquale Elia, dal ' 39 (anno in cui era stato arrestato Vito Cascio Ferro) il referente siciliano di Cosa Nostra. La stessa sera, un contadino, tale Mangiapane, venne inviato a Mussomeli con un biglietto indirizzato a Giuseppe Genco Russo che sara' l' erede di Vizzini. 
Dopo lo sbarco degli alleati (Lo sbarco in Sicilia), fu imposto come sindaco di Villalba dall'AMGOT, il governo militare statunitense dei territori occupati, che era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste. Esistono teorie che affermano che Vizzini venne arruolato insieme al suo associato Giuseppe Genco Russo, boss di Mussomeli, per facilitare lo sbarco alleato in Sicilia (1943) ma oggi molti storici lo liquidano come un mito.
Tutti, in Sicilia, in Italia, anche negli Stati Uniti, sapevano chi era don Calò. Lui rispondeva ironico: "E' vero che nel 1902 sono stato imputato di rapina, ma poi sono stato assolto. E' vero che nel 1903 sono stato imputato per associazione per delinquere, ma poi sono stato prosciolto in istruttoria. E' vero che nel 1914 venni accusato di truffa, ma poi sono stato assolto...". Un delinquente carico di assoluzioni, come lo definiva ironicamente il suo avvocato difensore. Dopo la sua morte studiosi americani di mafia scrissero che in una riunione tenuta nel 1929 in un albergo di Atlantic City e organizzata da Frank Costello, il capo dell' Anonima Omicidi, Vizzini era stato nominato capo della mafia siciliana, insieme con Pasquale Anea di Palermo, in sostituzione di don Vito Cascio Ferro, l' uomo che aveva ucciso Petrosino e che si trovava in carcere. Ma chi l' ha mai veramente potuto provare? 

sbarco in sicilia e mafiaIl 20 luglio del 1943 i carri armati americani furono accolti a Villalba dai ragazzini e da una colonna di paesani, che andava come in processione, guidata da don Calò. Tutti gridavano: "Viva l' America", "viva la mafia", "viva don Calò". Per investitura ufficiale degli americani Vizzini è stato il primo sindaco di Villalba dopo la liberazione. Ma era una carica che non gli interessava, aveva altro da fare. L'affidò quasi subito a mani sicure, mentre lui orientava i suoi interessi verso Palermo. Aveva legami con il mondo politico democristiano, con gli agrari, con i separatisti, collaborava con il banditismo e con la polizia. Il 16 settembre 1944, mentre a Villalba si teneva un comizio (inizialmente permesso da Don Calò e dal sindaco, nipote del Boss) di Girolamo Li Causi, esponente del Pci, un attentato mafioso messo in atto dagli uomini di Vizzini con il lancio di alcune bombe, provocò 14 feriti, tra cui lo stesso Li Causi. L' attentato a Li Causi "Dicono che don Calò non abbia mai detto esplicitamente a qualcuno di uccidere qualcun altro. E' possibile",  "Lui cercava sempre di ' aggiustare' le cose e di ricondurre gli uomini alla ragione, cioè al modo in cui aveva deciso che gli uomini e le cose dovessero andare. Se poi qualcuno s' intestardiva... con un gesto, un assenso, lasciava che i suoi amici si occupassero della questione. Ogni tanto interrompeva: ' Ma chi glielo ha fatto fare?' , ' Chissà quale fine farà' (Cit. Lumia). Nel 1945, per affrontare il duplice pericolo del banditismo e dell'agitazione dei contadini, la baronessa Giulia Florio D'Ontes nominò Vizzini come gabelloto del feudo Micciché, dandogli subito l'incarico di riscuotere i canoni d'affitto del feudo, che ammontavano a 7 milioni di lire all'anno. Nel 1947 Vizzini partecipò insieme a Giuseppe Genco Russo ad pranzo elettorale della Democrazia Cristiana tenutosi a Villa Igiea a Palermo, a cui era presente anche l'onorevole Calogero Volpe.

sbarco in sicilia e mafia
Nel 1949 Vizzini era uno degli intestatari di una fabbrica di confetti e dolciumi di Palermo creata dal mafioso italoamericano , la quale riuscì ad esportare confetti in Germania, Francia, Irlanda, Canada, Messico e Stati Uniti; però l'11 aprile 1954 il quotidiano Avanti! pubblicò un articolo che denunciava che nei confetti prodotti nella fabbrica di Luciano e Vizzini «due o tre grammi di eroina potevano prendere il posto della mandorla». Quella notte stessa, la fabbrica venne chiusa e i macchinari smontati e portati via.
Lucky Luciano
Indro Montanelli ricorda i suoi incontri nell' hotel che ospita Andreotti a Palermo. "Un giorno mi trovai faccia a faccia con il boss, don Calogero Vizzini. "Giuliano? Non conosco questo picciotto...", mi disse". (Corriere della Sera)
«Don Calò» è morto di vecchiaia all'età di 77 anni nel 1954; al funerale Genco Russo tiene il bordone simbolo del passaggio di potere.

sbarco in sicilia e mafia
Funerali di Vizzini sulla destra Genco Russo che tiene il bordone

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